"Vattene via e non farti più vedere, tossico!"
Le sue parole mi risuonavano in testa come l'eco in una grotta.
Stavo camminando da ore, passata l'arrabbiatura era rimasto un solo pensiero in testa.
Le gambe ormai mi stavano cedendo, era ora di tornare a casa.
Non era la prima volta che litigavamo, solitamente sparire dalla sua vista per qualche ora la calmava e una volta tornato mi accoglieva a braccia aperte, scusandosi anche quando era mia la colpa, è sempre stata troppo buona con me. Ma quel giorno era stato diverso, più intenso, quando mi aveva spinto fuori dalla camera avevo visto solo rabbia e delusione nei suoi occhi. Sentivo di aver esagerato, ma non lo realizzai fin quando non arrivai davanti alla porta della camera da letto che dividevamo da mesi, e la trovai chiusa.
Provai a bussare un paio di volte chiamandola con quanta più dolcezza potessi, ma lei non rispose, iniziai ad innervosirmi di nuovo, nel petto iniziava a montarmi qualcosa che consideravo rabbia, ma che avrebbe dovuto essere senso di colpa, pentimento, vergogna per averle fatto del male un'altra volta. Quante volte poteva perdonarmi ancora?
Sbattei entrambi i pugni serrati sul legno debole della porta e tirai un sospiro pieno di frustrazione, chiusi gli occhi e appoggiai la fronte sulla mano sinistra.
"Emily" la richiamai cercando di stare calmo "Ti prego piccola, lasciami entrare"
Aspettai per quella che sembrò un'eternità lì appoggiato, stavo per arrendermi al passare un'altra notte sul divano sfasciato quando sentii i suoi passi avvicinarsi alla porta, lasciai che un angusto sorriso si fermasse sulle mie labbra per qualche secondo. L'avevo vinta anche questa volta.
"Emily, puoi aprire la porta? Voglio vedere i tuoi occhi quando ti parlo" se fosse possibile mi avvicinai ancora di più al legno della porta, quasi sfiorandolo con le labbra mentre preparavo un'altra frase supplichevole per la ragazza dietro di essa "Sai che ne ho bisogno, non mi servono altre cose per stare meglio"
"Bugiardo!"
"Emily io non me ne vado! Devi farmi entrare, cazzo!"
Chiusi gli occhi, passandomi una mano sul viso, quando la scostai notai un leggero tremore percorrere le mie dita, dovevo entrare in quella camera al costo di sfondare la porta, ma speravo di non arrivare a tanto, così mi sedei paziente, in corridoio con le spalle poggiate ad essa, allungai le gambe stanche e riuscii ad appoggiarle sul muro opposto, incrociai le braccia al petto e scossi la testa al pensiero dell'immagine che dovevo dare: un bambino capriccioso a cui è stato negato il suo divertimento preferito. In quel momento iniziai a provare un sentimento che non fosse collera.
"Sono in corridoio, incontriamoci qui se non vuoi farmi entrare, vieni tu da me, c'è altro da fare?"
Nessuna risposta.
"Fammi sapere se...se posso rimediare in qualunque modo, io sarò qui sul pavimento ad aspettarti"
Mi passai la mano fra i ricci scuri e tirai leggermente le punte dei miei capelli forse troppo lunghi, sentii un rumore metallico dietro la porta e cercai concentrarmi per capire cosa stesse succedendo all'interno della stanza: la stava nascondendo di nuovo, chissà in quale posto questa volta. Mi sembrò di avvertire dei nuovi rumori e una leggera pressione contro la porta, Emily si stava facendo scivolare sul legno liscio, era seduta sul pavimento come me, l'ombra della sua mano sotto la fessura della porta me lo confermò.
Dovevo continuare a parlare.
"Ho camminato per tutto il giorno, sai? Perché mi hai lasciato qui, in corridoio, da solo o per meglio dire con le mie paure. Ho avuto paura di stare male di nuovo, di averti perso definitivamente" riuscivo a captare il suo respiro distintamente, forse stava piangendo. "Sai che ne ho bisogno per stare meglio, non puoi negarmela così, ma forse potremmo lavorarci, che ne pensi piccola?" ancora silenzio, la immaginavo a scuotere la testa mentre mi guardava con quei occhi accusatori, come se fosse mia la colpa. "Lasciami entrare, dammene un po' di più e starò meglio, voglio solo cacciare il dolore"
"Non capisco Harry... non capisco come tu mi possa aver mentito ancora, avevi detto di aver smesso, mi avevi promesso che avresti parlato con me quando ne sentivi il bisogno"
Dopo aver sospirato rumorosamente mi resi conto quanto mi desse fastidio la sua voce, non era quello che volevo sentirmi dire. "Emily, cerca di capirmi, non volevo farti preoccupare anche perché non c'è proprio niente di cui preoccuparsi!" affermai alzando il tono di voce "Non ne parliamo, non ne parlo con te perché è una cosa che non facciamo e non voglio farti attaccare da queste cose, ma ho paura che dovrò farlo perché tu possa capirmi"
Sentì la chiave fare un giro netto dentro la serratura che veniva finalmente liberata, mi alzai velocemente cercando di non fare caso alla testa che girava, le mani e le gambe tremolanti. Rimasi in piedi davanti alla porta chiusa, dovevo dare a lei la prima mossa verso di me altrimenti l'avrei spaventata; non dovetti aspettare molto prima che la sua figura minuta mi si presentasse davanti, fui inondato dalla luce della camera che lavò via l'oscurità del corridoio facendomi strabuzzare gli occhi. Quando mi abituai al bagliore riuscii a distinguere i tratti della ragazza che avevo davanti, mi avvicinai piano e allungai la mano per accarezzarle la guancia. Lei, con mia grande sorpresa, si ritrasse subito portandosi le mani sul collo, aveva paura di me e stava cercando di proteggersi: credo che quello fu il gesto più doloroso che mi avesse fatto in tutta la serata. "Emily..." sussurrai muovendo insicuro i miei piedi verso di lei "non fare così, non ti farei mai del male"
"L'hai già fatto"
Guardando i suoi occhi capì realmente cosa le avevo fatto e cosa le stavo facendo ancora cercando di abbindolarla con tutte quelle parole dolci, capì che dopo aver ottenuto ciò che volevo sarei scappato nuovamente facendola soffrire ancora.
Non riuscì a guardarla un minuto di più, mi pizzicavano gli occhi e le gambe mi cedettero lasciandomi andare sul letto, la invitai a sedersi di fianco a me, lei, sorprendendomi per la seconda volta, lo fece.
Avvicinai con cautela la mano alla sua ed iniziai a legare i nostri mignoli "Io ne ho davvero bisogno Em, perché una volta che stai senza, niente è più lo stesso" cercai di asciugarmi il sudore dalle mani prima di stringere le sue delicate e fredde capaci di fermare i miei tremori.
Erano passate più di sei ore dall'ultima volta.
Seguì il suo sguardo cercando di non essere scoraggiato da quegli occhi di ghiaccio.
"Ti prometto che ne uscirò, sul serio questa volta, forse potremmo lavorarci insieme, devo stare meglio lo so, ma adesso è questo quello che mi fa stare meglio"
Scrutava i miei occhi e le mie labbra per capire se stessero mentendo allo stesso modo.
"E' in mezzo ai miei libri"
Sorrisi trionfante, ma non corsi via da lei, anche se le mie gambe fremevano, i miei muscoli bruciavano e la mia mente era completamente concentrata su ciò di cui avevo davvero bisogno; mi fermai là con lei, le cinsi la vita con le mie braccia e posai la fronte sulla sua tempia, annusai il profumo della sua pelle e dei suoi capelli desideroso che fosse davvero quello la mia droga, la mia ossessione, la mia rovina. Sussurrai un flebile grazie prima di baciarle l'angolo delle labbra, lei portò una mano fra i miei capelli stringendoli ed intrecciandoli fra le dita, ebbi giusto il tempo di guardarla negli occhi un altro secondo per capire che avrebbe fatto tutto per me, avrebbe dato se stessa per farmi rimanere lì accanto a lei.
La baciai nuovamente, questa volta sulla fronte, e mi alzai andando verso il mio tanto bramato desiderio.
'Il bambino ha ottenuto ciò che desiderava' pensai.
YOU ARE READING
Harry Styles
RandomQuesta è una raccolta di racconti basati sulle canzoni del nuovo album di Harry Styles. In ogni storia Harry è il protagonista, ovviamente le storie sono una mia immagine del significato che possono avere le sue canzoni, niente di serio. Spero vi pi...
