Ester
Non ricordo esattamente quando ho smesso di sentirmi a casa.
Forse è stato un pomeriggio di pioggia come tanti, quando ho visto la mia immagine riflessa nel vetro della finestra e mi è sembrata quella di un'estranea. Londra era grigia, come sempre, ma quel giorno il grigio mi sembrava un colore più profondo, quasi personale, come se mi appartenesse.
Avevo diciassette anni, e fino a poco tempo prima pensavo che la mia vita fosse... normale.
Una scuola privata, una migliore amica, un ragazzo che diceva di amarmi, due genitori troppo presi a litigare per ricordarsi che avevano una figlia. La normalità, no? Almeno finché non si rompe.
Quella mattina il cielo sembrava un foglio bagnato d'inchiostro.
Mi stavo preparando per andare a scuola quando ho ricevuto il messaggio di Noah.
Ti aspetto fuori, piccola. Ho una sorpresa.
Noah.
Lui era la mia luce, o almeno così mi piaceva chiamarlo. Alto, capelli castani spettinati, un sorriso che sapeva disarmare chiunque.
E io, puntualmente, mi disarmavo.
Scendendo le scale ho incrociato mia madre in cucina. Era seduta al tavolo, con una tazza di tè ormai freddo e lo sguardo fisso sul cellulare. I suoi occhi erano gonfi, ma cercava di nasconderlo.
«Tuo padre è partito stamattina presto», ha detto senza alzare lo sguardo.
Ho annuito. Non serviva chiedere dove fosse andato.
Ultimamente, partiva spesso.
Fuori, Noah era appoggiato alla sua moto. Non aveva il permesso per guidarla ancora, ma a lui non importava. A lui non importava quasi mai niente.
«Ciao, angelo», ha detto, sfiorandomi la guancia con un bacio veloce. Il profumo del suo giubbotto di pelle mi ha riempito i polmoni: benzina, menta e pericolo.
«Cos'è la sorpresa?»
«Se te lo dico, che sorpresa è?»
È partito il motore e il mondo, per un istante, si è ridotto a vento, strade bagnate e il mio cuore che batteva troppo forte.
Ci siamo fermati in un parco poco fuori città, uno di quelli dove i bambini non giocano più e gli alberi sembrano monumenti dimenticati.
«Ti porto sempre qui quando non so dove andare», ha detto lui.
«E oggi non sai dove andare?»
Mi ha guardata con quegli occhi che sembravano sapere più di quanto volesse ammettere.
«Forse sì, ma non voglio dirlo.»
Mi ha preso la mano, intrecciando le dita alle mie.
In quel momento ho pensato che, anche se tutto il resto del mondo fosse crollato, io avrei potuto sopravvivere solo così, con la sua mano nella mia.
Non sapevo che mi stavo già sbagliando.
Il pomeriggio, tornando a casa, ho trovato il nonno seduto in poltrona.
Lui era il mio rifugio, il mio confidente, l'unica persona che sapeva leggermi davvero.
Mi sorrideva sempre come se sapesse qualcosa che io ignoravo.
Ma quel giorno era pallido, la voce più debole.
«Tesoro, siediti un attimo.»
Mi sono seduta.
«Non dire niente a tua madre, ma i medici mi hanno trovato una cosa... piccola, niente di grave.»
Ho sentito lo stomaco stringersi.
«Cosa?»
«Un piccolo problema ai polmoni. Niente che non si possa curare.»
Mentiva.
Lo capivo dai suoi occhi, perché erano sempre stati onesti e quella era la prima volta che li vedevo nascondere qualcosa.
«Non ti preoccupare, Ester. La vita è solo un viaggio, e io ne ho fatto uno lungo. Adesso tocca a te.»
«Non dire così.»
«Devi promettermi una cosa: qualsiasi cosa succeda, non lasciarti trascinare dal dolore. Le persone cambiano, il mondo cambia, ma tu devi restare la stessa. È questa la vera forza.»
Non ho promesso niente.
Non ci riuscivo.
Le settimane successive si sono sciolte una dentro l'altra.
A scuola tutto era uguale, eppure diverso. Swami, la mia migliore amica, era sempre al mio fianco. Lei era quella che rideva troppo, che parlava anche quando non serviva, quella che riusciva a farmi dimenticare di tutto.
Quando Noah si aggiungeva a noi, eravamo come un piccolo universo autosufficiente.
Non sapevo che uno di loro due avrebbe distrutto tutto.
Il nonno peggiorava. Ogni volta che lo andavo a trovare, respirava un po' più piano, ma parlava un po' di più.
Come se volesse lasciarmi ogni parola possibile prima di andarsene.
«Hai paura?» gli chiesi un giorno.
«Solo di non vederti diventare la donna che sei destinata a essere.»
«E se non lo diventassi?»
«Lo diventerai, perché il dolore plasma più del tempo.»
Aveva ragione, ma allora non lo capivo.
E quando se n'è andato, il dolore è diventato tutto ciò che avevo.
Il giorno del funerale pioveva.
Non una pioggia leggera, ma una di quelle che graffiano la pelle.
Mia madre piangeva in silenzio, mio padre era lì solo per dovere. Io non piangevo.
Mi sembrava che il mondo intero fosse diventato muto.
Dopo, a casa, mia madre ha iniziato a buttare via le sue cose. Ogni foto, ogni libro, ogni oggetto.
«Basta ricordi», diceva.
Io invece li raccoglievo di nascosto, come se potessi salvare almeno una parte di lui.
È stato allora che tutto ha iniziato a crollare davvero.
Mio padre se n'è andato. Ufficialmente per "un viaggio di lavoro", ma sapevamo entrambi che non sarebbe tornato.
Mia madre si spegneva giorno dopo giorno.
E io? Io cercavo rifugio in Noah.
Solo che Noah, nel frattempo, cercava altro.
YOU ARE READING
Summit Ridge Acamedy
RomanceTutto nella vita di Ester sembra andare a rotoli, i genitori stanno divorziando e il suo amato nonno, a seguito di una malattia, morirà. La madre decide per tutte e due che è meglio cambiare aria e vita, e di conseguenza si trasferiranno a New York...
