Ero lì, seduto. Seduto accanto a quella colonna, dopo la pioggia, col mio solito libro. Non avevo nulla per ripararmi, non volevo ripararmi. Quella giornata rappresentava alla perfezione come mi sentivo dentro: distrutto, silenzioso, grigio e cupo. Proprio come le nuvole sopra di me.
Mi ero appena trasferito in una nuova città, dove non conoscevo nessuno, non avevo amici. Non che ne avessi tanti nella mia città, ma qualcuno disposto a passare le giornate con me c'era in quella piccola cittadina del centro Italia. Ora mi trovavo invece ad abitare a qualche chilometro da Central Park, nella confusione più totale, solo e piegato dalla depressione, con migliaia di persone intorno che sembravano evitarmi nella pioggia.
Passavano gruppi di ragazzi, che stavano trascorrendo i loro ultimi momenti di vacanza, dato che il giorno seguente sarebbe cominciata la scuola. Mi domandavo se ci fosse qualche mio compagno di scuola tra loro, qualcuno che mi sarei trovato all'indomani nella stessa classe.
Passavano gruppi di ragazzi che ridevano e scherzavano con le loro canottiere e Coca Cola in mano, bagnati da quel temporale estivo che era cessato solo qualche istante prima.
Ma anche loro, mi ignoravano. Ignoravano me, assorto nella lettura e con gli auricolari nelle orecchie, ascoltando "So Far Away" dei Sevenfold. E certo io non ero da meno: se qualcuno mi guardava, subito distoglievo lo sguardo da lui con area scocciata.
Insomma, se ero solo era anche colpa mia; chi avrebbe avuto il coraggio di farsi nuovi amici appena un giorno prima dell'inizio della scuola, in una città nuova e che era diversa in ogni singolo particolare dalla sua?
Ma cosa ci faceva uno come me a New York? Beh, i miei genitori erano entrambi americani, nati da famiglie italiane, e quindi dopo aver fatto successo con la loro azienda nello stivale, avevano deciso di tornare nei loro luoghi d'infanzia.
Io però, nonostante il nome e le tradizioni, mi sentivo italiano a tutti gli effetti, non sentivo gli Stati Uniti la mia patria.
Mi avevano cresciuto i miei nonni, ero cresciuto con Rossana che mi canticchiava vecchie canzoncine del suo piccolo paese in Lazio che aveva imparato in collegio e con Tonino che aveva occhi soltanto per il suo estesissimo possedimento terriero, a cui dopo 40 anni di lavoro in fabbrica in America, si dedicava con tutto se stesso.
Eravamo una famiglia di migranti come avete capito bene, i miei nonni, per trovare lavoro si erano trasferiti in America, dove mia mamma Alessandra era nata e aveva conosciuto e sposato mio papà Austin, che a loro volta avevano deciso di trasferirsi in Italia per lavoro e per riportare i miei nonni nei loro luoghi natali; dopo il grande successo, i miei avevano voluto tornare a Manhattan con me, Rory.
L'unica cosa che mi legava con l'America era quindi il mio nome, (di origine irlandese, in realtà) e la mia capacità di parlare inglese, che avevo sviluppato da piccolissimo grazie all'aiuto di mio papà e di mia mamma.
Dopo ben 12 anni di scuola in Italia, ora mi toccava intraprendere una nuova istruzione negli States.
Avevo dovuto abbandonare ogni cosa pur non sapendo cosa mi sarebbe aspettato: si prospettava per me l'inizio di una grande avventura.
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Her
Teen FictionSpesso le Fanfiction vedono solo il punto di vista femminile della storia. Ma chi dice i ragazzi non provano altrettante emozioni, non amano le loro prime volte e non vivono appieno le loro storie d'amore e le conseguenze di queste? Questo libro è...
