Capitolo 2
Vegetazione Impazzita.
Il secondo giorno nacque umido e malato, strangolato dalla stessa nebbia che aveva tormentato la notte di Max. Il sole era una macchia pallida e febbrile dietro la coltre bianca, un occhio catarroso che osservava la loro discesa. Ripresero il fiume in un silenzio carico di tensione, rotto solo dal suono liquido delle pagaie che affondavano nell'acqua spessa e oleosa. La nebbia si aggrappava a loro, lasciando goccioline fredde sulle braccia, sulle tute, sui fucili. Gocce di tempo condensato.
Mentre il sole saliva, la nebbia si ritirò, ma la rivelazione che lasciò dietro di sé non fu confortante. Fu un pugno nello stomaco alla logica e alla botanica.
La giungla era cambiata. Ieri era un caos lussureggiante di verde moderno. Oggi, era un museo impossibile.
«Mein Gott...» sussurrò Helena, la pagaia immobile tra le mani, il suo sguardo che spaziava da una riva all'altra con un'incredulità quasi folle. «Guardate!»
Max guardò. E capì. Non serviva un dottorato in biologia per vedere che qualcosa era profondamente, terribilmente sbagliato. Accanto a un moderno albero della gomma, con le sue foglie larghe e lucide, cresceva una felce gigante, alta come una casa a due piani, le sue fronde intricate che formavano un pizzo preistorico contro il cielo. Un po' più avanti, un tappeto di muschio fluorescente, roba da film di fantascienza, si arrampicava sul tronco di un equiseto colossale, una pianta che avrebbe dovuto essere solo un fossile nelle rocce del Carbonifero. Licopodi simili a pilastri nodosi fiancheggiavano il fiume, le loro cime che si perdevano nella canopea. Era come se ere geologiche diverse fossero state messe in un frullatore e poi vomitate a caso lungo le rive di quel fiume maledetto.
«È un paradosso cronologico,» disse Helena, la sua voce ora non più eccitata, ma carica di una gravità che gelava il sangue. «Come se... come se la linea temporale qui non fosse una linea, ma una sovrapposizione. Una doppia esposizione.»
«Sta dicendo che stiamo letteralmente viaggiando indietro nel tempo?» la voce di Jean-Luc, dall'altro kayak, era un cigolio acuto di pura incredulità.
«Sto dicendo che la fisica, qui, ha deciso di prendersi una vacanza,» ribatté Helena, cupa.
L'impatto di questa nuova realtà non tardò a manifestarsi sui loro unici legami con il ventunesimo secolo. Fu Jean-Luc, come sempre, a notarlo per primo.
«Helena, i pannelli solari... non caricano. O meglio, caricano a meno del dieci percento della loro efficienza nominale.»
«Forse è la canopea troppo fitta,» suggerì Max, anche se sapeva che era una spiegazione debole.
«No,» disse Jean-Luc, indicando il suo tablet. «La radiazione solare è ottimale. È come se... è come se la luce stessa fosse più vecchia. Meno energetica. E le batterie... stanno perdendo carica. Da sole.»
Poi fu il turno di Max. Aveva appoggiato il suo coltello da combattimento sul bordo del kayak. Quando andò a prenderlo, la lama d'acciaio al carbonio era opaca, e un sottile strato di ruggine rossastra ne copriva il filo, come se fosse stato lasciato sotto la pioggia per un mese, non per dieci minuti.
La corrosione accelerata. La tecnologia che cedeva. Non era un viaggio, era una malattia. Un cancro cronologico che stava divorando il loro mondo, pezzo dopo pezzo.
Continuarono a pagaiare per ore, ogni colpo di pagaia che li spingeva più a fondo in quell'incubo botanico. L'aria stessa sembrava più densa, più povera di ossigeno. Il sole, quando riuscivano a intravederlo, era di un colore sbagliato, più giallo, più debole.
Fu verso mezzogiorno che lo trovarono.
Era un accampamento. O ciò che ne restava. Su una lingua di terra rialzata, sorgevano i resti sbrindellati di tre tende color arancione sbiadito. Una scoperta che avrebbe dovuto portare speranza, ma che emanava un'aura di totale e assoluta disperazione.
Attraccarono, Max con il fucile spianato. L'erba intorno all'accampamento era alta. Nessuno era stato lì da molto, molto tempo. E l'odore... l'odore era quello secco della polvere, della tela marcia e delle ossa.
Le tende si sbriciolarono al tocco. Il tessuto sintetico si era degradato in una polvere fibrosa. L'attrezzatura di metallo – picchetti, gavette, una vecchia radio a manovella – non era solo arrugginita. Era ridotta a cumuli di scaglie rosso-marroni che si disintegravano se sfiorate.
«A giudicare dal decadimento,» disse Helena, toccando con la punta di uno stivale un mucchio di polvere che un tempo doveva essere una bombola di gas, «questo accampamento è stato abbandonato... decenni fa. Forse cinquanta, sessant'anni.»
«Impossibile,» disse Jean-Luc. Indicò il modello della radio. «Questo è un modello satellitare di cinque anni fa. Lo so perché la nostra compagnia ne ha finanziato lo sviluppo.»
Max non li ascoltava. I suoi occhi da soldato stavano scansionando l'area, cercando minacce, cercando tracce. E le trovò. Dietro le tende, vicino a un fuoco spento da tempo immemore, c'erano le ossa.
Erano quattro scheletri, sparsi in posizioni innaturali. Non erano stati seppelliti. Erano semplicemente... caduti lì. Le loro ossa erano ingiallite, quasi fossilizzate, fragili come vetro.
«Erano della Pharmax,» sussurrò Jean-Luc, indicando i resti laceri di una tuta con il logo della compagnia rivale. «Una spedizione di cui si erano perse le tracce l'anno scorso.»
Helena si inginocchiò accanto a uno degli scheletri, i suoi occhi da scienziata che si muovevano febbrilmente, registrando ogni dettaglio. Toccò il cranio.
«No,» disse, la sua voce ora a malapena un sussurro. «Max, Jean-Luc. Venite a vedere.»
Si avvicinarono. Helena indicò il teschio. «Guardate. La cresta sopraorbitale. È troppo pronunciata. E la volta cranica... è più bassa, più allungata. E la mandibola...»
Max non era un paleontologo, ma aveva visto abbastanza foto sui libri. Sapeva cosa stava guardando.
«È un uomo delle caverne,» disse, e le parole suonarono assurde e terribili nella sua stessa bocca.
«Non esattamente,» lo corresse Helena, la sua voce tremante di una paura intellettuale che era forse la peggiore di tutte. «È a metà strada. Le caratteristiche sono intermedie tra l'Homo sapiens e l'Homo erectus. Come se... come se la loro evoluzione avesse fatto marcia indietro. Come se avessero vissuto qui, in questo tempo accelerato, abbastanza a lungo da... regredire.»
Il concetto era un pugno allo stomaco. Morire era una cosa. Ma dis-esistere? Svolgere il nastro della propria specie, cellula dopo cellula? Era un orrore che andava oltre la morte.
Ma la scoperta più terrificante doveva ancora arrivare. Accanto a uno degli scheletri, in una custodia di plastica corazzata e miracolosamente ancora intatta, c'era un tablet. Era spento. La batteria morta da un'eternità. Jean-Luc, con mani tremanti, riuscì a collegarlo a un pacco di alimentazione di emergenza. Per un miracolo di ingegneria o per pura fortuna, il dispositivo si accese.
Era il diario di bordo del capo della spedizione. Le prime voci, datate un anno prima, erano piene dell'arroganza e dell'eccitazione tipiche di quelle missioni. Descrivevano il fiume, la flora, le anomalie, con crescente confusione e poi, panico.
La lingua cambiava man mano che scorrevano le pagine. Frasi complesse diventavano semplici. Il lessico si impoveriva. Errori grammaticali comparivano, poi le parole stesse iniziavano a essere scritte in modo fonetico, infantile.
Fame. Freddo. Cose lunghe nel fiume.
Notte. Suoni. Paura. Loro guardano.
L'ultima pagina non era stata digitata. Era stata incisa sullo schermo con qualcosa di appuntito, forse una pietra, forse un osso.
Non c'erano più parole.
C'erano solo disegni. Figure stilizzate, umane, con le lance in mano. E di fronte a loro, una forma immensa che emergeva dall'acqua, con un collo lungo e una piccola testa.
E intorno a tutto, un grande, rozzo disegno del sole. Ma era un sole sbagliato. Un sole freddo. E da esso, partivano linee ondulate che non erano raggi di luce. Erano tentacoli.
Tentacoli che sembravano raggiungere il fiume.
Max strappò il tablet dalle mani di Jean-Luc e lo scagliò contro una roccia, mandandolo in mille pezzi.
«Basta così,» ringhiò. «Torniamo indietro.»
Ma quando si voltarono verso la riva, il cuore gli si gelò nel petto.
I loro kayak. Erano ancora lì, tirati in secca. Ma non erano più gli stessi. La superficie liscia del kevlar era ora corrosa, coperta da una strana muffa verde che pulsava debolmente. Una delle pagaie si era spezzata in due, il legno all'interno marcio e spugnoso.
E il fiume... il fiume, ora, sembrava scorrere un po' più velocemente. E un po' più all'indietro.
Si erano presi una pausa. E il tempo, quel bastardo affamato, li aveva quasi raggiunti. Non potevano tornare indietro. La via d'uscita era svanita, corrosa da un milione di anni che non avevano vissuto. Potevano solo andare avanti. Potevano solo scendere.
Insieme al fiume. Insieme alla storia. Verso un passato che era diventato il loro unico, terrificante futuro.
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REGRESSIONE
HorrorNelle profondità più oscure del bacino del Congo si nasconde il "Cuore di Lufira", un fiume mai mappato, un segreto che la giungla ha custodito per eoni. La Dottoressa Helena Strauss, biologa ossessionata dal mito del Mokele-mbembe, è convinta che i...
