Ero in quell'ufficio dalle 9 e 20 del mattino, con la mia copywriter vestita da vero creativo milanese. Total black e stivalata col tacco alto, chiaramente. Acida, ovviamente, perché era tutta un mal di schiena, tutta un giramento di palle.
- A Raffaè, 'ndo sta Gianfranco? Che me dai qualcosa da magnà? - dice Lui con la voce roca, sporca, da drogato, sputando pensieri sconnessi da quel suo cervello brasato, bruciato, carbonizzato. Si alza, barcolla, dà una zampata al tavolo e tira giù una pila di fogli da storyboard che finiscono sotto le ruote della sedia.
Sarà anche tra i più bravi registi di spot della pubblicità italiana, Lui, ma che schifo di uomo. Si guarda intorno con gli occhi appannati da rettile sospettoso, rognoso, ostile, passandosi le mani su quella specie di barile pieno di birra che ha al posto della pancia, là sotto la salopette di jeans. Questo barbone miliardario e puzzolente si gira piano verso di me, mi guarda in mezzo alla fronte come fanno i ciechi, e poi appoggia lo sguardo su qualcosa che ha intercettato là, dietro le mie spalle. Sono le quattro e un quarto del pomeriggio, e ha ancora quel rivolo di caffè da stamattina, quella riga marrone che gli scende giù dall'angolo della bocca, giù sul collo, giù sul bianco della maglietta e ancora giù, fino alla fibbia della salopette. È così assuefatto alla coca, così fuori di testa che manco se n'è accorto, oppure, ancora peggio, lo sa ma se ne sbatte.
Per non parlare degli altri due, forse ancora più disgustosi di 'sto cristo in putrefazione.
Alberto il capo, è un maschio alfa over 60, capelli bianchi, denti gialli, giacca marrone, parte-del-compenso-in-nero.
Ha cominciato a rubare, con la sua prima casa di produzione, alla fine degli anni '70. Quando io mi cuccavo i cazziatoni da mio papà perché al sabato bigiavo e andavo in Liguria a fare il bagno invece di andare a scuola, lui pigliava le stecche dalle agenzie di pubblicità, e andava in Brianza a comprarsi le ville con piscina. Ha tentato di fare il regista per qualche anno, ma mica è un lavoro che ti puoi inventare, ci vuole talento, perfino Al Pacino se n'è reso conto, ha girato due cazzate poi ha rinunciato ed è tornato a fare il suo. Quindi il nostro Alberto La Stella, detto La Stecca, a un certo punto ha deciso di fare sul serio e si è messo in società, anzi, associazione a delinquere, con quest'altro qua, il mega produttore super mafioso Raffaele La Rosa. La Stella & La Rosa production, ma rendiamoci conto. Hanno pure il logo con la rosa rossa e la stella gialla stilizzate in campo blu, a mo' di scudo feudale, i nostri cavalieri della malavita milanese.
Raffaele è chiatto chiatto, si muove a passetti veloci veloci e sedere stretto stretto. Ha i denti ricoperti, il riporto e il rialzo nelle scarpe, ma veste modaiolo, da uomo di cinema, dolcevita e pantaloni neri, alla Streheler, e scarpe da ginnastica All Star. Eh, però invece di migliorare, fa ancora più senso, sarebbe meglio che andasse nella direzione della cosa, cioè che seguisse la sua vera essenza di viscido mafioso di provincia e si presentasse come un impresario musicale da B-movie anni '70, con trench, forfora e borsello.
Che ore saranno? Madonna quanto guardo l'ora. Raffaele arriva con un cabaret di pasticcini e i caffè, e giù che adesso perdiamo un'altra mezz'ora a fare niente e io che almeno oggi volevo arrivare a casa a un'ora umana e stare con loro.
- Vuoi il latte, Francè?- mi chiede - Sì, lo so, niente zucchero. .. Ma porca zozza..., ci stanno già le zanzare!"
"No", risponde un pensiero che attraversa la mia pancia, "no, si dice giagiae." A casa mia si dice così, giagiae, eh, anche adesso che nostro figlio ha 4 anni e parla meglio di un cronista sportivo, anche adesso diciamo giagiae, sempre, per sempre. Perché è più bello.
Mentre 'sti tre cavalieri dell'apocalisse attaccano il vassoio di paste come fosse un villaggio da saccheggiare, guardo l'ora. Le 16.34. Chissà quanto tempo dovrò ancora passare sequestrato, qua dentro. Guardo la porta, e più a destra la vetrina di vetro opalino antisfondamento che dà direttamente sulla strada. Quanti metri saranno, dalla mia sedia al finestrone, penso non più di 3 o 4. Guardo di nuovo l'ora. Le 16.35. Madonna quanto guardo l'ora. Tra qualche minuto, proprio là fuori, sul marciapiede, passerà mio figlio per mano a mia moglie che è andata a prenderlo all'asilo, perché ha il part time, beata lei. Lei dice che ha sacrificato il suo lavoro per stare con il nostro bambino ma non sa che è peggio sacrificare lo stare con il proprio figlio, per il lavoro. Passeranno a pochi metri da me, proprio là fuori, totalmente ignari che papà è qua, così vicino ma distante anni luce dalla loro realtà, dalla loro giornata, dalla loro merenda. Magari ecco, magari quelle due ombre che stanno passando adesso sono proprio loro.
- Franci, sto sclerando - nitrisce quella cavallona della mia copy, lanciando il cellulare sul tavolo e riportandomi alla mia, di realtà.- Hanno chiamato dall'agenzia, il cliente ha segato la campagna dello yogurt, e dobbiamo rifare tutto entro domani mattina, quindi si lavora tutta notte quindi di nuovo pizza quindi carboidrati quindi domani +2 chili.
Loro. Stare con loro. Più sto con quella donna e quel bambino, più sto nella loro bellezza, più sento la mia forza. Non mi ricordo neanche quand'è stata l'ultima volta che ho messo a letto mio figlio, arrivo a casa dal lavoro sempre troppo tardi, e stasera sarà l'ennesima sera in cui rivivrò la solita scena di me che entro in ascensore per salire a casa, e guardo l'ora, madonna quanto guardo l'ora, e so che lui è andato di nuovo a dormire senza di me, e penso che non è la stessa cosa addormentarsi senza il bacio della buonanotte. Senza il SUO bacio della buonanotte.
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Zanzare
Short StoryRacconto breve un po' caustico, un po' diabetico e molto ironico sull'eterno dilemma, che colpisce uomini e donne, anche quelli che fanno lavori fighissimi come il creativo in pubblicità. È peggio sacrificare il lavoro per stare con il proprio bamb...
