Stavo sistemando gli ultimi fogli sulla lavagna. Riguardavo il piano con grande entusiasmo. Tutto tornava. I tempi. I turni. I margini di errore erano ridotti al minimo. Il piano... era perfetto.
Sergio aveva pensato ad ogni dettaglio.
Io e lui ci conosciamo da sempre.
I nostri padri erano amici, legati da una passione, le rapine.
Fu proprio in una di quelle che il padre di Sergio fu giustiziato. Il mio riuscì ad evitare quel destino, ma non la prigione. Quel giorno, per me, finì tutto. Mi rimasero solo loro. Sergio e Andrés.
Andrés fu il primo a prendermi sul serio. Non mi trattava mai da bambina, nemmeno quando lo ero davvero.
Diceva: <<Se vuoi stare con noi, devi sapere come si fa>>
E così imparai a rubare.
Andrés mi ha insegnato tutto quello che so. Era come un fratello.
Sergio, al contrario di Andres, non lo capivo. Sempre chiuso nei suoi pensieri, parlava poco, e per anni l'ho trovato distante.
E poi, un giorno, mi ha mostrato il piano.
Non so spiegare cosa sia successo in quel momento. Ogni pezzo era al posto giusto. Ogni azione aveva un senso. Ogni imprevisto era stato pensato.
Da allora, tutto è cambiato.
Con Sergio ho iniziato a parlare davvero. A capirlo.
Tra noi è nato un legame che non si spiega con le parole.
Ora sono qui, davanti alla lavagna, con il pennarello in mano.
Controllo gli ultimi dettagli.
Le uscite, i blocchi, le rotazioni.
Poi l'ho sentito arrivare.
<<Sergio!>> Esclamai girandomi.
<<Anzi meglio dire Professore, ti stavo aspettando>>
<<Hai un secondo?>> Mi ha chiesto il Professore, rimanendo sulla soglia.
<<Spero che tu non stia per dirmi che c'è un'altra modifica.>> Dissi pensando che ormai c'era troppo poco tempo e non saremmo riusciti a sostenerne un altra.
<<Non è proprio una modifica... è un'aggiunta.>>
<<Un aggiunta? Cosa stai dicendo?>>
<<Il figlio di Mosca...>>
Ho scosso la testa prima ancora che finisse la frase.
<<No. Assolutamente no. Ogni nuovo ingresso è un rischio. Non abbiamo bisogno di altri>>
<<So come la pensi, ma Mosca mi ha chiesto un favore. Dice che suo figlio ha il carattere...>>
<<Carattere?>> Lo interruppi, arrabbiata. <<Parliamo di un piano in cui ogni secondo, ogni variabile conta. Non è il posto per testare il "carattere" di nessuno>>
Il Professore si avvicinò di qualche passo.
Non era arrabbiato. Solo paziente. Come se sapesse che alla fine avrei ceduto. E il peggio è che aveva ragione.
<<Non te lo chiederei se non fosse importante. Voglio che tu lo vada a prendere>>
Mi voltai verso la lavagna, lo sguardo fisso sui nomi già scritti. Otto. Tutti scelti, nessuno trovato per caso.
Sbuffai piano.
<<Va bene>> Dissi infine. <<Lo vado a prendere. Ma se mi dà l'impressione di essere solo mezzo problema, lo riporto da dove è arrivato prima ancora che apra bocca>>
Lui annuì con un mezzo sorriso.
<<A volte penso che mi chiedi certe cose solo perché sai che non ti so dire di no>>
<<No. Te le chiedo perché so che lo farai meglio di chiunque altro>> Sorrisi a quell'affermazione.
Uscii senza aggiungere altro, ancora poco convinta della nuova aggiunta al piano.
Parcheggiai la macchina davanti alla fermata dell'autobus da cui tra poco sarebbe arrivato il figlio di Mosca. Aspettando il ragazzo continuai a maledirmi per aver detto di sì al professore. L'idea di portare dentro la banda un ragazzo che non conoscevo mi pesava. Persa tra i miei pensieri non notai l'autobus di fianco a me.
Poi però vidi il ragazzo. Passo sicuro, giubbotto di pelle, carattere che si percepiva anche a distanza.
Abbassai il finestrino e feci un cenno.
<<Sali>>
Lui esitò un attimo, poi si avvicinò con un mezzo sorriso. Aprì lo sportello e si sedette.
<<Così te saresti il Professore... mi sa che si sono scordati di dirmi qualche dettaglio>> Esordì scrutandomi dalla testa ai piedi.
Non riuscii a rimanere seria e mi feci scappare un piccolo sorriso.
<<Già... io non sono il Professore>> Dissi ricomponendomi, accendendo il motore.
<<E come ti chiami?>> Domandò aprendo il finestrino e tirando fuori da giubbotto un pacchetto di sigarette.
<<Vienna. E non fumare in auto, il Professore non vuole>> Aggiunsi nel mentre accese l'accendino.
<<Vienna, eh? Mi piace>>
Non risposi. Lo osservai di sfuggita mentre continuavo a guidare.
<<Io mi chiamo Dan...>>
Aprì la bocca, pronto a rispondere, ma alzai una mano fermandolo.
<<Non dirmelo. Non mi interessa il tuo nome vero. Nel piano, i nomi veri non esistono>> Lo interruppi.
Si lasciò andare contro lo schienale.
<<Allora? Come mi devo chiamare?>> Domandò.
<<Abbiamo scelto nomi di città. Tuo padre si chiama Mosca, devi stare attento perché nessuno deve sapere il suo nome vero>> Lui annuì.
<<Nomi di città... Sceglilo te per me, io non sono mai stato bravo in geografia>> Decise sorridendo.
<<Io? Fammi pensare un attimo>>
Lo fissai per un istante, in mente avevo solo una città e per un po' pensai che non ne fosse degno, ma decisi di dargli un occasione. <<Denver...>>
Sulla sua faccia si creò un sorriso. <<Dever? Perché?>> Chiese curioso.
Dopo quella domanda ripensai a mio padre e a tutti i suoi racconti sul Colorado. Lui era nato lì, in una piccola città vicino alle montagne. Quando poi i suoi genitori avevano deciso di trasferirsi lui si mise al lavoro per poter tornare in Colorado. Ma lo presero prima del suo ultimo colpo. Parlava sempre di quei posti come se fossero pieni di libertà e adesso si trovava chiuso in una gabbia senza via d'uscita.
<<Non lo so, è il primo che mi è venuto in mente>> Risposi alla domanda.
<<Mi piace>> Disse felice.
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DENVER- la casa di carta
FanfictionDopo l'arresto del padre ad Aida le rimanevano solo Andrés e Sergio. Iniziò a fare il mestiere del padre diventando socia di Andrés. Fino a quando Sergio non le mostrò il piano, da quel momento lei diventò Vienna. Un giorno dopo aver finito di siste...
