Like the caterpillar and the butterfly

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Girai la chiave nel blocchetto d'avviamento dell'auto per spegnere il motore, poi strinsi il volante tra le mani. Rimasi lì, ferma a fissare il nulla davanti ai miei occhi, a fissare l'aria che c'era tra me ed il parabrezza, a fissare le particelle di polvere che svolazzavano davanti al mio viso, a fissare il vuoto. Intanto la mia presa si faceva sempre più salda, forte, allora spostai lo sguardo su di essa: le mie nocche erano bianche, talmente bianche da far invidia alla neve, quella neve soffice e candida che io avevo avuto la fortuna di vedere non molte volte nella mia vita, quella neve che sarebbe potuta cadere da un momento all'altro dato la bassa temperatura del luogo. Lanciai uno sguardo al di fuori del finestrino, il cielo, quasi interamente coperto dalle nuvole, era scuro, pareva quasi grigio.
Presi un gran respiro "Puoi farcela Brooke." pensai "Se arrivata fin qui, ora devi andare avanti, non puoi lasciare tutto". Pensarlo era facile certo, ma chi ci riusciva a farlo effettivamente? Io sicuramente no.
Una piccola mosca svolazzava al di fuori dell'auto mentre, testardamente, continuava a sbattere sul finestrino della mia macchina per tentare di entrare. Odiavo le mosche, anzi, a dire la verità odiavi qualsiasi insetto avesse le ali, dalle più "belle" coccinelle alle più odiose zanzare. Il semplice sbattere delle ali mi dava un fastidio incredibile.
"Allora perché ti sei tatuata una farfalla sul polso?" Mi aveva chiesto mia madre quando le avevo spiegato l'odio che provavo verso quella tipologia di insetti, non molto tempo dopo essermi fatta quel tatuaggio.
"Non lo so." Avevo risposto indifferente alzando le spalle "O meglio, forse è semplicemente tropo complesso da spiegare, probabilmente non capiresti il significato." Avevo continuato ottenendo solamente uno sguardo confuso da parte della donna.
Distolsi lentamente lo sguardo da quell'odiosa cosetta svolazzante e posai la fronte sul volante, dove stavano ancora le mie mani, sempre salde.
"Esci dall'auto, entri, lo saluti, gli dici che ti manca, lo saluti ancora, sali di nuovo in macchina e te ne vai. È forse troppo complesso?"
Si, lo era. Persino quella scaletta di cose che avevo appena elencato nella mia mente, anche  se apparentemente banale, era una cosa tremendamente difficile da fare. Così dannatamente facile da dire, ma veramente troppo complessa da trasformare in fatti concreti.
"Oppure, più semplicemente, potrei fare marcia indietro, tornare a casa e venire un altro giorno..."
Cercai di trovare una scusa, una banalissima scusa grazie alla quale abbandonare immediatamente il posto ed andare a casa mia, ma nulla, non mi veniva in mente nulla, al contrario, più stavo lì, così vicina al mio obbiettivo, più mi saliva il rancore e la consapevolezza di aver commesso uno sbaglio a non venire prima.
Allora presi una decisione.
Inspirai profondamente mentre, tenendo gli occhi chiusi, sollevavo la testa dal volante. Aspettai alcuni secondi. Espirai prendendomi tutto il tempo possibile, cercando di posticipare il momento che temevo, ed ancora più lentamente, se possibile, dischiusi gli occhi. Iniziai allora a lasciare la presa delle mie mani sul volante, mentre osservavo i capillari riempirsi lentamente fino a diventare rossi sulle mie nocche, che erano restate candide fino a poco tempo prima.
Non potevo crederci, lo stavo facendo veramente.
Sganciai la cintura, aprii la portiera ed uscii dalla macchina tenendo sempre lo sguardo basso. Mentre mi richiudevo la portiera alle spalle pensai a cosa avrei potuto dirgli.
"Giorno Jon, come stai? Si, hai ragione, è da quasi un anno che non ci vediamo, ma lasciamo stare questi particolari, d'altronde è solamente da dieci mesi che non vengo a trovarti perché non ne ho il coraggio, giusto?"
Sicuramente non avrei potuto presentarmi dicendo quello, no.
Iniziai a camminare verso l'entrata mentre cercavo continuamente qualcosa di accettabile da dire.
"Jon, si sono io, si esatto, la ragazza di dieci mesi fa, quella che ti ha lasciato solo come un cane solamente perché aveva paura di venire a trovarti, ricordi?". Ancora peggio...
Il grande cancello era socchiuso dunque entrai semplicemente. Mi guardai attorno cercando di indovinare dove si potesse trovare. Ovviamente non lo vidi, d'altronde era difficile trovare una persona che si trovava in mezzo a moltissime altre.
Dato che non sapevo dove andare, iniziai a camminare senza curarmi del fatto che non avevo la minima idea di dove si trovasse. Allora iniziai a guardarmi intorno: il prato era pieno di persone, chi serio, chi sorridente, chi triste, chi senza nemmeno un vero volto.
Mi fermai non molto distante da due bambini, sorridevano. Sorridevano come se gli avessero appena regalato quello che avevano sempre desiderato, avranno avuto circa sei, forse sette anni. Il loro sguardo, in un certo senso, era pieno di vita.
Così giovani, così solari, mi chiedevo io perché della loro presenza in quel luogo. Ovviamente non andai da loro per chiederglielo, certo, non avrei mai voluto disturbarli in qualunque modo, e molto probabilmente gli avevano insegnato a non rivolgere la parola agli estranei, ed era impossibile che mi avrebbero risposto.
Perciò andai avanti, mentre con lo sguardo cercavo il mio amico, anche se forse speravo di non trovarlo mai. Veramente, non avevo la minima idea di cosa avrei potuto dirgli.
"Da quanto tempo Jonathan! Mi sei veramente mancato. Dai, non dirmi che non ti ricordi di me, sono sempre io, non ci vediamo da tempo ma non puoi dirmi che non ti ricordi di me!"
Ogni idea era peggiore dell'altra, non mi veniva in mente nulla. E se poi non c'è l'avessi fatta? Proprio lì magari, mentre mi trovavo di fronte a lui. Se mentre lo guardavo negli occhi fossi ceduta? No, non avevo nemmeno il diritto di cedere, dovevo restare forte e dimostrargli che mi mancava, si, ma pur sempre restando forte.
Camminai per un altro buon quarto d'ora, trovarlo mi sembrava del tutto impossibile tra tutta quella gente che urlava, che si faceva compagnia. Alcune volte mi capitò di incrociare lo sguardo con delle intere famiglie: nonni, madri, padri, figli, zii, cugini... erano tutti riuniti lì, inseparabili. I più anziani mantenevano ancora uno sguardo serio, non triste, solo serio, invece quelle persone più giovani erano quasi tutte felici.
Mi fermai un secondo a guardare una madre, una semplice mamma che teneva in braccio quello che doveva essere suo figlio. Quest'ultimo stava piangendo, riuscivo quasi a sentirlo anch'io, mentre la donna, disperata ma allo stesso tempo allegra alla vista del corpicino che teneva in braccio, cercava di tranquillizzare il bimbo coccolandolo e cullandolo.
Non molto tempo dopo aver incontrato quel duo quasi... insolito, lo trovai, il ragazzo che stavo cercando da quando avevo fermato quella dannata macchina nel parcheggio.
Lui stava lì, non lo potevo ancora guardare dritto negli occhi dato che non ero esattamente davanti a lui, però riuscii a riconoscerlo anche solo guardando una accenno del suo viso. Si, era lui, era proprio lui. Era Jonathan, il mio Jonathan.
Presi tre lunghi respiri, solamente dopo aver ossigenato per bene i miei polmoni, iniziai ad incamminarmi verso di lui. Lentamente, molto lentamente, mi ritrovai al suo fianco, eppure eravamo ancora così distanti. Probabilmente lui non si era ancora accorto della mia presenza, allora lo sfiorirai con il palmo della mano, era freddo, era veramente freddo.
Così mi ritrovai di fronte a lui, a guardarlo negli occhi, ad agganciare ancora una volta il mio sguardo marrone cioccolato con il suo azzurro. Azzurro ma non come l'oceano o come il cielo, no, il suo era un azzurro particolare, che ancora riusciva a stregarmi, era come se il cielo della Notte Stellata avesse mischiato tutte le sue tonalità di blu ed avesse alzato la luminosità. Ecco, in quel modo si poteva ottenere quasi lo stesso colore dei suoi bellissimi occhi.
Un sorriso apparve spontaneo sul mio volto e tutte le parole a cui avevo pensato (non che fossero molte e nemmeno quelle che avevo intenzione di usare) mi morirono in gola. Se prima non sapevo di cosa parlargli, ora non sapevo come parlargli. Cercai di trovare il coraggio che avevo avuto scendendo dall'auto, ma ne ritrovai solo una parte. Dopo non molto tempo passato a guardarlo seppi cosa dire, dovevo solamente trovare la forza per dire quelle poche e semplici parole.
Mentre ancora ci guardavamo negli occhi riuscii a prendere tutto il coraggio.
"Ehi" sospirai faticosamente. C'ero riuscita, non stavo sparando delle menate, almeno per il momento.
"Ciao Jon" deglutii rumorosamente, ma forse non tanto forte perché lui mi potesse sentire.
In quel momento potei aver giurato di aver sentito una sua risposta: "Ciao nana." Ero sicura che avrebbe risposto così, mi chiamava in quel modo da sempre,  quasi non mi ricordavo una volta che mi aveva chiamata con il mio nome. Ricordo che usava il nome Brooke solamente quando era serio o arrabbiato, allora in quel momento mi rallegri perché, se mi aveva chiamata "nana",  allora forse era ancora felice, ma non potevo saperlo con certezza.
"Come stai?" Ma sapevo che era una domanda stupida, banale, scontata e forse nemmeno appropriata. Il suo sguardo rispose al posto suo e mi bastò, non volevo insistere su cose del genere.
"Hai ragione, avrei potuto trovare qualcosa di migliore da chiederti, ma fidati, tutte le altre idee erano veramente stupide." Dissi accennando un debole sorriso mentre lo guardavo fare lo stesso, con la sola differenza che il suo era un sorriso molto più ampio del mio. Sorrideva ormai da quando ero arrivata, quei bellissimi denti bianchi erano lì in bella mostra da quando lo avevo visto.
Con molta calma mi sedetti di fronte a lui, con le gambe incrociate, in modo da trovarmi all'incirca alla sua altezza, dato che stava... come dire... come disteso su quell'enorme prato. Una volta seduta abbassai lo sguardo sulle mie mani che stavano iniziando a torturarsi da sole. Ancora una volta potei giurare di aver sentito la sua voce, la sua solita voce che mi diceva: "Smettila di rovinarti le mani, le ragazze della tua età dovrebbero portare lo smalto sulle unghie, non i cerotti come fai tu." Me la potevo ricordare benissimo la sua fantastica pappardella degna di una madre.
A quel pensiero cercai di tener ferme le mani mentre tornavo a guardarlo: "Scusa, è vero, ora la smetto."
Ancora una volta vidi il suo fantastico sorriso.
"Veramente, i-io non ho la minima idea di... non so da dove iniziare." Dissi imbarazzata, ma il solo vedere quel suo visino, che a me pareva sempre indifeso, fece scivolare via da me ogni goccia d'imbarazzo che avevo in corpo.
"Mi dispiace di non essere venuta prima ma, proprio non ci riuscivo, scusami davvero." Mi guardava senza dire nulla, sapevo che mi avrebbe ascoltata fino alla fine, sapevo che non mi avrebbe interrotta per tutto il discorso, sapevo che sarebbe stata una lunga conversazione, almeno da parte mia.
"N-non ho la minima idea di cosa dire" abbassai lo sguardo ma lo rialzai subito dopo "se devo dirla tutta non so nemmeno dove ho trovato io coraggio di venire, ma giuro che l'avrei fatto prima o poi, altrimenti non sarei qui no?"
Il suo sorriso m'incoraggiava ancora ad andare avanti.
"Beh..." cercai di dire senza nemmeno sapere dove volevo arrivare, così abbassai per l'ennesima volta lo sguardo, non mi ero nemmeno resa conto che stavo tornando a torturarmi le unghie. Distanziai immediatamente le mani per smetterla, fu allora che posai lo sguardo sulla farfalla che stava tatuata sul mio braccio sinistro. Sorrisi spontaneamente al ricordo della sua storia.
"Te la ricordi questa?" Chiesi al ragazzo mentre alzavo il braccio per fargli vedere il disegno sul polso. "Te la ricordi la sua storia?" Dissi ancora abbassando il braccio.
"Avevamo undici anni, mi dico. Eri un intellettuale anche allora secondo me, mentre io ero la tua amica che doveva ancora imparare a mettere la h davanti alle a quando serviva.
Sei sempre stato un bambino intelligente, da piccolo, si, ma anche da grande, purtroppo devo ammetterlo, ma d'altronde eri il mio migliore amico anche perché mi facevi i compiti di grammatica, no?
Te lo ricordi il discorso che mi avevi fatto su questa?" Chiesi indicando il tatuaggio.
"Io me lo ricordo perfettamente, ogni singola parola che mi hai detto quel giorno è ancora incisa nella mia mente, perfettamente uguale a come lo avevi detto tu. Ricordo che avevi iniziato dicendomi che non credevi veramente in Dio, ma ti affidavi di più al pensiero della reincarnazione in un altro corpo dopo la morte. Dunque pensavi di essere stato qualcun altro  o comunque qualcos'altro prima di essere quell'undicenne così intelligente. Poi mi avevi detto che secondo te, nella tua vita precedente, eri stato una farfalla. Mi ricordo che allora io ti avevo guardato male, pensavo che avresti scelto un animale diverso, che so, un leone, una tigre, un orso, qualcosa di più... si insomma di più maschile o comunque meno iniquo di una banale farfalla. Comunque, allora io ti avevo chiesto cosa ero stata io nella mia vita precedente, secondo te, e tu mi avevi risposto: "Un bruco."
Io proprio non capivo, avevi scelto due dei più innocui animali al mondo ed inoltre uno dei quali odiavo, dato che aveva le ali. Non mi aspettavo propio di sembrarti un bruco.
Finalmente, dopo esserti fatto persino pregare per una spiegazione, mi hai detto il perché di quei due animali. "Tu sei il bruco ed io la farfalla, insomma, è in senso metaforico, dal bruco, dopo aver costruito il bozzolo, nasce la farfalla, da te, dopo aver costruito un'amicizia con quel povero bambino che ero anni fa, sono nato io.
Senza il bruco la farfalla non sarebbe mia diventata una farfalla così sicura della sua bellezza, senza di te, non sarei mai diventato questo ragazzino ormai così sicuro di se."
Inizialmente non ti avevo preso suo serio, mi sembrava una cosa troppo smielata da dire, allora mi ero messa a riderti in faccia, ma tu, nonostante questo, non te l'eri presa con me, semplicemente mi avevi detto che quello era ciò che pensavi.
Solamente un paio di anni dopo mi ero accorta che era una cosa seria, esattamente me ne resi conto quella volta, mi pare che avevamo circa dodici anni, forse tredici. Le mie compagne di classe mi prendevano in giro perché io stavo sempre con te e mai con loro, mi prendevano in giro perché stavo sempre con un ragazzo e non passavo mai del tempo con delle altre ragazze. Allora tu eri andato da loro e avevi detto loro, chiaro e tondo, che dovevano smetterla di prendermi in giro e che piuttosto erano loro quelle strane, dato che non riuscivano nemmeno a fare una parola con un maschio.
Da allora smisero. Subito dopo eri venuto da me e mi avevi spiegato di nuovo la storia della farfalla e del bruco ricordandomi che, se non fosse stato per me, tu non saresti mai stato talmente sicuro di te da andare da quelle piccole oche delle mie compagne di classe e dire loro quello che le avevi detto.
Poi, quando avevamo entrambi compiuto diciott'anni, ci siamo regalati questo tatuaggio. Tu il bruco, io la farfalla, in modo da poter restare uniti, sempre."
Mi fermai un attimo mentre cercai di vedere il suo bruco tatuato sul braccio ancora una volta. Appena lo scorsi sorrisi per poi ricominciare a parlare.
"Dieci mesi fa, però, è successo... quello che è successo, e non ci siamo più visti da allora, almeno fino ad adesso, e devo ammettere che, un paio di mesi fa, avevo pensato di togliere questo tatuaggio: per la prima volta da quando ti conoscevo averti vicino mi provocava dolore, molto dolore, ma poi ho capito che preferivo sentire quel dolore piuttosto che vivere per sempre senza avere nemmeno un ricordo di te, senza nemmeno una piccola parte di te che fosse rimasta sempre e comunque con me. Per questo ti giuro che questo tatuaggio lo terrò fino alla fine e anche oltre, anche quando mi sarò reincarnata in un altro essere vivente, e dato che tu avrai ancora il tuo, riusciremo a riconoscerci anche nella prossima vita, te lo prometto."
Rimanemmo entrambi in silenzio per alcuni minuti, poi ripresi la parola: "Forse adesso è meglio che vada però, ma ti giuro che torno, soprattutto ora che ho capito che venire a trovarti non è faticoso e doloroso come pensavo, almeno non più di tanto." Gli rivolsi un ultimo sorriso, ovviamente ricambiato, mentre mi alzavo e mi pulivo dai piccoli fili d'erba che si erano attaccati ai miei pantaloni.
"Tornerò e mi mancherai fino ad allora. Ti voglio bene." Dissi poco prima di posargli un bacio sulla guancia con la mano.
"Ci vediamo." Lo salutai un ultima volta, ma prima di andare feci la cosa che più avevo evitato fino a quel momento. Dovevo farlo, era doloroso ma dovevo.
Allora abbassai lo sguardo, dai suoi occhi fino alle parole che c'erano incise appena sotto la sua foto, quella foto che gli avevo scattato quel sabato sera, quella foto che aveva immortalati gli ultimi attimi prima che venisse investito, quella foto che io tenevo ancora nel mio telefono, quella foto che era stata la sua ultima foto, quella foto che avevano scelto di mettere sulla sua lapide. Sulla lapide del mio migliore amico.
Le lacrime iniziarono a fare a gara sulle mie guance mentre fissavo, solamente fissavo quelle maledettissime parole, su quel maledettissimo epitaffio.
Solo quando anche l'ultima lacrima salata cadde dal mio mento per finire sull'erba, solo allora lessi quelle dannatissime parole:

"Jonathan Anthony Froster 12.05.1994 - 07.02.2015
È solamente grazie a te, piccolo bruco, se è nata questa bellissima farfalla"

Like the caterpillar and the butterflyMga kuwentong kahuhumalingan mo. Tumuklas ngayon