Prologo

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Vivienne

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Vivienne

Non avevo dormito.
Di nuovo.

I soliti incubi, quella mancanza che mi lacera l'anima, la sensazione di respiri contro la pelle, tessuti troppo umidi, stretti, che scivolano contro ogni curva. Ogni imperfezione.

Occhi addosso,
sospiri,
mezzi sorrisi.

Odori forti.

Qualcosa che mi tormenta, mi riempie di notti insonni, ma non si palesa mai davvero.

Non lo comprendo, il solito sogno, tanto confuso quanto reale.

Non solo un sogno...un incubo.

Latente.

Soffuso.

Alle sette e ventitré del mattino ero già a scuola, nell'impeccabile sala comune del più esclusivo e prestigioso liceo di New York. Rigidamente privato e profumatamente pagato, dalle famigliole esigenti che non bramavano altro che preparare i propri rampolli ad ereditare il mondo intero, promettendoli fin dalla nascita iscritti alla Yale University, al liceo collegata.

Non conoscevo famiglia d'alto rango che non ambisse alla Yale per il futuro dei propri figli, come se avessero partorito appositamente per rifilarli fra quelle mura gotiche e attempate, perfettamente curate e mantenute nel tempo... tenute su da rette annuali che potrebbero far innalzare grattacieli, da due mattoncini posati a terra in modo casuale.

Per un "comune mortale" solo pensare di poterla frequentare è pura utopia, ma per i figli dell'élite globale, basta pronunciare cognomi che trasudano potere per avere l'accesso assicurato.

Sapevo che alla fine del liceo sarebbe toccata anche a me, dopotutto mia madre, Celine Abigail Davies -la dolcezza del nome non definisce mai il carattere- non smetteva di ripetermelo dall'inizio di quest'anno, il mio ultimo anno qui. A volte mi domandavo se le piacesse tentare di fare il lavaggio del cervello alle persone. Lei era ossessionata, dai miei modi, dalle mie abitudini, dalle mie amicizie. Fin dal primo ricordo che ho della mia vita, la rivedo correggermi, per plasmarmi a sua forma e piacimento, come se io potessi essere solo un ornamento della sua vita, che deve essenzialmente piacere a lei.

Tale era il motivo per il quale ero stata seguita da psichiatri e psicologi negli ultimi due anni, dalla sera in cui qualcosa mi aveva cambiata, ma neppure io riuscivo davvero a capire cosa. Lei li aveva ingaggiati, per convincermi a mettere da parte ogni dubbio che mi facesse dubitare di quella notte della quale non possedevo memorie reali. Forse non li avrei mai avuti. Odiava che facessi domande, odiava vedermi smarrita a cercar di rincorrere frammenti di ricordi che non potevo avere. Per lei la scuola era l'unica priorità da portare avanti nel migliore dei modi, senza distrazioni, senza tensioni o paure che mi ostacolassero a dare il massimo di me.

Thomas, una crepa profonda del mio cuore, mio fratello, perso in un maledettissimo incidente otto mesi fa, mi aveva trovata stesa a terra in una delle stanze più lontane e remote della nostra villa quella notte. Quella sera ricordavo esserci stata una festa a casa nostra, organizzata da Alexander Fiennes, nostro padre, che ormai non vive più qui da quando fra lui e mia madre erano iniziati ad esserci disaccordi.

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