«Tre. Ti ho già ammazzato due volte. Aggiungiamone una terza, Sognatore.»
Lei è un vestito bianco sporcato dal peccato, un'anima da carnefice in un corpo d'agnello. È il mare in burrasca che ti spezza le ossa e poi ha l'ardore di fingersi arcobaleno...
Eravamo a terra, lei sopra di me, vestiti come fossimo nudi, intrappolati in quel fragile confine tra gioco e tragedia. La sua mano destra, tesa come una pistola, premeva contro la mia tempia con il grilletto immaginario pronto a scattare. «Tre.» «Che cosa?» «Ti ho già ammazzato due volte. Aggiungiamone una terza, Sognatore.» Ero troppo stanco e ubriaco, sedato da un'onestà che non potevo più controllare. Lei, invece, sembrava una visione distorta: una Lolita con indosso un vestito bianco immacolato che tradiva la purezza pretesa e forzata. La luce del tramonto accarezzava la sua pelle sudata, scivolando lungo le braccia e le cosce che brillavano sotto il peso della calda estate. Un mostro dolcissimo mascherato da agnello, nato per il sacrificio ma con l'anima di un carnefice. I suoi occhi sembravano strappati al cielo: due brandelli di azzurro e grigio mescolati. Le sue labbra rosee, così familiari eppure mai davvero mie, erano una promessa infranta, un invito crudele. Poi uno sparo, e io morto... per la terza volta, come promesso. Si chinò su di me, socchiuse gli occhi come fossero un sipario che si abbassa su un teatro in rovina e sfiorò la mia pelle ruvida con le lunghe ciglia scure in una carezza involontaria. Posò un bacio a fior di labbra sulla mia bocca: un bacio così sporco e sbagliato che una scopata, al confronto, sarebbe sembrata un atto sacro. Forse, in quel momento, si era accorta che non erano servite tre morti per distruggermi. Era bastata la prima: il modo in cui mi respingeva, con la leggerezza crudele dei bambini che si stancano dei loro vecchi ninnoli. Il suo non volermi mai, ma esserci sempre, in fondo. «Ti odio», ringhiava, «ti odio, ti odio! Ti detesto così tanto che ti strapperei il cuore!» Lo ripeteva con la determinazione di chi cerca di convincere prima se stessa. Ora quello sguardo corrucciato minacciava un nubifragio; lì c'erano chiaramente nuvole nere di passaggio, gonfie di pianto. Avrei voluto ridere di quelle lacrime insulse, perché sapevo di essere morto davvero, dentro. Perché quella creatura, prima di essere femmina, era mare in burrasca, incessante pioggia violenta, vento gelido che sferza e fa male, che spezza le ossa. Un uragano di quelli tremendi che arrivano senza preavviso e distruggono. E, una volta passato il caos, aveva l'ardire di fingersi arcobaleno. Non era mai pace: era un vuoto vorace, un'assenza che gridava più forte di qualsiasi presenza. Troppo consapevole del suo corpo in mutamento, matura nelle forme e bambina nei pensieri. «Addio, Sognatore. Stavolta per davvero.» Piccola bugiarda.
Anche quella volta se ne andò, come fanno le tempeste: senza chiedere permesso, senza guardarsi indietro, lasciandomi solo tra i detriti. Rimasi lì, sospeso in un vuoto denso, dove il nulla si mescolava alla rabbia e il desiderio al rancore. Lei non era mai stata mia, neanche per un istante. Eppure io ero stato suo. Sempre, irrimediabilmente, fino alla fine.
Lei, la mia tempesta.
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