1. Infanzia

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×Piccolo riferimento, capitolo 24 Underlove×

Mi fisso a lungo allo specchio. Il mio riflesso mi rappresenta davvero? Questo ragazzo, uomo, adulto che ricambia il mio sguardo con quei occhi color nocciola sporca, un regalo da parte degli antenati di mia madre, sono davvero io?

Il mio viso pallido sembra stanco e le mie labbra,che prima erano piegate in un sorriso falso e sforzato per mantenere l'apparenza, ora, non hanno nemmeno lo stimolo di muoversi, perché lo sanno, io lo so. Sono stanche di mentire.

Che cosa penso si me stesso? Mi faccio schifo ecco perché sono in bagno. Cerco di riprendermi.
Sospiro e prendo a lavarmi le mani,lasciando che la mia mente si calmi e ridiventi lucida, non posso lasciar perdere e non posso cedere. Non ora,mai, per nessuna ragione.

Alzo lo sguardo dandomi di nuovo una rapida occhiata osservando quei lineamenti così diversi eppure così simili che tanto odio ed amo allo stesso tempo, con attenzione.
A parte gli occhi, simili per quel colore leggermente più chiaro di un maschio tailandese medio, le mie labbra,il mio viso appuntito, quasi felino, sono quelli dell'unica parte che compone il mio DNA, che conosco. Il resto, è sconosciuto.

La mia mente mi riporta di getto al passato, ricordandomi il perché, a me, non era più concesso essere me stesso in quella vita, a ricordarmi che io,non avevo diritto di farlo, avendo un obbiettivo, scopo, che mi aveva fatto promettere di votare la mia intera vita al desiderio di giustizia che però, aveva un retrogusto molto vendicativo.

Avevo dodici anni, quando venni a conoscenza delle due realtà più brutte della mia vita. Cominciai a capire davvero cosa volesse dire la parola sacrificio e vendetta, vedendo la realtà com'era veramente, osservando come le pareti di quel fragile castello di vetro, crollarono attorno a me.

Ero sempre stato un bambino tranquillo, il mio carattere mite aveva sempre trasmetto stabilità e serenità alle persone.
Ero vivace, dolce e pieno d'interessi, uno tra i quali era disegnare, mi piaceva molto disegnare ed ero affascinato dall'arte di ogni tipo e colore.
Era come se fossi già un piccolo uomo nel corpo di un bambino, che seppur contraddistinto dai soliti atteggiamenti infantili tipici di quell'età, sapevo essere già molto responsabile.
Ero felice perché inconsapevole.

Vivevo in una splendida casa, con una famiglia completa, che si amava e si voleva bene,due fratellini minori bellissimi, con cui passavo la maggior parte del mio tempo libero, sentendomi maggiormente legato al mio fratellino, il maschietto , ed avevo una discreta quantità di amici che non si era fermata all'apparenza forse troppo fredda e boriosa che poteva dare di riflesso il cognome che portavo.

Amato e coccolato a 360°, finché, forse nella maniera più brutale possibile, per due volte, venni preso letteralmente a calci in culo cadendo rovinosamente dal piedistallo in cui ero stato messo fin da quando i miei ricordi avevano inizio.

Mongkut Prasuk.
Era questo il nome del calcio in culo di cui parlavo prima, il nome della persona che più odiavo al mondo.
Quel giorno, ero tornato da scuola al pomeriggio ed avevo sentito subito che qualcosa non andava. Delle urla molto forti sia di mia madre che di mio padre provenivano dal piano di sopra. La nostra casa era immensa, ed a quel piano c'erano le stanze di ognuno di noi. Stavano litigando? Ogni tanto capitava, ma non discutevano mai in stanza e comunque non a quei toni così alti. Perché sentivo dei rumori strani, sordi come dei colpi?
Mollai la cartella a terra e feci le scale che portavano al secondo piano, saltando due gradini alla volta, il cuore in gola quando sentii il rumore distintivo del vetro spaccarsi a terra e dio solo sá di che temperatura fosse il mio sangue quando sentì il suo di lamento. Il pianto ininterrotto e disperato di mio fratello, Chan.
Mi congelai.

YangWhere stories live. Discover now