Soglia (threshold)/sò·glia/ 1. Piano che unisce al livello del pavimento gli stipiti di un vano d'ingresso2. La grandezza o l'intensità che deve essere superata perché una certa reazione, fenomeno, risultato o condizione si verifichi o si manifesti.
3. Nella costruzione navale, la parte più alta e robusta del fasciame esterno degli scafi di legno.
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Dopo che te ne sei andato ti ho sognato parecchie volte. Non era per nulla piacevole svegliarmi con il ricordo del tuo viso. Molto spesso iniziavo a piangere, a pizzicarmi la pelle e a conficcarmi le unghie nelle cosce nude. Dormo in mutande anche di inverno, anche se non ci sei più: la notte ho sempre caldo, caldissimo, come se accanto a me ci fosse il tuo corpo. Non so se sei rimasto in qualche modo, ma te ne saresti dovuto andare completamente. Perché del tuo calore non ne ho bisogno, mi brucia continuamente e provo dolore anche quando faccio docce fredde, gelate, per liberarmi di te. Perché non ce la faccio più. Mi sei addosso anche dopo tutto questo tempo.
Vorrei che tu mi fossi indifferente, ma ti odio tremendamente. E tutta l'amarezza che provo nei tuoi confronti mi comporta una nausea costante. Tu mi hai lasciato e te ne sei andato, io ti ho lasciato, ma lasciato vivere dentro di me. Non ha nemmeno più così importanza. Mi chiedo poche volte dove sei, cosa stai facendo, se mangi, se dormi, se scopi e con chi scopi. Ormai, giuro, non mi interessa più. Però te ne devi andare completamente. Invece ti piace torturarmi.
Ancora mi ricordo la prima volta che ti ho visto, con la fronte aggrottata, i capelli scuri che ti coprivano la fronte e lasciavano trasparire poco dei tuoi occhi altrettanto scuri, e distanti. Sei sempre stato così distante, ma così vicino. Vicino per poterti toccare, baciare, mordere, farti mio, ma lontano da amare. Non ti sei mai voluto far amare, nonostante io avessi un cuore traboccante di sentimento, che volevo dare a te e soltanto te.
E le prime parole che mi hai detto: ti sei presentato con un sorriso tutto spento, ma mi avevi parlato con calore. Sembrava fosse sbocciata la primavera intorno a noi, ed era inverno come ora. Eri vestito con la giacca che poi sarebbe diventata la mia preferita e te l'avrei rubata più volte. Mi stava un po' stretta, ma per sentire il tuo odore avrei sopportato tutto il tempo muto. Come ho sempre sopportato, in silenzio, muto solo per te. Per noi.
Hai sempre parlato troppo, troppe parole, ma tutte vuote. Alla fine te ne sei andato. E non hai mantenuto nemmeno una promessa. è divertente ripensare a quelle stronzate, sorridere sofferenti, ma ridere come se fossero esilaranti. Te le ricordi, almeno?
Sono sempre arrabbiato ormai. Sono arrabbiato perché in testa ho solo te.
Poi un giorno sei tornato, ti ho trovato a casa del nostro migliore amico. Hai spalancato gli occhi, le tue guance sono arrossate dalla vergogna e non sei riuscito a dirmi una parola. Colpa mia che ho le chiavi dell'appartamento di Taehyung, colpa mia che entro senza permesso, che vado da lui senza avvertire, nonostante mi dica continuamente di farlo. Mi sta bene. Mi sta bene anche perché sotto lo spesso strato di insofferenza che provo nei tuoi confronti, ho ancora il cuore che mi batte forte. La causa cerco di trovarla nel risentimento, ma sono solo un illuso.