In those shadows at the corner of your eyes

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Riposi la lettera d'addio dentro il cassetto, chiudendolo con particolare cura: anche quel giorno non avrei tentato il suicidio.
Mi spostai dalla scrivania verso la finestra per osservare la vita pulsante e serena della metropoli e dei suoi abitanti. Come capo del Corpo di Sicurezza avrei potuto occupare l'ufficio principale, ma decisi deliberatamente un luogo che mi permettesse di affacciarmi sulla città. Ne avevo bisogno quanto lei di me: io mi assicuravo che nessuno, durante la notte, dovesse temere l'agguato degli stessi spiriti che si nascondevano nelle ombre ai margini della mia visione durante il giorno, e quella vista salvava me dal totale abbandono.
Quella mattina, tuttavia, ricevetti una telefonata che mi riportò alla mente la lettera che avevo scritto il giorno peggiore della mia vita.

Enden era una capitale industriale e per sfuggire alla massificazione venivano spesso a crearsi figure eccessivamente eccentriche e particolari, come quella di Pancrazio Rhodomylia, il famoso conduttore del programma "Vitae", a cui mi ero appena rifiutato di partecipare. Un agente aveva chiamato, sostenendo di essere in possesso di informazioni sui miei precedenti penali, e aveva preteso che partecipassi per raccontare la mia storia su generoso compenso.
Fui gentile ma determinato nel respingere la proposta. Il solo pensiero di quali sarebbero potute essere le mie azioni nel rievocare in pubblico i fantasmi del passato che tormentavano ogni mio sogno, scatenò in me un senso di inquietudine.
Fu quella sensazione che mi fece scattare quando Jeanne entrò con fierezza nell'ufficio e la riconobbi appena in tempo per evitare di colpirla, crepando l'intonaco del muro.
Sul momento non ebbi il coraggio di guardarla in viso nel timore di vedere il suo volto terrorizzato, ma mi sorprese carezzandomi e sospirando di tristezza, «Ti prego, non ridurti così. Mio padre ti ha incaricato di guidare il dipartimento di sicurezza, ma evidentemente non si è mai reso conto del peso che porti. Non ha visto quanto ti dimeni nel sonno, non ha sentito al mattino il singhiozzare di un uomo distrutto. Sono perfettamente in grado di gestirlo da sola, fidati di me, almeno tu.»
Non ebbi il coraggio di negare la verità, vivevo con Jeanne ormai da tanti anni e lei comprendeva meglio di chiunque altro la mia sofferenza, ma il suo sguardo intenerito era proprio ciò che mi rendeva più determinato a raggiungere il mio inarrivabile obiettivo, perciò le scostai la mano.
«Agente Jeanne, cos'ha da riportare?»
La sua espressione mutò repentinamente, ma attraverso l'impenetrabile sguardo d'acciaio di cui si era fatta scudo, riuscivo ancora a scorgere un velo di delusione, mentre con tono severo rispondeva, «Abbiamo catturato un sospettato, si rifiuta di soddisfare i nostri quesiti e richiediamo il suo intervento al più presto.»
Sapevamo entrambi di star recitando, che tutta quella formalità non era necessaria al nostro lavoro, ma a mantenere le distanze. Io avevo il dovere morale di non trascinare il tesoro più prezioso del Capo, il vecchio direttore del Corpo di Sicurezza di Enden, nel mio personale abisso e lei non desiderava causarmi più problemi di quanti non ne avessi di già.

Mi diressi dunque nella sala degli interrogatori di malumore, dove seduto su una sedia d'ufficio un giovane aspettava il mio arrivo. Le sale erano state arredate appositamente da un particolare artista ingaggiato dal Capo, dovevano ispirare al contempo accoglienza e necessità di serietà. C'era, ed a dir la verità era la maggioranza, chi non veniva minimamente influenzato dall'ambiente, ma proprio in quei casi avevo finalmente l'occasione di operare. Da quando avevo assunto il ruolo di direttore, infatti, le regole e la burocrazia mi avevano legato all'organo centrale del Corpo e l'unica attività che mi era stata concessa, in via eccezionale, per mettere in pace il cervello tormentato di un uomo assetato di giustizia era proprio trarre informazioni dai sospettati ed i testimoni.
Quando entrai, la figura tremante sobbalzò terrorizzata, per poi chinarsi con la testa tra le mani, mentre singhiozzava inconsolabile e pregava qualcuno di perdonarla.
«Buongiorno signor.. Demeter Reed. Sono qui per farle poche semplici domande. Vorrei gentilmente sapere dove si trovava il sabato scorso alle ore ventidue e diciassette minuti.»
L'interrogatorio proseguì a lungo, fu senza dubbio logorante, ma riuscii a far parlare il sospettato.
Apparentemente l'uomo, in un raptus d'ira, aveva ucciso la sua famiglia e non sapendo cosa fare si era rivolto ad un suo conoscente, che lo aveva in seguito indirizzato ad un elemento conosciuto dal corpo di sicurezza; un trafficante d'organi rinomato per la rapidità ed apparente trasparenza dei suoi servizi, che dopo aver pagato l'assassino cifre esigue per gli organi dei familiari lo aveva denunciato davanti ai suoi occhi.
In quel momento l'uomo si è pentito delle sue azioni ed ha deciso di seguire gli agenti senza ribellarsi, ma nel timore di cosa gli sarebbe spettato dopo, aveva avuto un ripensamento improvviao e si rifiutava di rispondere alle domande poste dagli agenti. Non c'era nulla che potessi fare ormai per evitare che il senso di colpa lo divorasse, ma, eventualmente, nel trovare in me un compagno di sventure aveva deciso di accettare la propria punizione.

Appena fui fuori, trassi un sospiro di sollievo, sebbene quella fosse ormai la routine sembravo non riuscire ad adattarmi: le esperienze di chi aveva già commesso crimini o ne testimoniava lo svolgersi sembravano volermi ricordare che non ero là fuori a proteggere la città, ma come in passato era accaduto, ero costretto ad esserne spettatore.
Immerso in quei pensieri, la terra iniziò a mancarmi sotto i piedi ed un forte senso di nausea mi fece perdere l'equilibrio, ma finsi naturalezza quando Jeanne mi venne ad avvertire, porgendomi un documento, che non era ancora finita, che c'era ancora un altro caso da affrontare, stavolta molto piú grave.
L'interrogato era un altro giovane, stavolta dall'attitudine molto piú calma. L'aspetto trasandato, la barba ed i capelli incolti lasciavano credere che fosse un mendicante, ma il suo cognome coincideva con il marchio di una delle più famose e fiorenti multinazionali di alimenti. Fui sorpreso nel percepire il guizzo nei suoi occhi scuri quando i nostri sguardi si incrociarono.
Iniziai a leggere ciò di cui eravamo a conoscenza riguardante il caso e ne rimasi scioccato. Mentre scorrevo con gli occhi le parole, linea dopo linea, paragrafo dopo paragrafo, il mio stomaco si contraeva e fui colto da un desolante senso di vertigini, mentre il testo davanti a me perdeva di significato.
Tre persone erano state smembrate nella zona industriale della città, briciole di ossa e brandelli di carne umani erano sparsi per la scena del crimine e l'unico testimone di un atto così mostruoso sedeva in totale tranquillità davanti a me, avrei giurato anzi con un presuntuoso atteggiamento di sfida.
Raccolsi tutte le energie a mia disposizione per mantenere la lucidità ed iniziai l'interrogatorio.
«Alexander Unum, figlio del CEO dell'azienda alimentare di fama mondiale UNUM, sei sospettato dell'omicidio di tre innocenti e a prescindere da chi tu sia e quanto potente tu possa essere, il Corpo di Sicurezza di Enden ha il compito ed il diritto di sottoporti ad interrogatorio. Sei in possesso di un alibi o di un valido motivo per cui sei stato trovato sulla scena del crimine?»
Egli abbassò gli occhi sorridendo ed ebbe un breve sussulto, fui incerto se interpretarlo come un atto di nervosismo o di scherno nei confronti delle mie parole.
«Mi piace il senso di giustizia che va sbandierando con tanta fierezza, scommetto che in passato ha commesso degli atti così terribili da non poter essere raccontati ed ora si aggrappa a quel briciolo di serenità che le concede il preoccuparsi della sicurezza degli altri», raggelai e lui parve accorgersene, perché subito tornò ad incalzare «Ci ho visto giusto, non è così? Sarò anche più giovane di lei, ma ho capito molte cose che altri comprendono solo alla fine delle loro vite. L'insensatezza che accompagna i nostri giorni ci rende prevedibili, vuoti e desiderosi di morte. Non desidera anche lei di porre fine a tutta questa sofferenza? Non si sente consumare ogni volta che un crimine viene compiuto? Quel che ho visto è stato semplicemente un uomo comportarsi come tale, strappare in maniera insensata esistenze senza senso a uomini vuoti.»
«Non siamo qui per parlare di filosofia», lo interruppi ad alta voce, «un criminale ha compiuto un gesto così atroce e mentre lei lo ignora, io ho il dovere morale di impedire che accada ancora.»
Alexander Unum sorrise compiaciuto e si portò il dito alle labbra, «Suvvia, non alzi il tono, collaborerò, ma solo con lei. Mi dimostri di non essere un burocrate pieno di vacui ideali e rimorsi, si stacchi da questo edificio e venga con me dove si è svolto il delitto, le racconterò tutto.»
Mentre quelle parole suadenti, appena sussurrate, si facevano strada nelle mie orecchie come serpi maligne, sentii nascere il desiderio di abbandonare quella gabbia, ebbi la sensazione che quel crimine fosse compiuto solo perché io lo notassi, solamente io catturassi il criminale e che se fossero stati altri al posto mio, non avrei mai più avuto pace.
La catena del destino si stava stringendo attorno al mio cuore e la bianca bestia aveva provato ancora una volta il desiderio di cacciare.

Doppelganger Vertigo IStories to obsess over. Discover now