Dita scheletriche ombra di quella che una volta era una ragazza scorrevano lentamente le pagine del diario.
Teneva una penna tra le labbra violacee, mentre gambe ricoperte da un giardino di lividi colorati erano incrociate su un ammasso informe di coperte.
«Cazzo.»
Sputò la penna e si alzò dal letto indispettita, passandosi una mano tra i capelli annodati e tirandoseli indietro con foga. Odiava non sentirsi in grado di far qualcosa, non faceva altro che accrescere la sua convinzione di essere la persona più stupida sputata su questo ammasso di cemento di mondo. Lanciò un'occhiata al libricino abbandonato sul letto, quasi a sfidare le pagine morte. "Tentar non nuoce! A volte per persone come te è più semplice scrivere che parlare. O almeno, tu con me non parli."
Le aveva fatto un sorriso fiducioso, un sorriso che le aveva fatto venir il voltastomaco e voglia di cavargli fuori dal cranio quegli occhi giallastri segno di una vecchiaia mal consumata.
Tirò fuori una sigaretta dal pacchetto e la accese con mani tremanti, bruciandosi fili sottili di capelli che le cadevano davanti agli occhi. Odore di pollo bruciato le riempì le narici. Appoggiata alla finestra di camera sua, guardava il cielo scuro e provava a scorgerne le stelle, senza riuscirci. Le luci di una città troppo viva rispetto a lei non lo permettevano, accecandole.
Mentre osservava le formiche a forma di persona sotto di lei, ricordò con un leggero sorriso la prima volta che aveva provato a fumare. Era il suo tredicesimo compleanno ed aveva tossito fino a farsi venire le lacrime agli occhi. Quella volta aveva deciso che non avrebbe mai più toccato una sigaretta.
Lasciò che il vento consumasse l'ultima parte della marlboro, mentre lei ammirava la cenere arrampicarsi lentamente fino al filtro. Con un movimento rapido poi, la buttò di sotto, lucina rossa che precipitava nel buio.
Prese il cellulare in mano per guardare l'ora. Erano le 3.41 del 5 ottobre 2018.
Fissò angosciata per quella che sembrò un'eternità la data sullo schermo.
Mancavano cinque giorni.
Non era sicura di potercela fare. Si era illusa di poter migliorare, in fin dei conti il tempo guarisce, non è per caso ciò che dicono tutti? Non era stato così, doveva aver sbagliato qualcosa, perché altrimenti non avrebbe saputo spiegarsi il motivo per cui avesse tanta voglia di tuffarsi di testa dalla finestra di camera sua. Si chiese quanto dolore il corpo umano fosse in grado di sopportare, se esistesse una sorta di soglia oltre la quale non si può andare, oltre la quale ci si spezza cadendo nella follia pura.
Se sì, lei si trovava senza dubbio al limite di quella soglia.
