A quel punto della mia vita, non sapevo cosa pensare.
Piangere era troppo, non farlo anche.
Ma torniamo indietro, al prima dell'inizio. Anzi, al mio inizio.
Era il 24 marzo del 2003, e una donna, all'ospedale di Honolulu, partorisce due bambini, anzi un bambino e una bambina. Il primo a venir fuori è il bambino, che nasce con gli occhi blu, come il resto dei bambini che nascono, e i capelli rossi. Dopo 27 minuti nasce anche la graziosa bambina con le caratteristiche del fratello. La ragazza e il compagno decidono di chiamare il bel bambino Federico, scelto dalla madre, di origini italiane. Alla bambina viene dato il nome di Alaska. Bel nome Alaska no? Scelto dal fratello maggiore dei due bebè, Noah, di 8 anni il 24 marzo 2003. (Alaska sono io. Fortunata ad avere un nome strano penserete! No. La moltitudine di abbreviazioni e nomignoli possibili per un solo nome manco gli immaginate ma ci sono, sta a voi indovinare quali!)
La vita dei due bebè continua tranquilla fino all'età di 2 anni, quando la giovane madre dei due disastrosi bambini partorisce una sorellina per i due, Martha. Lei nasce bionda, ma Gli occhi sono sempre quelli. Quando i poveri bambini devono iniziare ad avere a che fare con il mondo della scuola, a 3 anni, la situazione si fa critica. La giornata di inizio dell'asilo si apre con mio fratello che si rompe il labbro e finisce con noi che mangiamo il gelato perché lui si è rotto il labbro.
All'età di 4 anni arriva il primo set fotografico per i due gemellini.
Compiuti i 6 anni e iniziato il primo grado, le due pesti entrano a contatto con il mondo dei compiti: disegni su disegni da colorare e una moltitudine di scelte difficili, ad esempio di che colore mettere i calzini.
Tra i 7 e i 9 anni i due bambini ottengono delle parti per pubblicità e comparse nei film.
Finito il quinto grado i due terremoti iniziano a scontrarsi con gli stereotipi americani, brutte bestie!!
La loro vita continua tranquilla tra i problemi pre-adolescenziali fino alle ore 5:37 pm del 3 aprile 2018.
Dal quel momento tutto cambiò.
Ero tornata da allenamento accompagnata da Noah, quando scendendo scendendo dalla Jeep bianca, non riuscii in alcun modo a muovere il mio corpo. Sentivo come delle fortissime fitte alla testa che non mi permettevano di vedere e di muovermi bene. Stramazzai a terra come un sacco di patate caduto dal 32esimo piano di un palazzo su Wall Street. Atterrai con la delicatezza di un elefante sul vialetto di casa.
Sentivo tutto ma non riuscivo a vedere e a muivermi, un impotenza tale percepita da una quindicenne spaventosa.
Sentii Noah corrermi in contro e la nostra vicina di casa gridare manco avesse visto un fantasma. In un certo senso io mi sentivo sull'orlo del baratro, ma quella mi ha fatta ridere in uno dei peggiori momenti della mia vita. Quello che ricordo del dopo è mio papà, capo di chirurgia, che grida con un infermiera dell'ospedale perché non lo ha avvertito appena sono arrivata qui.
Da lì beh, tutto è in discesa.
Si scoprì che avevo un tumore al cervello al quarto stadio, molto esteso, un tumore a farfalla.
Iniziarono cure su cure, farmaci più potenti delle droghe che prendevano alcuni del quarto anno e sofferenza, molta, molta sofferenza.
m
omento più difficile penso sia stato quando ho visto cadere la prima ciocca , il terzo giorno dopo il secondo ciclo di chemioterapia. Il giorno dopo mi sentii una merda, perché pensavo ai capelli quando alcuni bambini manco avevano le chance che avevo io. Presi l'importante decisione di chiedere alla babysitter di rasarmi a zero. Dopo poco caddero le sopracciglia, allora mia cugina me ne disegno di nuove. Il 18 giugno 2018 ero comodamente seduta sulla mia poltrona in attesa che l'ifermiera iniziasse a iniettarmi le cure. Indossavo il top fucsia che avevo preso in Florida e dei pantaloncini di jeans a vita più o meno alta che avevo preso nel mio armadio, ai piedi avevo le calze alte un po' sopra la caviglia con disegnate delle angurie blu, e le All Star bianche basse.
La sala disponeva di una quindicina di poltrone. Due donne sulla settantina spettegolavano e in altre 6 sedie sedevano persone dai 30 ai 50 anni.
Stavo per iniziare le cure quando una donna di circa 35 anni si addentra nella sala, evidentemente agitata, con al seguito un ragazzo, un beeeeel ragazzo. Chiede alla mia infermiera dove suo figlio, doveva iniziare le cure.
La paziente infermiera di mezza età fece accomodare il bel manzone nella sedia vicino a quella vicina me, poi tornò dalla sottoscritta per iniettarmi il mio male. Ero al terzo turno di chemio, (quelli dispari durano tre volte più di quelli pari, {una bomba nuclere nell'esile corpo di una quindicenne} quindi stai lì una cosa tipo troppo tempo), e non sembravo dar segni di miglioramento. Mio padre, a 3 minuti dall'inizio, viene per un saluto veloce tra un intervento e l'altro, con il camice e la cuffietta di Disneyland con sopra topolino che gli regalammo io e Fede questo inverno. Balza vicino a me e mi da informazioni di poco valore, poi saluta la donna isterica, madre del manzone, seduta nella sedia tra me e il ragazzo, e mi presenta alla donna:《 Ines, questa è mia figlia Alaska, la ricordi da piccina?》
《Ecco dove avevo già visto questi occhi bellissimi!! Piacere Alaska, sono Ines, io e tuo papà con tua mamma e mio marito andavamo nella stessa università, eravamo inseparabili! Come sei bella, hai gli occhi come la tua mamma!》disse in modo logorroico.《Ah! Questo è mio figlio, lo ricordi Jack! Jacob quest'uomo è stato compagno di casini mio e di tuo papà! Jack vedo che adesso lavori qui! Complimenti, da giovani aspiravamo a questo ospedale neanche fosse metà di pellegrinaggio!!》
Il ragazzo si intromise nel discorso della donna con fare un po' infastidito:《Si mamma, abbiamo capito, anni di gloria eccetera, ora frena l'entusiasmo grazie, non vorrai ubriacare questa povera gente.》
La madre le sorrise e si rivolse a me:《 Cavolo Alaska sei bellissima, come sta tuo fratello? Quando voi tre eravate piccoli, ne combinavate di ogni ai barbecue che organizzavamo!》mi domandò con accento inglese, come quello di mio papà. La conversazione continuò finché mio papà propose ad Ines di andare a prendere un caffè e se ne andarono.
Con indifferenza ed imbarazzo mi rimisi a leggere il libro che reggevo in mano fin quando una profonda voce mi interruppe:《Come hai detto che ti chiami? Arizona?Arkansas?...》
《Alaska》 risposi con fare irritato.
《Ah giusto giusto, che figura. Piacere Jacob》 disse facendo un segno con la testa《 come va Alaska?》
《Di merda è una risposta troppo ovvia, quindi bene grazie! Tu?》
《Diciamo che potrebbe andare meglio...》
《Noto che hai ancora tutti i capelli, cosa hai tu?》 Chiedo in modo molto esplicito.
《Cosa ho cosa?》
《Ah cavolo giusto! Ho sbagliato posto qui non è dove curano i malati di cancro! Questo è il fruttivendolo!》 Gridai con un tono un po' di sfida.
Jacob fece un ghigno divertito dal mio fare e con un po' di tristezza rispose《Un tumore alle ossa tu?》
《Io ho un cazzo di mostro nel cervello!》gridai.
Notai che Jacob aveva dei tatuaggi sulle braccia e sul collo, molti tatuaggi. I suoi capelli sono biondi come quelli di mio padre, ma più chiari sulle punte e gli occhi color miele. I muscoli sulle sue braccia mi intimidivano un po', io ero sciupata dalle cure e dalla stanchezza.
Dopo qualche minuto torna sua madre dicendomi che mio papà ha avuto un'emergenza ed è dovuto andare. "Strano, quando mai se ne va di colpo" ho pensato.
Jacob mi disse il suo nome su Instagram poi lui finì le cure e se ne andarono salutandomi.
Iniziai a seguirlo su Instagram e lui ricambiò.
Dopo qualche giorno mi arrivò una notifica, una sua foto, un video anzi, in cui mi faceva vedere la sua testa. Gli era caduti i capelli. Nel video rideva ed io per ironizzare lo accusa di avermi copiato, ma dentro ci rimasi di merda. Mi sentivo triste perché avevo realizzato che, cazzo stavo male, e lui anche.
3 settimane dopo ci rincontrammo sulle poltrone, e chiacchierando scoprì che anche lui era nato ad Honolulu, ma il 21 febbraio 2003, che faceva football come mio fratello, ma che era in un ruolo diverso, che amava i gatti e che era allergico alle fragole.
Dopo un mese circa, il 15 ottobre, fui ricoverata perché svenni mentre stavo mangiando il gelato con Fede. Lui mi venne a trovare e da quel giorno iniziammo a scriverci regolarmente.
Cosa buffa, anche suo papà e sua mamma iniziarono a lavorare nell'ospedale dove lavorano i miei genitori, quindi si ricongiunsero e loro spesso iniziarono a venire a cenare da noi.
A novembre mi dissero che sarei stata operata il 24 dicembre, la prima cosa che pensai fu: "Ma figa". Oramai io e Jacob eravamo migliori amici, "compagni di cazzo di cancri diceva", e lui si incazzò perché mi operavano prima di Natale, quindi il 26 ero in ospedale e le nostre famiglie non potevano fare il barbecue. Risi così tanto che mi venne mal di pancia.
Mia cugina, Lisa, ebbe la stessa reazione, ma disse che non rinunciava all'hamburger per nessuna ragione, e che mi avrebbe mandato un foto o che avrebbe ucciso il chirurgo.
Lisa credo sia la ragazza più bella della California, ha gli occhi verdi, un po' più scuri dei miei, dei lunghissimi capelli di un biondo platino e i tratti più europei dei miei, il suo corpo è snello e sua mamma, la sorella della mia, è identica alla figlia.
Il giorno dell'operazione, ieri mattina, mi svegliai con un solo pensiero: Non posso morire oggi. Proprio no Alaska, non morirai oggi, non puoi farlo.
Mi promisi che non sarei morta, non potevo fare questo alla gente che mi sopportava, proprio no. L'operazione sarebbe dovuta iniziare alle 18.15 e sarebbe dovuta durare poco meno di 3 ore e così fu.
Al mio risveglio, 19 minuti fa, in stanza c'erano mia mamma, Fede, Lisa e Martha. Ci rimasi un po' maluccio nel non vedere Jacob, ma ho pensato che Ines volesse che stesse a vena con i suoi nonni che vede 3 volte all'anno.
Ma quello che scoprì un minuto fa mi distrusse. Forse dovrei piangere, ma ho troppo mal di testa.
Ciao ragazzi questo è il primo capitolo di questo "libro".
A breve uscirà il secondo, spero vi piaccia!
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Days Before
Teen Fiction"Lo odio. Lo odio per non aver pensato a me, per essersene andato quella notte, e odiavo anche me stessa, non solo per averlo lasciato andare, ma perché se fossi stata davvero importante, lui non avrebbe avuto nessuna voglia di andare." Lo odiavo si...
