Il cacciatore di farfalle

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Mi sento rotta. Frammenti di stomaco irritati, pieni di sangue, induriti dalla delusione.

Che cos'è questo buco che sento dentro, che mi fa stare male fisicamente? È un dolore mentale, lo so. È un dolore dell'anima, si sente tradita.

Non l'ho protetta abbastanza, l'ho spogliata di ogni velo, l'ho lasciata alla mercé di tutti. E io non ho fatto niente per proteggerla. Sono rimasta ferma a guardarla venire derisa, umiliata, calpestata. Questo è quello che sento. È il senso di colpa che mi divora. È il pensiero di sentirmi sbagliata per come provo i sentimenti, per come vivo la vita. Ma so che non sono sbagliata. Provo sentimenti troppo veri per esserlo.

Forse sono sola...ma forse lo siamo tutti.

Nessuno mi capirà mai completamente, probabilmente nemmeno io.

La vita mi vive e mi faccio vivere, voglio che sia così. Voglio sentire ogni emozione esplodermi per tutto il corpo, voglio poterla osservare, sentire. Voglio poterla descrivere e incastrare nel foglio.

Forse sono avida di emozioni, forse lo sono troppo.

Mi sento come il cacciatore di farfalle che, con immensa frenesia, si diverte a catturarle e a collezionarle, per poi rivederle con maniacale ossessione. Forse sono ossessionata. Forse l'arte e tutto ciò che è poetico sono la mia condanna.

Una volta mi hanno detto: "Riesci a fare emergere il poetico che c'è in ogni persona con cui ti relazioni", e all'inizio l'ho preso come un motivo di vanto, qualcosa di cui andare fiera, che solo io sapevo fare. Ma ora ho capito che forse è solo una maledizione, un macigno enorme da portarmi addosso per sempre.

Dò modo alle persone di scoprirsi perché prima di ogni cosa ricerco le emozioni, quelle vere. Prima di tutto, prima ancora di me.

Vivo per l'esatto, per il puro. Mi annullo completamente per essere un tutt'uno con le sensazioni.

Ma la vita non è solo emozione, non è solo sensazione.

Solo che io questo lo so, e per quanto cerco la purezza dei sentimenti, ne tengo sempre conto, e agisco di ragione.

Ma gli altri no, agli altri non viene così facile. Per loro o sono sentimenti o sono ragione. Si perdono. Impazziscono. Si spaventano. Iniziano a vedere il profondo di ogni brivido e non reggono la nitidezza di quel mondo.

È troppo, non ce la fanno.

Lo capisco, non li biasimo. Sono scelte.

Quando fissi dritto il sole per ammirare la sua bellezza finisci per farti male. Vuoi vederlo più da vicino, più nel profondo, ma ti brucia gli occhi, ti fa distogliere lo sguardo. Ma io non lo faccio.

Mi faccio bruciare la retina, sento gli occhi che si bagnano di lacrime, vedo solo luce e ombre. Ma poi mi abituo a quella macchia scolpita dentro gli occhi e riesco a vedere oltre. Distinguo il profilo tondeggiante del sole dal candore dei suoi raggi. Riesco a vedere le sue sfumature, sento tutto un altro tipo di calore, mi faccio vivere dal sole.

E mentre gli altri, con il viso pallido, hanno deciso di distogliere lo sguardo, io adesso vedo macchie, ho il viso rosso e so descrivere il profondo di un qualcosa di infinito.

Lo racconto, lo descrivo perché l'ho potuto vivere, l'ho voluto fare. E la gente rimane affascinata, domandandosi cosa sarebbe potuto succedere se avessero tenuto lo sguardo qualche istante in più.

"Ma se mi avesse bruciato?"

Ma se ne fosse valsa la pena?

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