-Tutto a posto, miss?- domandò il tassista alla ragazza seduta nei sedili posteriori del veicolo, intenta ad osservare da più di dieci minuti la porta davanti alla quale si erano fermati.
Lo sguardo era assorto, ma tutto il suo corpo trasmetteva una sorta di nervosismo mal celato, a partire dalle labbra insistentemente morsicate, alle dita che si incastravano tra le onde morbide dei capelli rossi, probabilmente eredità di una qualche discendenza irlandese. La gamba destra non smetteva di tremare, mentre ad intervalli regolare i grandi occhi blu si spostavano sullo schermo del telefono, come se la giovane stesse aspettando una qualche chiamata che tardava ad arrivare.
Alle parole dell'uomo, il quale l'aveva osservata per tutto quel tempo senza più dire una parola, la ragazza si voltò, come ridestata da un qualche strano sogno ad occhi aperti.
-Si...bene...-rispose solo.
Il suo inglese era fluido, come se fosse nata da quelle parti, ma la sua pronuncia era sporcata da una chiara influenza americana, come se ci avesse vissuto sino a quel momento.
D'un tratto, come se una scarica l'avesse attraversata, afferrò la borsa sino a quel momento abbandonata al suo fianco, tirò fuori delle sterline dal portafogli e le consegnò all'uomo, il quale le afferrò, come temendo un ripensamento, e le infilò nel cruscotto del taxi, affrettandosi poi ad uscire dal veicolo per raggiungere il portabagagli, seguito dopo qualche secondo dalla giovane.
Depositò poco carinamente e in gran fretta la valigia e il borsone della sconosciuta e, dopo averla salutata a malapena, ripartì a tutta velocità, abbandonandola su quel marciapiede nel distretto di Marylebone, ancora intenta a fissare la porta dinnanzi a lei come se quella rappresentasse la bocca dell'inferno.
In realtà, per lei, si poteva dire che le cose stessero esattamente in quel modo: erano almeno dieci anni che non faceva ritorno a Londra e non sapeva esattamente come presentarsi di fronte alla zia dopo tutto quel tempo. Come avrebbe reagito? L'avrebbe accolta senza fare domande? Oppure le sarebbe toccato inventare qualche bugia per giustificare il suo ritorno non annunciato? Peggio ancora, avrebbe dovuto raccontarle la verità?
Sospirò affranta, tormentata da quei pensieri che quasi le stavano facendo esplodere il cervello. Chiuse gli occhi, caricandosi di tutto il suo coraggio, mentre il corpo era scosso da una profonda nausea. Dopodichè, un passo alla volta, si avvicinò alla porta tanto minacciosa, alzando una mano e bussando sonoramente.
***
La signora Hudson, con una vecchia scopa tra le mani, era intenta a spazzare via i trucioli del muro al quale quel benedetto ragazzo diSherlock Holmes aveva sparato per pura noia. Povera la sua casa, povero il suo muro e benedetta pazienza che dimostrava ogni giorno nel sopportare le stramberie del giovane detective.
Sospirò, osservando il salone e lo spiraglio di cucina che si intravedeva dalla porta scorrevole, entrambi immersi nel disordine e in un senso della pulizia alquanto discutibile. Più volte aveva provato a far ragionare Sherlock, assistita dal buon dottore, ma senza risultato alcuno.
A volte pensava che la complessa mente del detective si rispecchiasse in quel caos, dove lui solo avrebbe potuto vivere.
Sorrise al ricordo del primo incontro che aveva avuto con lui e il il dottor Watson, scambiandoli inizialmente per una coppia e suscitando l'imbarazzo di quest'ultimo, mentre Sherlock non aveva neppure notato l'allusione, talmente concentrato nelle sue elucubrazioni. Pensò a quanto quell'eccentrico ragazzo fosse cambiato nel tempo, a come John lo avesse cambiato, tutti se ne erano accorti.
Durante i due anni in cui il detective aveva finto la sua prematura scomparsa e nei quali anche il dottor Watson aveva abbandonato l'appartamento, lei si era trovata più di una volta a salire le scale per il piano superiore, schiudere piano la porta pronta a ricevere qualche spregevole considerazione, ma trovando ad attenderla solo il silenzio. Non aveva avuto neanche il coraggio di liberare l'appartamento e riaffittarlo, lasciando addirittura la testa mozzata che campeggiava nel frigo da quando i due erano andati a vivere lì.
Eppure era andata avanti, con fatica, retta solo dalla fitta corrispondenza con la nipote acquisita. Più volte la ragazza le aveva promesso che sarebbe andata a trovarla un giorno o l'altro, ma ogni volta disdiceva, dicendo che l'Accademia che stava frequentando la impegnava a tempo pieno.
Era una giovane forte la sua Ivy, chissà come era cresciuta e si era fatta bella in quegli anni. Ricordava ancora quando andava a vederla danzare ai suoi primi saggi, indosso un tutù quasi più grande di lei e un body rosa che fasciava il suo corpo acerbo di bimba di quattro anni, la quale però aveva già dovuto affrontare la morte prematura della madre e la lontananza del padre, il quale però, nei periodi di congedo, non si sottraeva ai suoi doveri e le dimostrava tutto l'amore del quale era capace. Le parve di vedere la sua figura che si dimenava proprio in quel salotto, il suo primo palcoscenico, mentre la fissava con i suoi grandi occhi e il volto costellato di lentiggini.
Fu destata dai suoi pensieri dal suono di qualcuno che bussava alla porta principale.
-Che siano dei clienti?- pensò, dato che lei non riceveva mai molte visite.
Sherlock e il dottore erano usciti quella mattina, probabilmente impegnati nell'ennesimo caso per la polizia, ma entrambi avevano una copia delle chiavi.
Lanciò un'occhiata all'orologio sul camino: le sei passate.
Altro bussare, stavolta più insistente. Così, lasciando la scopa sul pianerottolo, corse più veloce che poteva giù per le scale per andare ad aprire. Vista l'insistenza, doveva trattarsi di qualcuno con una certa premura.
Quando aprì la porta, accogliendo chiunque fosse con un cordiale sorriso, quasi il respiro le si bloccò in gola, tanto che dovette portarsi una mano al petto per accertarsi che il cuore battesse con regolarità.
In piedi sul marciapiede, davanti al 221B, stava una giovane, ventotto anni circa, capelli rossi, sciolti sulle spalle in morbide e voluminose onde, occhi verdi che la fissavano, chiaramente imbarazzati o forse terrorizzati. Il corpo, snello e tonico nel suo metro e sessanta, era coperto da un leggero abito di cotone bianco che le arrivava a metà coscia, il tutto completato da un paio di anfibi e una giacca di pelli.
Notò solo in quel momento il sorriso nervoso che quella le rivolgeva.Avrebbe potuto riconoscerlo tra milioni, in quanto, nonostante gli anni trascorsi, non era cambiato.
-Ciao zia Martha- la salutò, la voce carezzevole.
E la signora Hudson? Semplicemente cadde a terra, priva di sensi.
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Ivy
Misterio / SuspensoIvy Murphy fa ritorno a Londra dopo anni di lontananza, tornando a bussare alla porta della sua unica parente in vita, Martha Hudson. Il suo ritorno ha molti punti oscuri, ma nulla rimane a lungo un mistero per il più grande detective di Londra. She...
