Il primo giorno? Un frappé di ansia ed eccitazione. Diciamocelo, in poche ore avrei posato le mie sneaker consumate su un suolo straniero. Sarei salito su un aereo, che è sempre stato il mio sogno. E, per una settimana, avrei preso una pausa dalla mia noiosa routine e dalla mia noiosa scuola, nonché dai miei genitori, naturalmente preoccupati al massimo. Attentati, esplosioni, strane malattie incurabili, chissà cosa si aspettavano potesse succedermi in quelle loro menti ansiogene. Ed io, chissà cosa mi aspettavo. Non di certo quello che sarebbe realmente successo di lì a poco.
L'aereo? Non vi nascondo di aver temuto un po' alla partenza: insomma, per interminabili minuti andammo lentissimi, ed io credevo fossimo già in volo. Solo quando l'aereo ha effettivamente cominciato ad accelerare, mi sono accorto di quello che stava accadendo: eravamo in cielo, tra le nuvole, con il cuore in gola, ma felici. Il volo durò un'ora e mezza, nemmeno il tempo di fare una dormita, e, per di più, non avevo il mio agognato posto accanto al finestrino. Eravamo tutti sparpagliati, le nostre due classi, e disseminati di partenopei e tipi dalle lingue sconosciute. Alla fine del viaggio, rimpinzatici di patatine al formaggio e con i timpani furenti, atterrammo: ecco l'eccitazione. Passeggiando tra i vari terminal respiravo già un'aria diversa. Le persone erano diverse, la pulizia maggiore, i cartelli incomprensibili. Cominciavo a sentirmi un po' smarrito. Gli avvertimenti di mio padre rimbombavano nelle mie orecchie: ricorda di prelevare i soldi, ricorda di recuperare il bagaglio, ricorda di chiamarci quando sarai arrivato. Ed ecco l'ansia. Ve l'ho detto, il primo giorno andò proprio così, un altalenarsi di due sensazioni contrastanti. Ad ogni modo, sbrigati tutti i precedenti passaggi, finalmente uscimmo dall'aeroporto. Il cielo era grigio, proprio come piace a me, e proprio come mi aspettavo che fosse; fino ad allora nessuna delusione. Faceva freddo, ma era abbastanza sopportabile: il maglione di lana dai motivi natalizi e il piumino che avevo bastavano a riscaldarmi, ecco. Un autobus enorme ci attendeva per scortarci direttamente al nostro primo hotel: corsa ai posti, riscaldamenti accesi, partiti. La mia magra consolazione fu che, almeno sull'autobus, riuscii a sedermi accanto al finestrino, e con la mia macchinetta alla mano, cominciai a girare i primi video, mentre lentamente vedevo scorrere palazzi, fiumi, giardini e strade a me sconosciuti. Poco dopo arrivammo all'albergo. Era un palazzo antico ubicato in una strada piuttosto lontana dal centro, tra palazzi ugualmente vecchi e dai colori smorti. Un'insegna piuttosto misera recava scritto: "Hotel City Centre". Se da fuori non sembrava granché, allora l'interno doveva essere mille volte peggio, pensai. La hall era un posticino niente male, invece, piuttosto accogliente e con il riscaldamento alto; c'era uno strano aroma che la rendeva tranquilla e un'atmosfera silenziosa. Dopo il viaggio in aereo e in autobus avremmo preferito sistemarci nelle nostre stanze e riposarci un po', ma non ci fu possibile perché le stanze erano ancora in via di preparazione. Il professore propose di andare a fare un "breve giro" della città, ma noi non sapevamo che non saremmo tornati in albergo prima delle 19:30.
Per quello che avevo potuto vedere, Praga era una splendida città dalle strade pulite, i palazzi molto più colorati di quelli lungo la via dell'albergo, l'aria sofisticata e misteriosa. Il nostro primo pranzo, come scordarlo, fu piuttosto particolare. All'una cominciò a piovigginare e ci rintanammo in un locale consigliatoci dal nostro stesso professore. Per farla breve, mentre camminavano fra i tavoli ci ritrovammo in una specie di taverna nordorientale popolata da uomini che parlavano un dialetto rude e graffiante con caraffe di birra in mano e nei piatti carni di chissà quale animale del posto cucinato in salse piccanti. Mancava solo una testa di cinghiale appesa ad una parete, ed il quadro sarebbe stato perfetto. Purtroppo il locale era stracolmo, quindi fummo costretti a dividerci e a sederci in tavoli separati. Io capitai con Rachel, Grace e Andrew. Alle nostre spalle un'altra tavolata composta da Phillis, Violet, Gwen e Charlotte. Il menù era incomprensibile quindi ce ne portarono un altro in inglese: le portate erano principalmente a base di carni e verdure, nonché altri ingredienti ignoti che anche il traduttore faceva fatica a identificare. Io, Rachel e Andrew andammo sul sicuro, almeno credevamo, scegliendo un petto di pollo accompagnato da barbabietole, che risultò alla fine buono e saporito. Grace non ebbe la stessa fortuna quando vide arrivarle in un piatto un taglio di carne farcito di cavoli e immerso in una brodaglia marroncina. Forse, ripensando a quello che ci avrebbero servito la sera stessa in hotel, Grace avrebbe fatto meglio a non lamentarsi di quello che aveva ordinato, mentre noi altri avremmo dovuto ritenerci fortunati. Ma queste sono le tipiche disavventure di chi non è abituato alla cucina straniera, e questa è un'altra storia.
Le corone erano facili da usare, il nostro inglese non era niente male, e questi erano due punti a nostro favore. Per quanto riguarda il pomeriggio, ci dilettammo a girare più approfonditamente per i luoghi più famosi di Praga. Il fiume Moldava era meraviglioso, ed il Ponte Carlo altrettanto, sebbene le statue di marmo nero mi incutessero un certo terrore. Trascorremmo un paio d'ore a farci foto qua e là sul ponte, come fossimo su di una passerella, in gruppo o singolarmente, ognuno non vedeva l'ora di aggiornare il proprio stato per sbattere in faccia ai propri amici quanto fossero sfortunati a dover studiare o a stare a casa in quel momento. Nel frattempo, il sole tramontava, regalandoci un cielo ambrato e impreziosendo le nostre foto di colori vivaci e caldi. Lo vedevo, Phillis, come seguivi il suo sguardo, come controllavi minuziosamente con chi osasse parlare o scattare una semplice fotografia. Non potevi minimamente immaginare cosa ti sarebbe successo quella stessa sera, e quel controllo furtivo sembrava quasi presagirlo.
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Avventure di un viaggio a Praga
General FictionChe dire, del mio primo viaggio fuori dall'Italia. Una settimana strabiliante nella lontana e sconosciuta Praga, Repubblica Ceca. Baci. Tradimenti. Alcool. Segreti. Ma andiamo con ordine. Racconterò questo viaggio dedicando ogni paragrafo del mio ra...
