18:00

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18:00
Erano appena suonate le sei al campanile lì vicino. L.T. gettò il mozzicone che stava rigirando convulsamente tra due dita. Si avviò verso la porta, certo che si sarebbe aperta. Eccolo che pestava lo zerbino e poco dopo sbatteva l'espressione sorniona contro la porta. Imprecò, sistemandosi il naso. Non si era aperta. Controllò l'orologio al polso. Segnava le 18:02. Non voleva bussare, sarebbe stato troppo indiscreto. Lanciò uno sguardo a destra e poi a sinistra, accertandosi che non vi fosse nessuno di passaggio sotto i porticati. Si frugò in tasca e ricontrollò, sicuro di essersi sbagliato, sul cellulare. Ora segnava le 18:03. Spazientito, finalmente bussò due volte di seguito. Un solo colpo non sarebbe stato percepito, mentre tre avrebbero smascherato la sua ansia. Due erano un giusto mezzo. Non aveva sentito il suono dei passi, ma la porta si aprì quel poco che bastava per mostrare due occhi neri, lucidi e profondi, che lo fissavano dubbiosi. Quell'ombra svanì ancora prima di essere vista e la porta si aprì di più.
-Scusi signore, non sapere che lei ha appuntamento per quest'ora.-
L'uomo non la considerò neanche ed entrò. Dentro, la stanza era piccola, ma un corridoio stretto portava altrove. La donna richiuse frettolosamente la porta, poi si sistemò di fronte all'uomo, sempre con quegli occhi languidi attaccati alla sua pelle, al suo viso.
-In realtà, avevo un appuntamento mmh...- disse controllando l'orologio, mentre si toglieva la giacca e la porgeva alla donna-...per cinque minuti fa.
La donna prese con attenzione la giacca e zampettò verso un attaccapanni.
-Mi scuso ma non avevo visto l'ora...ora sistemare subito, non si preoccupa lei. Prego, se accomodi.-
L'uomo si guardò intorno in cerca di una sedia che avrebbe comunque rifiutato per la fretta, ma non ne scorse nessuna. Al contrario si accorse di una presenza che prima non aveva notato: seduta su uno sgabello, poco dietro il bancone, c'era una ragazzina che lo fissava. Aveva gli occhi scuri come l'altra donna, ma i suoi erano opachi, spenti, senza alcun riflesso.
L'altra donna si accorse dell'attenzione dell'uomo.
-Lei mia nipote. Io tengo lei qua a lavorare.-
-Quanto viene?- disse L.T. quasi meccanicamente.
La donna lo guardò fisso. Nello sguardo aveva quella paura di chi non può provare nessun'altra sensazione, quella paura ormai esausta di chi aspettava solo quel momento, perché sapeva che sarebbe arrivato. Con un filo di voce disse:-Scusi, lei non disponibile.-
L.T. ridacchiò tra sé e sé.
-Senta, tenga questi e si sbrighi.- e porse alla ragazzina delle banconote piegate. Per un secondo le sfiorò le mani e rimase immobile a guardarle. Erano sottili e soffici. Le voleva.
-Prendo lei.-
-Scusi... io no disponibile... io gestisco.- La ragazza provò ad abbozzare una scusa.
Guardò ancora le due donne. Erano ferme, quasi fossero spente. Non avrebbe dovuto esagerare, un po' di sforzo e le avrebbe convinte anche senza quell'aggiunta, ma decise che poteva permettersi uno strappo alla regola.
Agguantò un'altra banconota dalla tasca posteriore e gliela porse come un uomo che sta puntando tutto quello che gli è rimasto su un cavallo vincente.
-Prendo lei, non ho tempo da perdere.-
Gli occhi della donna si illuminarono quando videro altre banconote, mentre quelli della ragazzina rimasero vacui. Fissavano il pavimento davanti ai piedi dell'uomo. Alla vista delle banconote si era stretta in sé e aveva indietreggiato. La donna prese per lei le banconote. Le andò vicino, le sistemò i capelli e le sfilò tranquillamente le altre banconote dalle mani.
-Ultima stanza a destra.- disse con un sorriso.
L.T. aspettò la ragazzina. Quella guardò la donna ancora una volta. Non sapeva cosa fare, se ne stava lì in piedi. Allo sbuffo sonoro di L.T., che intanto aveva perso il senso del tempo, magari era in ritardo, magari sua moglie aveva già servito la cena, magari era già iniziato il telegiornale delle 20, magari era già finito tutto e non se n'era accorto, al suo sbuffo la donna reagì. Disse qualcosa all'orecchio alla ragazzina. Lei non diede segno di aver capito, ma non dissentì neppure. Fissava semplicemente il pavimento, come un animale impagliato. Poi si mosse, senza aspettare che la donna finisse di sussurrarle chissà quali parole all'orecchio, e si diresse lungo il corridoio.
L.T. la seguì. Era vestita con una lunga vestaglia di seta rossa, che le svolazzava fino ai piedi, dove delle scarpe da ginnastica tradivano quell'atmosfera orientaleggiante. Camminava lentamente, quasi solennemente. Aveva paura di arrivare alla stanza o forse stava già lavorando, in ogni caso L.T. era stregato da quel continuo ondeggiare, dalle pieghe della seta lungo i suoi fianchi, dal profumo che si lasciava dietro.
Arrivarono alla stanza, un cubicolo diviso dagli altri con una parete di cartongesso, arredato alla buona. C'era un lettino imbottito. Il velluto aveva una macchia scura in fondo ma non era lacero. L.T. pose un fazzoletto di tasca e diede una passata. L'igiene era fondamentale in certi posti.
La ragazza intanto era sparita dietro un separè di tela bianca, decorato con delle ninfee rosa.
Vi fu uno scatto e le luci si spensero, lasciando come unica fonte d'illuminazione un candelabro poggiato su un comodino, in parte a dell'incenso che bruciava. Il fumo si alzava a volute in aria e l'ombra si muoveva con la stessa sinuosità dietro quelle ninfee. L.T. si stese e si mise a fissare la sagoma che si muoveva dietro il separè. L'ombra della ragazza passava tra le ninfee rosa. L.T. si concentrò sui fiori. Erano stati dipinti a mano, da una mano fine e precisa. Poteva vederne tutte le sfumature rosa che lentamente affondavano nel bianco della tela. Ne sentiva il profumo, poteva immaginarlo, confonderlo con quello proveniente dall'incenso che bruciava. Ed ecco che la ragazza uscì dal separè, completamente nuda e profumata. Era un fiore non ancora sbocciato e lui lo stava per cogliere. Chiuse gli occhi e lasciò fare. Sapeva bene cosa fare.
Si immaginò steso nell'acqua, in mezzo a delle ninfee che gli sfioravano le braccia, gli pizzicavano i fianchi con i petali chiari. Si immaginò steso in quello stagno al tramonto, a guardare i fiori che lentamente si ripiegavano su se stessi.
Al suo risveglio da quel sogno la luce era tornata normale. L'incenso inondava ancora la stanza con le sue volute, ma la fragranza era cambiata, si era fatta più acre. L. T. starnutì. Si sistemò i pantaloni e controllò l'orologio. Erano le 18:45. Appena in tempo per la cena. Quella sera avrebbe mangiato filetto di manzo. Intanto, aveva già soddisfatto la sua fame atavica.
Non si guardò neanche intorno, prese e se ne andò.
-Arrivederci. Alla prossima.-
La piccola televisione poggiata di fianco a lei dava un programma di cucina e la donna era rimasta dove l'aveva lasciata, ferma dietro il bancone. Si riscosse e zampettò con le sue babbucce fino alla porta che non si era aperta, che l'aveva quasi fatto tardare. Sorrise, soddisfatto e inebriato. Uscendo dall'ultima stanza a destra, non aveva visto una ninfea, richiusa in se stessa, in uno stagno di lacrime.

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