Prologo

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Quella sera, mentre camminavo con passo lento nelle anguste e grigie vie di Londra, il cielo era di un blu notte e la luna sembrava giacere su di esso come una ninfea che galleggia seguendo una corrente invisibile. 

Era lì, piena, bianca come le pareti del dormitorio dell'orfanotrofio con cui ero solita addormentarmi.

E osservava tutto.

Aveva la capacità di leggere nei cuori delle persone, vedere come erano, vistarne l'anima, giudicarle in base a come si comportassero nel buio, al riparo delle luce che era la loro nemica più infima.

Eppure la luna sapeva.

Perché lei era la vincitrice del buio, quella scintilla che vagava solitaria in un cielo cosparso di stelle che non brillavano nelle notti nebbiose e nere – lei sapeva tutto. 

E più volte, in quella che era la mia vita, fatta di sogni spazzati via come sabbia al vento e desideri irrealizzabili, mi chiesi se lei sapesse chi fossi io.

Quel piccolo batuffolo di poche settimane che avevano trovato davanti alle porte dell'orfanotrofio coperto solo da un groviglio di coperte colorate e un braccialetto con inciso quello che poi divenne il mio nome, con solo la luna a fare da spettatrice.

Mi chiesi se lei quella sera avesse visto l'artefice di colui che mi aveva rinchiuso là dentro, imprigionata dentro quelle quattro mura dal colore sbiadito, lasciandomi lì, piccola e inesorabilmente indifesa, in balìa di una vita che non ebbi la possibilità di scegliere. 

Avrei voluto così tanto andarmene, fuggire da quella misera vita fatta di delusioni e giornate amare, senza sapore, come un caffè senza zucchero.

Ma non avevo nessuno.

E così, quando fui abbastanza grande per capirlo, abbandonai quella speranza che ardeva in me come una fiamma viva e vigorosa, ma che si spense nello stesso tempo che aveva impiegato ad accendersi.

Da allora fui costretta a stare rinchiusa lì, in quella prigione che mi teneva estranea dal mondo che mi circondava, costringendomi a convivere con altri esseri viventi a dir poco insopportabili.

Ero un'emarginata, esclusa da tutti per via del mio aspetto bizzarro, costernato da capelli neri come la notte e occhi azzurri e limpidi come la più cristallina delle acque.

E sì, anche mi reputavo diversa, ma in qualche modo ne andavo fiera – e camminavo per i corridoi dell'orfanotrofio a testa alta, senza vergogna, con il passo di qualcuno che non aveva mai avuto niente.

Una sola volta provai a ribellarmi a quella sorte di loro regime, presa da un atto istantaneo di rabbia e tristezza messi assieme, ma non finì bene. 

 Una settimana in isolamento, senza niente da mettere sotto i denti se non un pezzo di pane e un mezzo bicchiere d'acqua, solo con i miei pensieri più oscuri e la luce chiara della Luna che filtrava dalla piccola finestra a ricordarmi qualcosa di vagamente umano.

Se chiudevo gli occhi, potevo ancora sentire la sofferenza insinuarsi dentro di me, quella stessa sofferenza che mi aveva fatto versare più lacrime di quanto io abbia mai fatto. Potevo ancora sentire i morsi della fame attanagliarmi lo stomaco, la bocca asciutta e la gola secca per la mancanza di idratazione.

Ma più di tutti i sensi di colpa – mi uccisero.

Mi promisi di non piangere mai più.

E così è stato.

Da quel giorno non versai nemmeno una lacrima, e tutto quello che avevo passato, tutto ciò che aveva fatto di me la donna che ero, tutte quelle cose che erano andate a formare una corazza attorno a quel mio cuore di ghiaccio – tutto ciò che non avevo mai avuto, lo misi dentro la musica.

Perché la musica era la mia salvezza, il mio faro durante la tempesta, ciò che mi dava la forza di andare avanti e non buttare tutto all'aria.

Ciò che mi permetteva di uscire per pochi istanti da un mondo crudele, fatto di continue delusioni e persone ipocrite, di odio e rabbia, che entravano negli animi di tutti con una facilità disarmante, ma che non trovavano mai una via d'uscita.

E restavano intrappolate lì, nelle anime candide e bianche, ma che al loro passaggio diventavano nere, come emozioni in gabbia, esercitando un potere smisurato.

E la musica si era insinuata dentro di me in modo così naturale da farmi rabbrividire.

Perché senza la musica io non ero niente, solo un'anima vuota alla ricerca di amore.

La musica mi completava, era quella parte di me che cercava in tutti i modi di riempire quel vuoto incolmabile che mi ritrovavo nella mia anima nera – era l'unica cosa che avevo.

Usavo la musica per distrarmi, per sviare la mente dall'oscurità dell'orfanotrofio; mi fermavo nelle piazze, nelle strade, nei parchi, negli angoli più remoti della città suonando il mio violino, l'unica cosa di valore che io abbia mai avuto.

E stavo lì, con gli occhi chiusi, a bearmi del suono delle corde vibrare e affibbiarsi al passaggio dell'archetto, a cercare di combattere la guerra contro me stessa che mi ritrovavo dentro.

E la gente mi si piazzava attorno, curiosa, desiderosa di scoprire l'identità di quella figura piccola con i capelli neri e gli occhi turchesi che cercava di entrare nei cuori delle persone.

Ma quella sera, camminando con la testa altrove al ritorno di una delle mie esibizioni, non avrei mai immaginato ciò che mi sarebbe successo dopo, ero troppo ingenua, forse troppo affezionata al mondo da non vederne il suo lato più oscuro, quello di cui si parla solo di sbieco.

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