Maschere, Gelati e Confessioni Notturne

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Marinette avrebbe voluto con tutta sé stessa sbattere la testa contro il muro. Più e più volte.

Si era fatta scappare l'ennesima occasione per dichiarare il suo amore ad Adrien. Un'occasione d'oro, servita su un piatto d'argento. Le sue amiche erano riuscite a orchestrare la situazione perfetta, curando ogni minimo dettaglio e studiando persino l'atmosfera ideale: avevano fatto posizionare il carretto dei gelati di André direttamente fuori da scuola, esattamente nell'attimo in cui Adrien sarebbe uscito dalla palestra. Marinette avrebbe dovuto solo trovarsi a passare di lì "per caso", di ritorno da una finta commissione.

Tutto pianificato nei minimi dettagli. Tutto perfetto. Se non fosse stato per il fatto che, non appena gli occhi verdi di Adrien si erano posati su di lei, la sua bocca aveva iniziato a balbettare un ammasso di sillabe incomprensibili.

Come se non bastasse, il tempismo del "Gorilla" era stato micidiale. Adrien aveva ringraziato mentalmente la sua guardia del corpo per avergli ricordato che doveva rincasare immediatamente per la lezione di cinese, salvandolo da quella situazione bizzarra.

«Ci vediamo domani,» le aveva detto a malincuore, regalandole uno dei suoi sorrisi gentili prima di salire in auto.

In realtà, Adrien avrebbe chiacchierato volentieri con lei. Una volta varcata la soglia di casa Agreste, lo aspettava solo il silenzio della sua camera. Solo. Come succedeva ogni santo giorno. L'unica eccezione a quella gabbia dorata erano i momenti in cui si trasformava in Chat Noir per combattere i superattivi al fianco della sua Milady.

Però, quel pomeriggio, era successo qualcosa che Adrien non si sarebbe mai aspettato.

Mentre chiudeva la portiera dell'auto, lo sguardo gli era caduto sul marciapiede. Aveva visto Marinette portarsi le mani al volto, nascondendo il viso come se qualcosa l'avesse profondamente turbata. Quel gesto disperato, e il non sapere cosa l'avesse ridotta così, lo stava facendo letteralmente uscire di testa.

L'attesa era stata un'agonia. Dopo aver cenato in un silenzio tombale nel monumentale tavolo della sala da pranzo, Adrien si era ritirato in camera sua e aveva chiuso la porta a chiave.

«Plagg, trasformami!»

Nei panni di Chat Noir, aveva saltato di tetto in tetto con il cuore in gola, guidato da un istinto irrefrenabile, fino ad atterrare sul terrazzino che conosceva fin troppo bene. Con sua somma sorpresa, trovò Marinette proprio lì, appollaiata contro la ringhiera, lo sguardo perso nel vuoto di una Parigi illuminata, triste e sconsolata.

L'eroe deglutì, avvicinandosi quatto quatto. Non aveva ancora un'idea precisa di cosa dirle per consolarla; non poteva certo uscirsene con un bizzarro: "Ehi ciao, ti ho vista triste oggi dopo che me ne sono andato in macchina". Doveva essere discreto, meno invasivo possibile. Ma il vantaggio della maschera giocava a suo favore: come Chat Noir, avrebbe potuto chiederle il motivo di quell'espressione cupa senza destare sospetti.

Gli stringeva il cuore vederla così. Lei, che era sempre così bella, solare e piena di vita, capace di contagiare chiunque con il suo buon umore e il suo sorriso.

«Buonasera, principessa,» le disse, atterrando con grazia felina a pochi passi da lei. Con un gesto fluido ritrasse il bastone allungabile e lo ripose nel suo alloggio, dietro la schiena.

Marinette sussultò. Chat Noir era letteralmente l'ultima persona che avrebbe voluto vedere quella sera.

«Uhm...» lo salutò, la voce intrisa di un'irritazione che non riuscì a nascondere, prima di rendersi conto di essere stata un po' troppo brusca. «Scusami, ma... davvero non è serata.» Si portò una mano alla guancia, appoggiandovi il peso del viso.

E' solo una maschera Stories to obsess over. Discover now