Ricordo solo adesso, giocavamo insieme da bambine, io e lei. Non eravamo in pace perché non conoscevamo la guerra. La nostra era un'armonia spontanea ed indifferente nella sua bellezza. Ricordo solo adesso, gli occhi spenti e passivi di quella bambina erano agghiaccianti, erano come una storia dell'orrore in un libro di favole. Ricordo adesso quel nasino minuscolo, quelle guance piene, rosee e quei riccioli dorati, una cornice luminosa intorno ad una tela dipinta di nero. Una bambina con delle mani tanto piccole non dovrebbe conoscere tutto quel nero, invece adesso ricordo, lei ci immergeva ogni giorno le dita e le braccia,il viso,i capelli; non restava niente di quella luce, si spegneva giorno dopo giorno. Ma lei non soffriva, lei maneggiava il dolore come se fosse la sua bambola preferita, con disinteressata attenzione, senza disprezzarlo, ma senza neanche curarsene. Ora ricordo quanto fosse sola. Intorno a lei c'era una distesa di parquet rovinato e muri sporchi, porte vecchie e cigolanti e cucine senza tavoli. C'era una donna anziana e malata che silenziosamente meditava su ciò che stava per lasciare tra quelle stanze, solo lei rivolgeva uno sguardo distaccato alla bambina che giocava. C'era molto silenzio, per questo ho avuto tanto bisogno di caos. C'era odore di pomodori freschi e detersivo per i panni, ora ricordo, esisteva un letto in quella casa, sempre sfatto, fuori al balcone giacevano piante morte e maleodoranti, ci giocavo, giocavo con il terriccio tra la polvere di un terrazzino cui sottostava un'officina, ricordo benissimo il rumore metallico degli attrezzi a primo mattino. Avevo bisogno di latte, ma non c'era quasi mai, appariva a tarda sera e al mattino presto, sempre durante il dormiveglia, come un sogno. Ricordo solo adesso la stanza degli imbrogli, sempre in disordine, così inutile e così preziosa. Doveva essere la stanza dei giochi e quando io e quella bambina fummo costrette ad abbandonarla ci raccontammo che un covo di lucertole serpeggiasse dietro l'armadio e sotto il pavimento, così da proteggerci dalla nostalgia di quella casa vecchia, enorme e troppo costosa che era diventata la nostra prigione, ma io e lei non conoscevamo altro e avevamo tanta paura, eravamo convinte di doverci proteggere da qualcosa o da qualcuno, eravamo convinte che il mondo fosse ancora più instabile di quella prigione, la cosa peggiore e che così fu. Mi è sembrato di camminare sopra il filo di un rasoio per tutta una vita e me ne sto accorgendo solo ora, da quando ero solo quella bambina, che, indisturbata, aveva accettato la precarietà come condizione necessaria senza soffrirne e solo perché ignara della pace che le sarebbe spettata di diritto. C'è un confine così labile fra tranquillità e apatia che nessuno lo vede: quella bambina che agli occhi di tutti sembrava Serena, non era altro che un campo aridamente immenso di piante morte.
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Ego
Short StoryEgo è un'esplosione di pensieri che si intrecciano generando la versione più complessa di me.
