«In the Age of the Ancients the world was unformed, shrouded by fog. A land of gray crags, Archtrees and Everlasting Dragons. But then there was Fire and with fire came disparity. Heat and cold, life and death, and of course, light and dark...»
...
Non esiste un passato.
Non esiste un futuro.
Esiste solo il presente.
Il mio presente,
La mia storia,
Tutto quello che sono...
È il campo di battaglia.
Non conobbi mia madre. Non chiesi mai chi fosse, né che fine avesse fatto. Mai a questa cosa diedi alcuna importanza. Il volto di mio padre, era l'unica cosa che chiamavo famiglia. E le viscere della terra, dove la Prima Fiamma vibrava al ritmo di una musica che nessuno poteva udire, erano la mia casa. Ma tutto ciò sarebbe cambiato presto.
C
entomila cavalieri, in altrettante armature d'argento erano sotto il mio comando quando vedemmo per la prima volta la superficie del mondo. Ci aspettavamo luce, calore, ma tutto ciò che trovammo fu nebbia, freddo, una stasi irreale. Alberi millenari, destinati ad una vita eterna, tronchi freddi come la lama di una spada, ed il cielo era vuoto e morto.
«Torna, figlio mio. Conquista la superficie, e compi il destino che l'Era del Fuoco ci comanda. Compi il destino, in nome di Lord Gwyn.» fu questo il commiato di mio padre, il Lord della Luce. Non risposi, ma voltai lo sguardo ed iniziai la mia marcia verso l'esterno. Da solo con un esercito, contro i Draghi Immortali. Era una missione suicida certo, ma Gwyn desiderava un generale, non aveva interesse per un figlio.
Quando salimmo, allora iniziò la battaglia; un rombo di tuono spezzò il silenzio di morte del mondo esterno, e sopra alle nostre teste vedemmo la bestia. Quattro grandi ali grigie di roccia, ed un corpo massiccio sopra il quale, all'estremità di un lungo collo sottile, si trovava una testa cinta da una corona di corni, da cui fiamme roventi iniziarono a cadere come pioggia mortale dal cielo. I nostri scudi reggevano appena l'assalto, ma quando il fuoco smise di divampare lo vedemmo, con la sua mole scendere in picchiata contro di noi. Quando il drago ci colpì, innumerevoli vite vennero perse, e solo i più svelti, o i più fortunati, riuscirono a schivare a malapena l'urto.
Non aspettammo. Appena la creatura toccò terra, la caricammo con tutto il nostro arsenale. Frecce, spade, scudi, lance, le tirammo tutto ciò che avevamo su di noi e quello che potevamo trovare vicino, ma era tutto fu inutile: il drago resisteva alle nostre percosse come se non le sentisse, il ferro sopra la roccia della sua pelle rimbalzava emettendo scintille di calore, ma non sembravano dargli pensiero e solo noi sventurati sembravamo soffrire. Il drago aveva lunghe braccia, ed una coda rapida come una frusta, irta di denti di roccia, con cui decimava innumerevoli vite. Mai un singolo soldato voltò le spalle alla battaglia, ma per ogni colpo che potevamo infliggere, la creatura uccideva un'intera schiera di soldati. Osservavo la scena, inerme come un infante. Che vergogna. Il figlio di Gwyn, un codardo.
N
o.
Non sarebbe andata così.
A costo di morire, per primo fra i nuovi dèi mortali, avrei ucciso la bestia.
Stringevo la lancia nelle mie mani.
Iniziai a correre verso la creatura. La rabbia ribolliva in me, alla vista del sacrificio di tanti innocenti. Quando presi velocità, davanti a me il mondo era non più grigio, ma rosso come il sangue, e dorato come il fulmune. Urlai con quanto fiato in gola, e spiccai un balzo con cui, nella mia furia, speravo avrei colpito qualche punto molle - ammesso che ce ne fossero - nel mastodontico corpo della bestia; la mia lancia si illuminò di folgore, ed io chiusi gli occhi.
Colpii la creatura sul cranio.
V
idi la punta della mia lancia.
La vidi spezzare la roccia, lacerare la carne sottostante, ed irrorarsi di un sangue mai prima d'ora versato. La bestia urlava per qualcosa che mai aveva provato prima: dolore. Del dolore che si prova prima di morire. Spinsi la lancia quanto più in fondo fossi in grado, con tutte le mie forze; sentivo il fulmine che scorreva nelle mie vene, schioccare e crepitare, il sangue del drago che bolliva per il calore, e la sua anima uscire dall'oscurità del suo corpo, per entrare nell'aria, illuminata dalla luce della mia lancia. Quando smisi di spingere, il drago era già morto; il suo corpo cadde inerme senza alcuna forza a sostenerlo. Accanto ad esso, un mare di cadaveri. Di centomila guerrieri d'argento, a malapena duemila erano ancora vivi per osservare la caduta del drago. Quattro quinti del mio esercito distrutto, questo era il prezzo per la morte di un singolo loro alfiere?
Estrassi la lancia dal corpo, alzai lo sguardo e vidi gli occhi dei sopravvissuti, che mi guardavano come un eroe, come un esempio da seguire. Ed io osservai loro, fiero del coraggio e della determinazione che avevano mostrato.
«Figli degli Dèi - dissi - non abbiate timore. Non pensate che quanto fatto oggi, qui, in questo luogo sacro sia poco. Oggi abbiamo fatto ciò che chiunque credeva fosse impossibile. Oggi abbiamo donato la morte a chi credeva di essere immortale. Oggi abbiamo ottenuto la vittoria su un nemico che credeva di essere invincibile. Tornate a casa, figli di Gwyn, e riposate, perché domani...noi conquisteremo la terra! Per Lord Gwyn, e per il Sole!»
Quando alzai la lancia al cielo, il rumore dell'acciaio e dell'argento di tanti indomiti cavalieri si unì a quello delle loro grida e delle esaltazioni.
Condussi la marcia verso le viscere della terra. Nessuna cavalcatura, andai a piedi. Mentre ero assorto nei miei pensieri, qualcuno mi toccò la spalla. Un cavaliere d'argento si era tolto l'elmo, ed era venuto a parlarmi.
«Grazie per il suo discorso, mio Lord. E non la ringrazio solo io, la mia gratitudine è condivisa con tutto l'esercito. Abbiamo perso amici e parenti in questa battaglia, ma la vittoria che ci ha donato con la sua lancia ha reso tutto ciò un giusto sacrificio.»
«Nessun sacrificio è giusto, giovane soldato. Il nemico che abbiamo combattuto era forte, ma questo non scusa il mio comportamento, e le conseguenti perdite. Vi ho deluso.»
Il cavaliere non toglieva la mano dalla mia spalla. Anche sotto l'armatura, sentivo il caldo del suo tocco.
«Non abbattetevi, mio Lord. Oggi abbiamo vinto, e domani vinceremo ancora. Ogni giorno perderemo meno uomini, e alla fine la terra sarà nostra. Seguiremo il vostro esempio, saremo forti e valorosi.»
Lo guardai in faccia. Un giovane, come molti alla prima guerra. Il volto era sottile e delicato, di bell'aspetto. Sopra la testa, una lunga chioma di capelli neri che scendevano fino alle spalle.
«Come ti chiami, soldato?» chiesi.
«Ornstein, mio Lord.»
«Grazie, giovane Ornstein. Mi hai tolto un peso dal cuore. Spero di rivederti sul prossimo campo di battaglia.»
Ornstein sorrise: «Ne sono sicuro.» e tolta la spalla dalla mia mano, se ne andò fra i soldati.
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Figlio Del Sole
FanfictionUna personale interpretazione della storia del Re Senza Nome (Nameless King) di Dark Souls 3.
