0 - PROLOGO - Il pianto del deserto

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La moto correva veloce verso il sole della sera. L'uomo alla guida non aveva mai ucciso.

Era contro tutto quello che aveva sempre creduto. Ma sapeva che era la cosa giusta da fare.

Il sudore gli colava sugli occhi. Sollevò automaticamente la mano nel tentativo di asciugarsi. Quando urtò contro il vetro, si ricordò di stare indossando il casco. Scosse la mano in un gesto infastidito.

Provò ad agitare la testa nella speranza che almeno i capelli gli si staccassero dalla fronte umida, ma dopo una serie di tentativi, che quasi gli fecero perdere il controllo della moto, si arrese.

«Odio il deserto.» Mormorò fra sé.

Diede un'accelerata alla moto per sfogare la frustrazione, ma dovette rallentare immediatamente.

Il Sole era basso all'orizzonte. La pigra luce della sera veniva filtrata dal vetro oscurato del casco, ma non abbastanza per assicurargli una visione completa.

La moto procedeva veloce tra erba e sterpaglia, ma l'uomo doveva tenere alta l'attenzione per schivare qualche grosso masso o un rado cespuglio secco che sembravano apparire dal nulla.

Le colline della grande savana boreale sembravano estendersi all'infinito. Lanciando in avanti lo sguardo si potevano scorgere gli alberi divenire più radi e l'erba fitta riempirsi di macchie di terra.

L'uomo, però, non era interessato a quel panorama. Teneva fisso lo sguardo sull'orizzonte. Abbastanza basso per evitare che la luce lo accecasse. Il suo respiro era affannoso.

Chiuse gli occhi e strinse con forza le mani al volante della moto.

Quando li riaprì un'ombra apparve di fronte a lui. Fece appena in tempo a scansare la grande pietra che sfiorava il Sole.

Il movimento fu troppo rapido, più del necessario. La moto si sbilanciò. L'uomo cercò di riportare l'asse in orizzontale, ma ormai avevano perso l'equilibrio.

Il motociclista rotolò al suolo, mentre la sua moto bianca sollevò una nuvola di polvere, proseguendo la sua corsa strisciando lateralmente per una decina di metri prima di fermarsi.

«Maledizione.» Imprecò, mentre le sue dita si strinsero nella terra sabbiosa.

Sollevò di scattò la testa e portò una mano alla schiena. Al tocco del suo zaino esalò un sospiro di sollievo.

«C'è ancora.»

Si riportò in piedi con un movimento agile. Se si era fatto male, non lo diede a vedere.

Si tolse lo zaino dalle spalle e lo appoggiò fra l'erba secca. Aprì la cerniera. Rimase così, immobile, un istante.

Il suo volto si rilassò. Sembrò quasi che un sorriso stesse nascendo agli estremi delle sue labbra. Ma fu solo un istante. I suoi zigomi si irrigidirono e la sua fronte si corrucciò.

Alzò la testa. Il suo sguardo si mosse cauto lungo tutto l'orizzonte, scrutando con attenzione in ogni direzione.

Nessuno.

Adocchiò il grosso masso che gli aveva intralciato il cammino. Forse era stato un segno.

Estrasse dallo zaino un fagotto avvolto da una morbida stoffa blu. Lo adagiò delicatamente sulla calda roccia. Fu un gesto automatico. Tanta premura, però, gli sembrò inutile.

La stoffa si agitò. Il volto del bambino si contrasse in una smorfia.

Poi scoppiò a piangere.

L'uomo trattenne il fiato. "È davvero un bambino speciale." Scosse il capo incredulo, ma affascinato.

Sbirciò l'indicatore della composizione dell'atmosfera. L'aria era indiscutibilmente irrespirabile. Eppure quel bambino era lì, che piangeva.

Memory Seals: Le sorgenti della TerraStories to obsess over. Discover now