Sartie

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Nel piccolo locale fiocamente illuminato da una lampadina alogena, malamente attaccata al soffitto tramite un complesso intreccio di cavi, si levava una musica delicata dal giradischi poggiato in un angolo. Al centro della stanza un giovane uomo si stava versando un bicchiere di vino rosso mentre contemplava la custodia sgualcita di un vecchio vinile, 'the world won't listen' dei The Smiths, un rimasuglio del tempo, un fenomeno musicale britannico degli anni ottanta che era ormai pressoché dimenticato. Lo aveva trovato in un mercatino dell'usato che era comparso la domenica prima nella sua città e lui, amante degli oggetti che gli piaceva definire con un passato alle spalle, non aveva esitato a comprarlo. Si era trasferito in quell'appartamento da poco, non appena aveva avuto la possibilità economica di andare a vivere autonomamente e aveva potuto lasciare la casa dei suoi genitori, non aveva ancora trovato il tempo di ristrutturarlo. Ad esempio, non trovava adatto il colore delle pareti leggermente scrostate, un giallo caldo sarebbe stato più adatto di un bianco che gli ricordava le corsie ospedaliere dove aveva passato tanto del suo tempo accompagnando il fratello alle settimanali visite con lo psicologo, inoltre pensava che fosse necessario ritrovare quel vecchio tavolino vintage che aveva in casa quando era bambino e che ora probabilmente abitava il garage dei suoi genitori, sarebbe stato perfetto per appoggiare il suo preziosissimo giradischi comprato con il primo stipendio.
Il disco emise il caratteristico ronzio che indicava che le traccia dell'album era finita, così l'uomo, passandosi una mano tra i ricci scuri e reggendo con l'altra il calice ormai pieno per metà, si alzò dalla sedia su cui era comodamente sprofondato dopo essere tornato da una stancante giornata di lavoro e, appoggiando il bicchiere a terra, rimosse il vinile dal giradischi che richiuse con delicatezza e si rialzò per riporlo nella custodia senza graffi, ma con un gesto poco aggraziato del piede fece rovesciare il bicchiere il cui liquido si riversò sul parquet nuovo di zecca. Muovendosi velocemente verso il ripiano della cucina e imprecando sotto voce per essere riuscito a sporcare l'unica parte nuova di quel vecchio appartamento, si sbrigò a prendere un tovagliolo di carta per asciugare il pavimento. Raccolse il bicchiere che fortunatamente non aveva riportato danni e sospirando lo appoggiò nel lavello con la promessa di lavarlo la mattina successiva e ignorando appositamente il cellulare che si illuminava, segno di una telefonata, ma che non aveva sentito squillare poiché era rimasto in modalità silenziosa da quando aveva lasciato l'ufficio. Non se ne preoccupò molto perché era solito ricevere telefonate da numeri sconosciuti la sera ed erano tutti suoi clienti. Se fosse stata una cosa importante avrebbero senza dubbio richiamato l'indomani oppure si sarebbero presentati al suo studio legale inferociti per essere stati ignorati, lui come al solito avrebbe usato la scusa di essere andato a letto presto a causa di una forte e improvvisa emicrania che lo aveva colpito.
Appoggiato il cellulare sul comodino si preparò per coricarsi e dopo aver impostato la sveglia alla solita ora per il giorno successivo, si abbandonò tra le braccia di Morfeo, mentre, la stanza era rischiarata dalla luce di un'altra telefonata che era destinata a rimanere senza risposta.
Il giorno successivo arrivò in ufficio tutto trafelato e con qualche minuto di ritardo. Nel vederlo rimase stupita anche la sua segretaria, il signor Rinaldi era quel genere di uomo che amava la perfezione, quanto odiava i ritardi, in particolar modo le persone ritardatarie. La signorina Conti era stata ripresa più volte da quando era stato aperto quello studio legale a causa di una manciata di minuti di ritardo e altrettante era stata minacciata di licenziamento, per questo, non potè fare a meno di strabuzzare gli occhi quando vide Rinaldi arrivare in ufficio ansimante, come se avesse corso per fuggire dall'improvviso incendio della sua auto, con un bel quarto d'ora di ritardo.
-Signor Rinaldi, si sente bene?- le domandò osservandolo dal basso della sua scrivania mentre lui era intento a togliersi il pesante cappotto e appenderlo all'appendiabiti di legno che si trovava nell'ingresso.
-Magnificamente,- le rispose passandosi una mano tra i capelli -spero che il mio caffè sia pronto- le disse senza nemmeno guardarla mentre si dirigeva verso la porta del suo ufficio.
-E' sopra la scrivania come tutte le mattine-
-Perfetto, la ringrazio di essere sempre così efficiente-
Era particolarmente strano quella mattina, gli altri giorni non si sarebbe nemmeno aspettata un grazie. Il cuore del signor Rinaldi era tanto giovane quanto arido. Non era colpa sua, era stato abituato così fin da quando era bambino. Era cresciuto nella famiglia più benestante di quella cittadina e che nonostante questo lo aveva sempre scoraggiato nel suo sogno. Entrambi i genitori lo avevano sempre visto come un ragazzo piuttosto problematico ed incapace, preferendo sempre il fratello maggiore, che invece, in quel periodo stava attraversando una delle sue solite crisi. Almeno questo era quello che dicevano alle persone che chiedevano il motivo per cui il maggiore dei fratelli Rinaldi non si vedesse mai in giro. Inizialmente i genitori avevano tamponato la cosa dicendo che si trovasse in una scuola privata della capitale, poi che fosse andato a lavorare all'estero e che infine avendo avuto un incidente di lavoro fosse tornato a casa ma che preferiva non farsi vedere. Ovviamente nessuno degli abitanti credeva a quelle storie, anche perché quella crisi stava durando da quasi dieci anni, era comune all'interno di una piccola comunità paesana, avevano iniziato a spettegolare e a fantasticare, riuscendo a portare i loro pensieri ai limiti della realtà. Ad esempio, secondo la vecchia signora della via affianco era un vampiro e pensava che si trovasse rinchiuso in casa dei genitori durante il giorno e che di notte si aggirasse per il paese. Secondo un'altra anziana signora e che sosteneva di aver interpretato i tarocchi, era certa che lui fosse morto ma che genitori, gli assassini, avessero nascosto il cadavere.
Insomma, l'unico tranquillo e che non si faceva domande era il fratello minore, che, portando avanti la sua idea da quando era bambino, era tornato dall'università provinciale e aveva aperto uno studio legale nell'unico posto di cui sentiva il bisogno di proteggere, la sua città.
-Scusami Elena,- sorrise Rinaldi sbucando dalla porta -ho ricevuto telefonate quando non ero presente?-
-No signor Rinaldi,- sorrise spontaneamente la donna -ha fatto ritardo solo di un quarto d'ora, era improbabile che la avesse già cercata qualcuno di prima mattina.-
-Esattamente Elena, improbabile. Non impossibile.-
Quella stessa sera, mentre se ne stavano per andare entrambi dallo studio, il telefono fisso iniziò a squillare. Elena si precipitò a rispondere e stava per alzare la cornetta quando il signor Rinaldi la fermò.
-E' tardi.- disse mentre guardava l'orologio che indossava al polso -A quest'ora lo studio dovrebbe essere già chiuso. Non rispondere, se è importante richiameranno domani. Andiamo a casa, Elena, o fari tardi per la cena-
La signorina Conti staccò la mano dal telefono e riluttante lo ascoltò decise di non contraddirlo.
-Come preferisce, signor Rinaldi.-
Mentre camminavano per la cittadina e il cielo era ormai buio la signorina Conti si accorse che quel giorno lui non era andato a lavorare con la sua auto.
-Oggi non è venuto in macchina?-
-No, è dal carro attrezzi. Avevo terminato l'olio del motore e l'ho lasciata lì prima di venire a lavoro- le sorrise.
-Capisco. Beh, io sono arrivata. Buona serata- disse fermandosi davanti a uno dei tanti portoni di una palazzina.
-Buona serata anche a lei. A domani- Stava per andarsene quando si voltò indietro a guardarla e le disse -E' da molto che ci conosciamo, vero?-
-Neanche più di tanto, da quando ha aperto lo studio-
-Quindi da un anno. Direi che può smetterla di darmi del lei e chiamarmi con il mio nome-
-Ehm, come preferisce...ehm... preferisci, Daniele. A domani-
-A domani, Elena-.
Mentre Daniele stava passeggiando tra le viottole della cittadina per recarsi al suo appartamento che si trovava nella parte più antica della città, si ritrovò ad avere la sensazione di star dimenticando qualcosa di importante. Provò a sforzarsi nel ricordarlo, ma si sa, più si cerca di mettere a fuoco un pensiero, più quello tende a sfuggire dal proprio controllo. Soltanto quando infilò la chiave nella serratura leggermente arrugginita si ricordò che sarebbe dovuto passare quella sera stessa dal carrozziere per ritirare la sua auto. Non preoccupandosene più di tanto, entrò in casa pulendo per bene le suole delle scarpe sull'apposito tappetino dell'ingresso con la speranza di non lasciare impronte sul pavimento pulito. Si diresse verso l'open space che formava la sala da pranzo, la cucina e la zona giorno e, una volta lì, prese il suo cellulare per telefonare al fratello che momentaneamente alloggiava nella casa dei suoi. Il telefono fece qualche squillo prima di far scattare la segreteria.
Riprovò a telefonare e, per la seconda volta, l'unica risposta che ricevette fu l'automatica voce femminile metallica.
Stava per tentare a richiamare una terza volta quando senti il campanello suonare, così appoggiando il cellulare sul ripiano della cucina, andò ad aprire la porta.
-È lei il signor Daniele Rinaldi?- gli chiese un poliziotto non appena aprì la porta.
-Sì, sono io- rispose lui un po' intimorito.
-Possiamo entrare?- gli chiese.
-Accomodatevi- rispose lui mentre apriva completamente la porta.
Il poliziotto fece un cenno del capo al collega che era dietro di lui.
-Scusate per il disordine ma mi sono trasferito da poco e non ho ancora avuto il tempo di mettere a posto casa. In cosa posso esservi utile?-
-Volevamo farle qualche domanda. Innanzitutto, lei ha un fratello, giusto?-
-Con dei precedenti- aggiunse l'altro.
-Sì, anche se i miei genitori hanno cercato di tenerlo nascosto. Perché?-
-E suo fratello è Federico Rinaldi, è corretto?-
-Sì, certo. Ma potrei sapere il perché di queste domande. Sa è tardi, sono abbastanza stanco e domattina devo essere in ufficio presto.-
-Lei saprebbe riconoscere suo fratello da una foto? Anche se il suo viso fosse sfigurato?- lo ignorò.
-Immagino di sì. Diamine! È pur sempre mio fratello. Ora mi può dire perché siete venuti a cercarmi?-
Il poliziotto che sembrava essere quello che dava gli ordini fece un ulteriore cenno del capo verso l'altro che, in tutta calma, tirò fuori da una cartelletta di carta gialla dei documenti con alcune fotografie allegate e le passò al suo superiore.
-Ecco, ieri sera è stato ritrovato questo corpo dietro al municipio. Il volto è sfigurato, pensiamo che sia caduto dal terzo piano del palazzo di fronte. Potrebbe essere suo fratello-
-Impossibile. L'ho visto ieri pomeriggio e stava benissimo- disse sicuro mentre tamburellava le dita sul legno del tavolo.
-Le dispiace se da comunque un'occhiata alle foto? Inoltre è stata una morte abbastanza rapida, forse è stata una caduta accidentale oppure potrebbe essere stato un omicidio-
-Non c'è nemmeno da escludere la possibilità che si tratti di un suicidio- si aggiunse nel discorso l'altro poliziotto.
Il signor Rinaldi afferrò i fogli e con riluttanza si decise a sbirciare le fotografie.
Osservò attentamente i dettagli del luogo, gli abiti che indossava il corpo disteso a terra e privo di vita. Il volto era sfigurato proprio come avevano detto i poliziotti. Non poteva negarlo, quello era suo fratello.
-È lui?- domandò la solita voce.
Daniele annuì senza alzare lo sguardo dalla carta. Non riusciva a provare dolore, era troppo stordito. Erano anni che vedeva suo fratello maggiore come un fallito, uno che aveva rischiato la propria libertà per traffico di stupefacenti. Ma si ricordava anche che quando erano bambini lo considerava un esempio da seguire. A volte lo aveva invidiato per la sua genialità, per il suo Qi superiore alla norma. Anche i suoi genitori lo avevano sempre adorato, negando i suoi disturbi mentali e psicologici. Certamente non aveva problemi a livello motorio, era semplicemente troppo debole mentalmente per la società che si era creata. Era la tipica persona che si faceva trascinare in giri poco consoni e, in questo caso, anche illegali.
Gli agenti lo distolsero dai suoi pensieri alzandosi dalle sedie.
-Ci dispiace per la sua perdita, signor Rinaldi. Lei e la sua famiglia potrete vedere il cadavere in obitorio prima dei riti funebri-
-Ci sarà un processo? Perché mio fratello è stato chiaramente assassinato. Aveva dei problemi, ma non si sarebbe mai suicidato. Non avrebbe fatto questo alla sua famiglia-
-Può far aprire un processo, ma non credo che avrà la giustizia che vuole. Si prepari, ma non sarà semplice-
-So che sarà difficile, ma non impossibile-

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