CAPITOLO 1

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«A domani Cher» sussurrò Kylie sporgendosi per abbracciarmi delicatamente.

«Domani non ci vedremo, genio, è domenica» ribattei staccandomi da quella stretta calda. Odio le espressioni d'affetto.

«Penso che per la tua migliore amica un secondo lo possa trovare, o sbaglio?» domandò in tono d'accusa incrociando le braccia al petto. «Non amo uscire, lo sai» divagai alzando gli occhi al cielo. Non che non tenga alla mia migliore amica, anzi, ma i miei week-end sono sempre composti di libri, musica e album da disegno; le persone, di solito, sono escluse da questo elenco, se non altro, perché amo la solitudine.

«Non ti chiedo di uscire! Solo di trascorrere un po' di tempo con me fuori da scuola o da questa stupida palestra!» ribatté alzando il tono di voce e stringendo gli occhi a fessura. Diventava insopportabile quando si arrabbiava.

«Non ho voglia di discutere, ok?» risposi sbuffando «Domani verrai a casa da me, così ci vedremo» conclusi. Kylie rilassò subito i muscoli del viso, tornando a essere la graziosa ragazza dagli occhi azzurri di sempre, e riavvicinandosi pericolosamente mi scoccò un bacio sulla guancia ancora arrossata per l'allenamento.

«Ti voglio bene Cherilyn, a domani» affermò con un sorriso.

Senza aspettare risposta si voltò dall'altra parte del marciapiede e iniziò a camminare spedita verso la fermata del pullman. Purtroppo per lei, la aspettavano venti minuti di sballottamenti e odori sgradevoli dentro quell'orribile mezzo pubblico grigio. Piuttosto che usufruirne, preferivo muovermi a piedi o, in caso di distanze più lunghe, con la mia FF468 della Firefly, una mountain bike rossa in titanio e carbonio. La palestra era quasi dietro casa, quindi non ci avrei messo molto a tornare.

Alzai la testa osservando il cielo nuvoloso. Il giorno prima il sole aveva portato i poveri newyorkesi a indossare maniche corte e pantaloni leggeri, ma a distanza di ventiquattro ore era sparita qualsiasi traccia di bel tempo, che aveva lasciato spazio a un ammasso di dense nubi grigie promettenti una bella doccia. Questo è aprile a New York, gente.

Con un cenno della testa salutai un ragazzo che frequentava la palestra ai miei stessi orari, intento a cercare le chiavi dell'auto nel borsone bianco. Iniziai a camminare distrattamente rispondendo ad alcuni messaggi sul telefono e svoltato l'angolo, senza accorgermene, inciampai in una mattonella rialzata lasciandomi sfuggir di mano lo sfortunato apparecchio elettronico che cominciò la disperata discesa verso terra.

Prima che si sfracellasse al suolo, lo bloccai con un gesto della mano a pochi centimetri di altezza e rapidamente lo afferrai mettendolo in tasca. Salvo. Mi guardai intorno sperando che nessuno avesse notato la scena e con un sospiro di sollievo constatai che nei dintorni non vi era anima viva, trovandomi alle sette di sera in una zona periferica di New York.

Non sarebbe stato conveniente essere vista alle prese con la levitazione di un oggetto. Riuscivo a farlo da quando avevo dieci anni, che io ricordi: spostavo piccoli oggetti con un movimento della mano e, a volte, se particolarmente concentrata, anche solo con il pensiero. Ero anche capace di fare giochetti con le sostanze, facendole passare rapidamente da uno stato di aggregazione a un altro: solido, liquido o aeriforme. 

Lo compresi una mattina estiva nel parco in cui mi ero recata con papà per giocare a palla. Con un calcio troppo forte, questa era finita vicino al laghetto delle anatre e fui mandata a recuperarla. Superati alcuni cespugli, la avvistai sulla superficie dell'acqua, vicina per vederla, ma troppo lontana per poterla recuperare senza bagnarmi. Una vecchietta vestita di nero che gettava distrattamente briciole di pane agli uccelli, mi osservava divertita in attesa di qualche mia reazione.

Senza pensarci mi avvicinai all'acqua e iniziai a fissare la palla che galleggiava sotto il sole, più per decidere cosa fare, che per altro. Ma inaspettatamente, l'oggetto prese a tornare alla riva, come animato di vita propria. Sbigottita, mi sporsi a prenderla appena toccata la terra davanti a me, sotto gli occhi attenti della vecchia che nel frattempo si era avvicinata studiandomi.

PowersWhere stories live. Discover now