La luna splendeva indisturbata nel cielo quella notte di inizio primavera, regina di una notte limpida e colma di stelle. Il vento sussurrava tra le case e faceva danzare al buio i fili d'erba, movimenti casuali ma allo stesso tempo ipnotici.
Lo scrosciare del ruscello ai confini del villaggio creava una leggera melodia per le creature della notte. Un gufo solitario scandiva a ritmo il tempo con la sua voce, seguito dal coro dei grilli nascosti nella vegetazione.
Tra il villaggio e la città c'era una piccola collina, sul dorso della collina una modesta casa unifamiliare. Scrutando tra le tende delle finestre serrate si sarebbe riuscito a scorgere il barlume di una timida candela.
Il sangue ormai ricopriva il pavimento, i tappeti finemente ricamati subirono la stessa sorte. Schegge di vetro erano sparpagliate ovunque, incastrate tra le ferite.
Tra gli ansimi sofferenti e i colpi dei carnefici, ora un corpo quasi esanime lottava in cerca di una via d'uscita, d'altronde si sa, l'essere umano non farà altro che combattere davanti ad una minaccia nei confronti della propria vita. Ci si aggrappa al più fievole spiraglio di luce, sperando di trovarci il sole.
L'odore pungente e ferroso del sangue appena versato aveva infestato ogni centimetro dell'ambiente, rendendo fastidioso perfino il semplice atto di respirare. Ora un uomo era a terra, ansimante, i vestiti lacerati, i capelli scompigliati, con le mani cercava di tamponarsi le ferite, tossiva sangue.
"È inutile per te urlare, nessuno verrà in tuo soccorso" disse la voce di un uomo. La sua magra e slanciata figura si era piegata beffarda sul povero giacente a terra, un coltello da cucina insanguinato alla mano. Il bianco della camicia e gran parte del camice erano costellati da schizzi di sangue.
Piegò la testa come a studiare la scena dinanzi a se, stava fischiettando una melodia ad entrambi familiare che solitamente i medici utilizzavano come ninna nanna negli ospedali per calmare i bambini quando la situazione si faceva troppo pesante per le loro piccole e inesperte spalle.
Fece una pausa, il suo sguardo ora era ricolmo di noia, sbuffò e rivolse lo sguardo alla sua destra.
"Allora? È chiaro che questo non vuole collaborare, voglio tornare al laboratorio, sono arrivati altri piccoli" mormorò mettendo particolare enfasi sulle ultime parole, in seguito, senza aspettare un'immediata risposta, tornò a fissare con occhi spiritati la vittima.
Accanto a lui una figura vestita di tutto punto troneggiava superba sorridendo. L'uomo rimase in silenzio per qualche secondo come per soppesare una decisione dal peso troppo grande, poi parlò. Tagliente e conciso.
"Procedi. Ne a me ne al Dottore garbano i cani che abbaiano quando non è loro permesso." emanò con fare autoritario. Un processo di pochi secondi. Una condanna a morte. Lentamente mise una mano guantata nei tasconi del cappotto nero e dopo qualche secondo ne estrasse un oggetto avvolto in una stoffa cremisi.
Srotolò quindi il tessuto con cautela rivelandone il contenuto: un pugnale d'argento con una rosa incisa sulla lama. Non lo degnò di uno sguardo e lo passo al sottoposto, il quale era ancora accovacciato a terra.
Il mal capitato a terra era in preda ai lamenti, stava delirando per la perdita di sangue dovuta alle molteplici ferite che gli erano state inflitte ma nel momento in cui vide il pugnale si gelò all'istante.
Un rivolo di sangue gli scorreva sull'occhio, annebbiandogli la vista. Non pensando allo sforzo necessario, affidandosi a tutte le sue forze, egli si ripulì il viso affannosamente con la manica ormai ridotta a brandelli.
Sentì il cuore precipitare nelle profondità più oscure della terra e poté giurare di aver sentito la morte ancora prima di sperimentarla davvero. Impallidì e i suoi occhi si sbarrarono seguendo la lama nelle mani del suo boia.
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Love under investigation ||KavehxAlhaitham||
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