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Let it be - The Beatles

Non tutti i luoghi ti accolgono.
Alcuni ti osservano, in silenzio, per decidere se meritarti.
Harrow Creek College, il giorno in cui arrivai, fece esattamente questo.

Il cancello si aprì davanti a me come una bocca di ferro, e per un istante ebbi la sensazione precisa di varcare un confine.
Non qualcosa di geografico.
Qualcosa di più sottile—un territorio dove il mondo sembrava parlare una lingua diversa, fatta di echi e sottintesi.

Il vento mi colpì con un'ondata improvvisa di freddo, infilò le dita tra i miei capelli scuri, sollevandoli come una minaccia appena accennata.
Da fuori, forse, avrebbero potuto dire che avevo un aspetto duro: la pelle molto chiara, quasi trasparente in certi giorni, e gli occhi neri che non riflettevano granché, pozzi profondi che non sembravano voler mostrare il fondo.

Ma la verità era che tutto in me era molto più morbido di quanto apparisse.
La mia sensibilità viveva sotto la pelle come un organo a parte, sempre in ascolto, sempre pronto a sanguinare per un nonnulla—una parola, uno sguardo, una memoria che si rifiutava di stare al suo posto.

Attraversai il cortile cercando di mantenere un passo neutro, uno di quei passi che non attiravano l'attenzione.
Gli altri studenti mi sfioravano come fossi un refolo d'aria: presente, ma non abbastanza da costringerli a vedermi davvero.
E in fondo... mi andava bene così.
Avevo imparato a vivere nei margini, dove nessuno guardava troppo a lungo.

L'edificio principale si ergeva davanti a me con una verticalità severa, quasi religiosa: finestre gotiche, pietra scura, un'ombra che cadeva sulle scale come un sipario.
Sembrava un luogo costruito più per custodire segreti che per studiare.

Attraversare il campus era come camminare dentro un respiro trattenuto.
Le conversazioni si abbassavano, i passi acceleravano, come se tutti sapessero qualcosa che a me sfuggiva.
Come se Harrow Creek non dimenticasse mai nulla.

Nel vetro di una porta laterale intravidi il mio riflesso: capelli scuri in disordine, pelle chiara che contrastava troppo con tutto quel nero, occhi lucidi di preoccupazione e ostinatamente aperti sul mondo.
Mi vidi piccola, sì, ma non spezzata.
Piuttosto... protetta da una serie di muri che nessuno aveva mai davvero tentato di scavalcare.

Il dormitorio femminile si trovava in fondo al viale, un edificio più recente ma altrettanto taciturno.
Mi accorsi che stavo stringendo la maniglia dello zaino fino a sentire tirare le nocche.
Non sapevo se per nervosismo o per una nostalgia sottile di un posto che non era mai esistito.

Il corridoio interno era stretto, soffocato da un'illuminazione giallastra che sembrava aggiungere peso all'aria.
Il pavimento scricchiolava con regolarità, come se qualcuno camminasse pochi passi dietro di me nonostante non ci fosse nessuno.

La mia stanza era la penultima.
Mi fermai davanti alla porta.

Era strano come certi momenti sembrassero più grandi di ciò che erano: un vecchio pomello d'ottone, una porta chiusa, un respiro che inciampava.
Eppure sentivo che quel gesto—aprire, entrare—sarebbe stato una linea nella sabbia.

Lo capii da un brivido, uno di quelli che non venivano dal freddo.

Appoggiai la mano sulla maniglia.
La mia voce interiore sussurrò: Qui qualcosa cambierà.

La porta del dormitorio si aprì con un cigolio lento, come se la stanza trattenesse il fiato in attesa di scoprire chi fosse entrato.

L'odore fu il primo a colpirmi: cera per pavimenti, metallo caldo e un accenno indefinibile di vaniglia bruciata, come se qualcuno avesse acceso una candela e l'avesse spenta troppo presto.

Fragments of Him. || DARKDes histoires addictives. Découvrez maintenant