I grattacieli di New York sfrecciano davanti ai miei occhi, attraverso il vetro del finestrino dell'auto. È tutto così diverso. Sono nata in questa città, eppure l'ultima volta che sono stata qui è stato circa sette anni fa.
Mi chiamo Jennifer Evans e la mia vita, a differenza di quello che sembra, non è perfetta. Non mi lamento, eh. I miei genitori sono due famosi attori newyorkesi e, proprio grazie alle loro disponibilità economiche, non mi fanno mancare niente. Vogliono solo che io sia felice.
Magari non vorrei essere costantemente in giro per il mondo. Pensate che sia fantastico? Non è quello che direi io. Spesso rimaniamo per circa otto mesi, la durata di un anno scolastico, altre volte anche per due o tre. Questo succede perché i miei genitori recitano nello stesso film- di solito fanno la parte di una coppia-, e quindi non posso rimanere da sola in una città per tutto questo tempo. Quando non sono impegnati per un film, andiamo nella nostra casa a Londra.
Proprio a causa dei miei continui spostamenti- detto così potrei sembrare una nomade, anche se forse è il modo giusto per descrivermi- le mie amicizie non durano molto. L'unica cosa che desidero è avere una vita normale, vorrei essere una normale adolescente della mia età, ma forse non lo diventerò mai.
L'unica cosa che credo non mi lascerà mai, è il mio amore per la scrittura. Scrivo molte storie d'amore, alcune su un diario, altre sul computer. Penso che sia l'unico modo per sfogarmi.
Quest'anno c'è una piccola novità: riprovo ad andare in una scuola pubblica. La prima e ultima volta che ci sono stata, è stato quando avevo dodici anni, ma non è andata bene. Tutti mi criticavano dicendo che non meritavo quei buoni voti, e che me li mettevano solo per i miei genitori. Ho deciso di riprovarci perché non voglio più andare in scuole private.
Ho costretto io i miei genitori ad iscrivermi in questo tipo di scuola. All'inizio non erano d'accordo, dicendo che dopo quello che è successo non c'è una buona compagnia. Spesso sono molto severi, come se non mi volessero capire. Non ho scelto io tutto questo!
Fortunatamente sono riuscita a convincerli, ma solo con un accordo: devo avere buoni voti. Hanno detto che con una sola insufficienza mi manderanno in una scuola privata. Non sono molto preoccupata, o almeno per ora.
L'unica cosa che mi preoccupa è iniziare la scuola a marzo, metà anno scolastico. Non è il massimo. Spero soltanto che i miei nuovi compagni non sappiano nulla dei miei genitori.
L'auto si ferma davanti ad un cancello molto alto, di colore nero.
Il nostro autista lo apre con un telecomando dello stesso colore. Mi slaccio la cintura di sicurezza, mentre l'auto avanza lungo il viale della casa, dove c'è un grande giardino curato.
<<Siamo arrivati>> dice spegnendo l'auto. Scende velocemente e prende le valige che sono nel portabagagli.
Mi guardo intorno. Davanti a me c'è una casa dalle mura bianche a due piani, molto grande.
<<Entriamo>> mio padre bussa al campanello e subito viene ad aprirci la nostra cuoca, Hanna. È una donna sulla quarantina, con un cuore d'oro.
Mi abbraccia calorosamente ed entro nella casa. Non è cambiato molto dall'ultima volta che sono stata qui. Mi tolgo la felpa e la poso sull'attaccapanni. Alla mia sinistra c'è il soggiorno, con le pareti di varie tonalità di grigio. Ci sono due divani, uno più grande e uno un po' più piccolo, entrambi di bianco, proprio come il piccolo tavolino davanti ad essi dove sono appoggiate delle riviste e un piccolo cactus in un vaso rosso.
<<Jennifer vuoi andare nella tua camera?>> Mia madre mi si avvicina, appoggiando una mano sulla mia spalla <<Ricordi dov'è?>>
Mi sta dando della scema?
<<Sì, a dopo>> salgo le scale a due a due.
Mi guardo intorno nel lungo corridoio e appena riconosco la porta della mia camera, anche se sono tutte bianche, la apro senza esitazione.
È molto spaziosa, ma si vede che tempo fa era la camera di una bambina.
Le pareti sono viola, magari le farò cambiare in verde- amo il verde- e anche le coperte che sono sul letto, alla mia destra. Di fronte ad esso c'è una finestra e sotto una piccola panca con dei cuscini che io adoro. Senza pensarci due volte mi siedo e guardo fuori dalla finestra, dove si vede perfettamente la piscina del giardino.
C'era una panca simile nella mia camera anche quando sono stata a Parigi, qualche anno fa, e credo che sia il luogo migliore dove posso scrivere. Forse perché posso guardare fuori dalla finestra, o semplicemente perché è comoda.
Mi alzo e prendo la mia borsa che ho lasciato sul letto. Frugo velocemente dentro di essa, per cercare il diario con alcune delle tante storie che ho scritto in questi anni.
Prendo una penna che si trova nel portapenne sulla scrivania color panna, vicino ad alcuni giocattoli che usavo anni fa. Magari questo posto verrà rimpiazzato da una libreria.
Ritorno al mio posto e faccio per scrivere, ma la voce di mia madre in lontananza mi fa sussultare.
<<Jennifer!>> Grida dal piano di sotto. <<Scendi un attimo!>>
<<Perché?>> Grido anch'io, allungando di poco il collo come se questo possa eliminare la lontananza che c'è tra noi.
<<Scendi e basta! Non fare domande.>>
Sbuffo rumorosamente e scendo velocemente le scale, aspettandomi di vederla in salotto.
<<Sua madre è in cucina.>> mi dice una domestica che non ho mai visto prima.
<<Oh, grazie.>> Rispondo sorpresa: non mi ero accorta della sua presenza. <<Ma non darmi del lei.>> Mi dà fastidio quando lo usano.
Entro nella cucina e trovo mia madre a scrivere qualcosa. Mi guardo intorno, sorpresa di non vedere Hanna: lei non lascia mai questa stanza.
<<Cosa scrivi?>> Le chiedo sedendomi al suo fianco, su uno sgabello.
<<Il menù per stasera.>>
La guardo confusa.
<<Il menù per cosa?>>
<<Per stasera,>> ripete abbozzando un sorriso <<verranno i Wilson.>>
I Wilson sono i nostri vicini, grandi amici dei miei genitori. Il signor Wilson è un regista, quindi spesso anche loro sono costretti a trasferirsi. Hanno due figli, il più grande, James, ha circa tre anni più di me e non mi è molto simpatico, come i suoi genitori.
Mia madre vorrebbe che mi metta con il loro secondogenito, Austin, che abbiamo la stessa età: lui è di circa due mesi più grande. È divertente, ma non è il mio tipo. Credo che sia l'unico vero amico che mi sia rimasto. Quando ero piccola e mi sentivo sola, soprattutto perché sono figlia unica, lui c'era sempre a farmi compagnia.
<<Di già? Non siamo tornati nemmeno da un'ora .>>
<<Lo so, ma anche loro sono tornati una settimana fa, e non vedono l'ora di vederci.>>
Mi alzo e apro il frigorifero. Prendo una mela, il mio frutto preferito, e le do un morso.
<<Non possono aspettare fino a domani?>>
<<Perché non vuoi vederli?>> Smette di scrivere e si posa la penna sulle labbra, pensierosa. <<Secondo te come dessert è meglio torta al cioccolato o cheesecake?>>
<<Mh...meglio torta al cioccolato.>> Cancella qualcosa sul foglio.
<<E comunque non è che non li voglia vedere, semplicemente sono molto stanca.>>
<<C'è anche Austin.>> si gira verso di me e mi fa l'occhiolino.
Alzo gli occhi al cielo. <<Smettila.>>
Scoppia a ridere. Non so se lo fa solo per farmi innervosire, o veramente pensa che siamo una bella coppia. Non ha per niente senso.
<<Ma quindi perché volevi che scendessi?>> Do un altro morso alla mela.
<<Per dirti che verranno i Wilson tra poche ore. Quindi va' a farti una doccia e riposati.>>
<<Ok, a dopo>> finisco di mangiare e poi butto quello che rimane della mela nel cestino, e salgo le scale.
Entro nella mia camera e, prima di buttarmi sul letto, mi affaccio di nuovo alla finestra.
Sono tornata, New York.
•Spazio autrice•
Questo è il primo capitolo della storia, premetto che non sono bravissima, ma spero di migliorare in futuro. Fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate, ci tengo molto.❤
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•Oltre I Nostri Piani•
RomanceCom'è la vita di una persona famosa? Fantastica, penserete. Ma com'è quella dei figli di una di esse? Secondo Jennifer Evans, costantemente costretta a trasferirsi in varie parti del mondo, è tutt'altro che semplice. Qualcosa però, durante il suo te...
