Prologo

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«Non credi di stare esagerando?»

«Ah, ora sono io quella che esagera?» La voce della donna tremava mentre infilava i vestiti nelle borse con gesti rabbiosi.

«Dai, Mia, non puoi negarlo.» L'uomo si avvicinò al divano, posizionandosi di fronte a lei. «Quella cosa non è normale.» Indicò con un cenno della mano la bambina seduta al tavolo della cucina, intenta a mangiare un budino alla vaniglia.

La piccola aveva solo otto anni. Due bionde trecce le incorniciavano il viso, le guance rosee erano gonfie per il calore della stanza e gli occhi nocciola, grandi e attenti, fissavano un punto indefinito davanti a sé. Non capiva esattamente cosa stesse succedendo, ma sapeva che non le piacevano le urla.

Non sopportava le voci spezzate dalla rabbia, il rumore delle porte sbattute, il suono di passi nervosi che andavano avanti e indietro. Non le piaceva il modo in cui sua madre parlava, con quella voce strozzata che usava solo quando tratteneva le lacrime. Non le piaceva quando piangeva da sola la notte, credendo che nessuno la sentisse. E non le piaceva dover preparare in fretta lo zainetto ogni volta che lei decideva di lasciare l'ennesimo fidanzato, perché significava una sola cosa: sarebbero tornate dalla nonna, ancora una volta.

Non le piacevano il caos, la tristezza, l'aria pesante che si respirava nelle stanze dopo un litigio. Ma una bambina certe cose non le capisce del tutto. Sa solo che fanno male, che la fanno sentire strana, come se il mondo intorno a lei fosse troppo grande, troppo confuso.

Così abbassò lo sguardo, ignorò tutto il resto e tornò a concentrarsi sul budino alla vaniglia poggiato al tavolo davanti a lei, affondando il cucchiaino nella crema liscia e fredda. Sullo schermo della cucina i cartoni continuavano a scorrere, le voci allegre e leggere si scontravano con il rumore di fondo della discussione, come se appartenessero a un altro universo. Un universo in cui non esistevano le urla, le lacrime, le porte chiuse in faccia. Un universo in cui sarebbe voluta restare.

All'ultima affermazione di lui, la donna scattò. Lasciando cadere i vestiti sul divano senza preoccuparsi dell'ordine e si girò furiosa, avvicinandosi a lui con uno sguardo minaccioso.

«Non ti permettere mai più di usare certi termini riferendoti a mia figlia.»

L'uomo fece un passo indietro, sollevando le mani in segno di difesa. «Hey, hai ragione, scusa. Non mi riferivo a lei. Solo che... quella c—» Si bloccò, inspirò a fondo, cercando le parole giuste. «Non è la prima volta che succede. È spaventoso. L'ho visto di nuovo oggi con i miei occhi. Ha cambiato per poi tornare come prima!»

«Tu sei pazzo.» Gli rivolse uno sguardo carico di disprezzo. «Non hai visto proprio niente.»

«Non sono pazzo! Anche Lori l'ha vista mentre lo faceva!»

La donna spalancò gli occhi, non solo per lo stupore. Per la paura.

«Cosa?» sibilò. «Quando l'avrebbe vista?»

«Due settimane fa.»

«E cosa ci faceva Loren in casa nostra?»

Il tono di lei era sempre più duro, il corpo teso, lo sguardo carico di furia.

L'uomo aprì la bocca, poi si bloccò. Capì troppo tardi l'errore che aveva fatto nel rivelare qualcosa che non voleva si scoprisse, e rimase muto. Loren, o Lori come la chiamava lui, era la sua nuova segretaria. La donna l'aveva conosciuta: una persona gentile, a modo, giovane. Ma per quanto avessero instaurato dei buoni rapporti, non era certo normale che la segretaria di un dentista si presentasse a casa sua senza essere prima avvisata.

Lei annuì lentamente guardandolo, il volto impassibile, ma lo sguardo tagliente.

«Risparmiati le scuse.» La sua voce era gelida. «Non ne vale nemmeno la pena, visto che hai già usato tutta la tua fantasia.»

Cromalidi - La Figlia dell'Ombra del MareHistorias para obsesionarse. Descúbrelo ahora