"Settimo piano" leggo sul cartello. Ne mancano solo tre. Continuo a correre, due gradini alla volta. Un petalo di una rosa cade. Sembra andare contro il tempo: cade lenta, delicata e serena, beffandosi di me che corro più veloce che posso, il fiato mi manca, l'aria mi sferza il viso e una frase che mi rimbomba nella testa sempre più forte, gridata: "sto arrivando."
Due ore. Sono qui da due ore. Mi fisso le scarpe per l'ennesima volta e constato con finta sorpresa che sono identiche all'ultima volta. Guardo la porta davanti a me,e mi chiedo cosa stia succedendo là dentro. Stringo i pugni: dio, mi sento così impotente... Là dentro la sua vita è appesa a un filo, e io sono qui fuori come un idiota. La seggiolina azzura su cui sono seduto scricchiola. Sono tutte uguali, queste sedie. Azzurre, sporche, pasticciate, tristi, come quest' ospedale vuoto.
Sulla sedia accanto alla mia, le tre rose rosse sono ancora lì, immobili e bellissime, nonostante abbiano ormai perso qualche petalo.
Dalla stanza chiusa arriva un suono. Acuto, vibrante e meccanico. Ho il forte istinto di alzarmi in piedi e sfondare quella porta. Cerco con tutte le mie forze di calmarmi e sussurro: "ora mi siedo, e mi calmo. Va tutto bene. Va tutto bene." La testa mi pulsa e gli occhi mi bruciano. Voglio entrare. Voglio entrare e sapere come sta. Devo sapere come sta. "solo i famigliari" mi ha detto l' infermiera prima di chiudermi la porta in faccia. Come se io contassi di meno. Come se io, il suo migliore amico non avessi alcun diritto. In effetti, penso che a quella graziosa donnina in camice non fregasse niente di chi entrasse e chi no. Il capo le ha detto di far entrare solo i famigliari, e lei ha eseguito. Dopotutto, chissà di quante emergenze si occupa ogni giorno.
Un attacco d'asma. Un cazzo di attaco d'asma. Sapevo bene che Rosa soffriva di asma, fin da piccola, ma non aveva mai avuto un attacco, mai. Perchè proprio oggi, Dio? Se davvero esisti, perchè non le hai consigliato di portarsi dietro i medicinali che non le erano mai serviti? Tu che dovresti professare amore e pace, perchè hai deciso di turbare questa innocente famiglia? Ti credi tanto buono e misericordioso e poi eccomi qua, in questo ospedale deserto.
Riporto la mia mente a due ore fa. Stavo andando a casa sua, le tre rose rosse in mano. Arrivato sotto casa sua, ho citofonato una, due, tre, mille volte senza ricevere risposta. Eppure mi aveva detto che sarebbe rimasta a casa con la famiglia. Decisi allora di chiamarla, ma non rispose. Un po preoccupato chiamai la madre. Adoravo la signora Bonato: una signora elegante, dal sapore retrò, sempre disposta ad aiutarti e a donare un sorriso. Ma quando rispose al telefono, sembrava un'altra persona. Non riesco a ricordare cosa mi disse. Ho in mente solo: asma... grave... ospedale... e poi mise giù. Fu in quel momento che iniziai a correre, e corsi fino a circa due ore fa.
In fondo al corridoio spunta improvvisamente un uomo. E' vecchio e ha uno sguardo privo di emozioni. Cammina nella mia direzione e mentre mi passa davanti rallenta e guarda prima le rose, poi me. Subito tolgo le rose per lasciare libera la sedia, consapevole del fatto che tutte le sedie del corridoio siano libere. Lui sorride, mostrando pochi denti mal curati, poi volta lo sguardo e continua a camminare, ridendo sottovoce. Lo guardo voltare l'angolo, poi riappoggio le rose sulla sedia, stranito.
Le luci al neon del corridoio continuano a tremolare, infastidendomi, quindi decido di chiudere per un minuto gli occhi, lasciarmi andare. Ma ad occhi chiusi la mia paura prende forma e volto, per cui decido di riaprirli. Mi arriva un messaggio da mia madre, in cui mi chiede se ho notizie di lei. Probabilmente lei sarà più preoccupata per me che per Rosa.
Decido di concentrarmi sulla cosa più bella che mi venga in mente. Mi sforzo al massimo, e nella mia testa si crea forte e chiara l'immagine del suo viso: i suoi occhi neri, profondi e quel suo sorriso aperto, caldo. Ricordo quando mi chiese di farle una treccia, e io infilai le dita fra quei lunghi capelli setosi, scuri e luminosi al tempo stesso. Lei è la cosa più bella che io abbia mai visto. Non la perderò. Non stanotte. Non prima di averle detto che la amo. Non prima di averle detto che il mondo senza la sua risata è un mondo vuoto, freddo; non prima di averle detto che quello spazio fra i suoi incisivi, per cui da piccola la prendevano tanto in giro, è bellissimo; non prima di averle detto che il suo corpo di cui si lamenta sempre, è perfetto. Non oggi. Non proprio adesso.
Sento gli occhi inumidirsi, e me li asciugo con la felpa: "stupido" mi dico "lei è forte. Cerca di esserlo anche tu e smettila di renderti ridicolo. Lei non avrebbe pianto e tu lo sai . Datti un contegno, cristo santo!". Strizzo gli occhi scuoto leggermente la testa e qualche ciuffo di capelli mi ricade sul viso, ma non me ne curo più di tanto. Mi viene quasi da ridere... devo proprio avere un aspetto orrendo. Il telefono inizia a suonare le note di Don't stop me now e decido di rispondere: sullo schermo appare il nome di Michelangelo. Mi faccio forza e avvicino il telefono all'orecchio:
"Pronto?"
"Fede tu non immagini dove sono ora!"
Sento di sottofondo musica, voci e risate. Senza troppi giri di parole, gli spiego la situazione.
"Oh merda Fede, non lo sapevo. Bel casino. Vuoi che venga lì?"
Sento dalla sua voce che vorrebbe rimanere a divertirsi. Mick è un buon amico, davvero, ma non sa proprio nascondere quello che pensa.
"Non preoccuparti, posso cavarmela da solo. Grazie comunque."
Metto giù. Sullo sfondo del telefono appare il volto sorridente di Rosa, con accanto il mio, distorto in una linguaccia. Lei indossa un vestito rosso, corto, con la gonna a palloncino. Le sta proprio bene. Mentre osservo la foto cercando di imprimere nella mia mente il suo sorriso e il vestito rosso in ogni singolo particolare, la porta si spalanca, e io scatto in piedi. Esce l'infermiera, seguita dal dottore e dai famigliari di Rosa. Sono tutti in lacrime.
Il medico mi appoggia una mano sulla spalla:
"Non ce l'ha fatta."
Il mondo si ferma.
Tutti piangono, ma io non li sento.
Sento solo il mio cuore battere sempre più lento, sempre più vuoto. Sento l'anima scivolarmi via dal corpo insieme alle lacrime. Sento dolore, vuoto, strazio. Sento tutto, eppure non sento niente.
Spingo da parte il medico ed entro nella stanza. Lei è lì, immobile. Mi avvicino al lettino. Le sue guance stanno perdendo colore, così come le sue labbra. Oh, quelle labbra. Quelle labbra che ho sognato così a lungo di sfiorare con le mie, ora sono fredde, violacee. Mi accorgo di avere in mano le tre rose rosse, anche se non ricordo di averle mai afferrate. Le appoggio sul comodino accanto a lei. Le butteranno, lo so, ma non mi importa. Le accarezzo i capelli, e una lacrima cade sulla mia mano tremante. Vorrei rimanere lì. Vorrei solo adagiarmi lì accanto, e dormire con lei, per sempre, come nella storia di Romeo e Giulietta, che le piaceva tanto.
Sento una mano poggiarsi sulla mia spalla. Devo andare. Non voglio. Voglio restare qui con lei.
Alla fine mi lascio trascinare da quella mano salda, sicura, che al momento è il mio unico appiglio, ed esco dalla stanza, lasciandomi dietro lei, e tutto ciò che lei mi dava: felicità, amore, speranza; ma ora è tutto finito.
Rosa è morta.
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Solo Spine.
Romance"Una rosa, senza spine, resta una rosa. Io, senza Rosa, sono solo spine." La storia di Federico, un ragazzo come tanti altri costretto a convivere con il dolore più grande che si possa provare. La morte. Perchè quando la morte porta via la persona...
