A scuola Catherine non era brava.
O almeno, non nel modo che piaceva ai professori.
I voti erano un campo minato: mai del tutto disastrosi, ma mai davvero buoni. Stava sempre a galla, come chi sa nuotare ma non ha alcuna voglia di farlo. Non studiava più del necessario, e spesso neanche quello. Le versioni in classe, quando erano troppo corrette, diventavano un problema. La professoressa di italiano e latino—la famosa Signora Fabbri, capelli grigi tagliati netti sopra il mento, sguardo appuntito come un compasso—era convinta che Catherine copiasse.
> “Un lavoro così ordinato non può essere suo.”
Ma non c'erano mai prove. Solo supposizioni, sospetti e mezze frasi sibilate tra un compito e l’altro. Catherine non rispondeva quasi mai. Si limitava a incassare, con quel mezzo sorriso ironico che faceva infuriare anche i più pazienti.
Le interrogazioni le evitava con eleganza chirurgica: mal di testa, raffreddori improvvisi, visite mediche, “problemi familiari”. Era diventata una maestra nell’arte di sparire nei momenti giusti. I compagni iniziavano a commentare sottovoce:
> “Sempre assente quando c’è latino, guarda caso.”
“E poi fa la fenomena…”
Catherine aveva avuto un piccolo gruppo di amiche, sei in tutto. Erano affiatate, unite dalle pause in bagno, i messaggi a raffica durante le lezioni, i pomeriggi in giro per il centro.
Ma qualcosa si era incrinato.
Catherine aveva iniziato a parlare sempre più spesso del futuro. Di come un giorno avrebbe vissuto a New York, di quante lingue avrebbe parlato, dei suoi progetti di diventare “una delle donne più potenti al mondo”.
All’inizio le amiche ridevano, la prendevano in giro con affetto.
Poi no.
Poi aveva iniziato a stancarle. Una a una, si erano allontanate. Nessun litigio plateale. Solo silenzi, inviti mancati, conversazioni che si spegnevano. Alla fine del quarto anno, Catherine si era trovata da sola. E le andava bene così.
Anche a casa l’aria era pesante. I genitori erano stati fieri di lei, un tempo. Ma a lungo andare, quelle sue ambizioni avevano smesso di sembrare sogni e cominciato a sembrare illusioni pericolose.
> “Devi essere realista, Catherine.”
“Non basta volerlo per ottenerlo.”
“Svegliati. Non è un film americano.”
Avevano smesso di ascoltarla, e lei aveva smesso di parlare.
Non era stata bocciata. Questo no. Ma neanche lodata, stimata, incoraggiata.
Era diventata una presenza opaca tra i corridoi del liceo, un nome su un registro, una ragazza con troppi assenti e pochi voti dignitosi.
Un volto anonimo per la maggior parte dei professori.
Un fastidio per gli altri.
Un mistero che nessuno aveva voglia di capire.
Ma sotto la superficie, dentro quella ragazza dai maglioni larghi e dallo sguardo distante, qualcosa bruciava.
Non era rabbia, non ancora.
Era fame. Fame di rivalsa, di conferme, di un mondo che finalmente la prendesse sul serio.
Catherine non voleva solo “farcela”.
Voleva diventare leggenda.
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La Numero Uno
General FictionCatherine Lanti non era la prima della classe. Non era nemmeno tra le seconde, o le terze. Veniva evitata dai professori, ignorata dai compagni, abbandonata dalle amiche e delusa dai genitori. Tutti erano d'accordo: Catherine non sarebbe mai diventa...
