Mistero al Parco Vigeland

338 6 0

Quando il cadavere del secondo bambino fu trovato tra i cespugli del parco, a poche centinaia di metri da casa sua, la città precipitò in un baratro di orrore e incredulità. Contemporaneamente alla macabra scoperta erano arrivati i risultati dell'autopsia della prima piccola vittima. Il referto non lasciava dubbi: il bambino era stato violentato e quindi strangolato. Quando i poliziotti giunsero sul luogo del secondo rinvenimento e videro i segni bluastri sul collo esile del piccolo Edvard, il sospetto, che si era fatto strada nelle loro menti e che in ogni modo avevano cercato di scacciare prima di avere in mano elementi certi, prese definitivamente forma: si trovavano di fronte a un maniaco. Benché si fosse cercato di mantenere il massimo riserbo sui due casi, la notizia fu subito sulla bocca di tutti. In ogni casa, scuola, ufficio, per le strade e per le piazze della città si sentivano solo quelle parole con cui ci si riferiva al pedofilo assassino: "serial killer". Si era dovuto prendere a prestito quell'espressione straniera perché non sembrava possibile che esistessero parole in norvegese per descrivere un tale orrore. Ed era con un senso di profondo disagio ed estraneità che ora gli abitanti di Oslo guardavano la propria città e si guardavano l'un l'altro. Cose di questo genere non potevano capitare lì, in Norvegia, i "serial killer" vivevano, dovevano vivere, a New York, non potevano nascondersi tra gli abitanti di Oslo, la "capitale lillipuziana", come l'aveva definita una scrittrice del posto. Ed era con occhi diversi che ora ci si osservava, ogni uomo solo che, camminando per la strada, si trovasse a passare davanti a un asilo o a una scuola veniva guardato con sospetto; ci si chiedeva perché il vicino di casa non si era mai sposato ed era con diffidenza che veniva accolto il sorriso di un estraneo. Gli psichiatri interpellati furono concordi nel dire che l'assassino avrebbe ucciso di nuovo e in breve tempo se non fosse stato catturato, poiché i due omicidi erano avvenuti a distanza talmente ravvicinata e l'uomo aveva agito in luoghi così centrali e frequentati da far pensare che le sue azioni fossero dettate da un impulso talmente forte e irrazionale da non farlo esitare nemmeno di fronte al rischio di essere catturato. 

Fu impossibile tenere a freno i giornalisti, alla notizia fu dato il massimo risalto, i particolari dei delitti furono analizzati, sviscerati, furono riportate teorie e ipotesi, alimentando in questo modo sempre di più l'isteria collettiva che aveva ormai colpito l'intera città.

La polizia passò al setaccio la città. Furono interrogati tutti i pregiudicati per reati sessuali, ad alcuni fu imposto l'obbligo quotidiano di firma al commissariato di zona, altri furono pedinati; furono perquisite case, cantine, garage; furono controllati tutti gli stranieri residenti a Oslo e dintorni con un'operazione capillare, perché circolava sempre più insistente la voce che si trattasse di uno straniero; furono ascoltati vicini, parenti, amici e conoscenti delle due vittime, non fu trascurato nessun dettaglio, nessuna segnalazione seppur vaga, ma tutti gli sforzi sembravano non portare a niente. 

Qualcosa di strano aleggiava sulla città. Sebbene fosse inverno inoltrato, non era ancora nevicato. I meteorologi presentarono le più disparate e fantasiose teorie per spiegare quello strano clima, ma l'unica certezza era che, a memoria d'uomo, non c'era mai stato un inverno senza neve. C'era qualcosa di anormale nell'aria. A volte sembrava che stesse per nevicare, poi però non succedeva niente, come se il meccanismo si fosse inceppato all'ultimo momento ed i bambini, che guardavano il cielo pieni di speranza, riabbassavano la testa, delusi.

Dopo tre settimane scomparve un terzo bambino. Il piccolo Ole, di otto anni, era sparito all'uscita di scuola. La madre era arrivata leggermente in ritardo perché era rimasta bloccata nel traffico. Non c'erano testimoni, il bambino sembrava essere svanito nel nulla. L'ombra del maniaco aleggiava nell'aria, ma la polizia concentrò le sue ricerche sul padre del bimbo, che non si era rassegnato dopo il divorzio e risultava irrintracciabile.

Quando sembrava che le acque si fossero calmate, decise che era venuto il momento. 

Gli aveva fatto credere che lo stava riportando a casa e il bambino lo seguiva docile, ancora un po' intontito per i calmanti che gli aveva somministrato di nascosto. Camminavano vicini per le strade già deserte, l'uomo lo teneva per un braccio, ma non sembrava esserci violenza in quel gesto tanto che, se avessero incontrato qualcuno, sarebbe stato scambiato sicuramente per un padre con il figlio. Ma non incontrarono nessuno. Avevano preso delle vie secondarie e faceva troppo freddo perché qualcuno si azzardasse a uscire per fare una passeggiata, perciò nessuno avrebbe potuto riconoscere nel viso del bambino una somiglianza con la foto che da giorni era su tutti i giornali e sui volantini distribuiti a ogni angolo della città. 

Mistero al Parco VigelandLeggi questa storia gratuitamente!