Campo da golf.

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Quando ero piccolo mio padre trovò lavoro come addetto alla manutenzione in un campo da golf. All'eta di cinque anni i miei divorziarono, potevo vedere mio padre dalla sera fino la mattina dopo; lui aveva il turno nel campo in quella fascia oraria e perciò mi diede il permesso di fargli compagnia. Per un bambino avere un'infinità di spazio a disposizione è un'occasione imperdibile, quindi ebbi modo, per due anni, di poter esplorare ogni angolo di quel prato quasi infinito.
A sette anni trovai il mio migliore amico, era un bambino calmo e divertente, mi piaceva la sua compagnia. Una sera lo portai al campo con me, gli feci vedere l'enormità di quel posto e ne rimase entusiasta. Tornò lì con me molte altre sere, con mio padre che ci gridava dall'altra parte del campo: "Non fate buche, non strappate l'erba, non toccate le bandiere, non salite sui percorsi di sabbia, non toccate le palline sparse per il campo e soprattutto non usate il kart!"
Ridevamo ogni volta che ce lo diceva, circa una volta al giorno, ma non volevamo dirgli di smettere. Per noi quel campo era come un mondo a parte; anche quando tornavamo a scuola, con i nostri vari passatempi, non riuscivamo a smettere di pensare a quel campo, che ogni anno ci sembrava sempre più piccolo. Lì inoltre abbiamo passato, credo almeno io, i migliori anni della nostra vita.

Il nostro primo pic nic.
Il nostro primo cellulare.
La nostra prima console portatile.
Le nostre scarpe nuove.
Il nostro primo bacio.
La nostra prima sigaretta.
La nostra prima sbronza.
La nostra prima guida senza patente con il kart.
La prima volta che facemmo l'amore.
La nostra prima canna.
Il nostro primo litigio.
La nostra prima rissa.
La nostra prima promessa.
La sua prima fidanzata.
La prima volta in cui piansi fino a cadere a terra senza forze.
La sua seconda promessa.
Il suo primo figlio.
La mia prima volta su un'ambulanza.
Il suo primo matrimonio.
Il mio primo attacco di panico.
Le sue prime scuse, inutili.
Il suo secondo figlio.
La prima volta che strappai l'erba e non mi scusai con mio padre.
La prima volta in cui feci una buca e mio padre lo scoprì.
La prima volta in cui mio padre mi picchiò, all'età di trent'anni.
La prima volta in cui mi sentii un uomo inutile e patetico.
La seconda volta in cui lui tornò sul campo a scusarsi.
L'ennesima volta in cui ci portò i suoi figli.
La prima volta in cui desiderai di morire.
La prima volta in cui riuscì ad avere il lavoro come assistente addetto per il campo, principalmente di giorno.
La prima volta in cui vidi, dopo anni oscuri, qualcosa di positivo in quel campo di ricordi.
La prima volta in cui provai il dolore per la morte di qualcuno, mio padre.
La prima volta in cui scrissi una lettera, sdraiato sull'erba, a lui.
La prima volta in cui venne al campo senza scusarsi.
Il primo addio, doloroso quanto la morte stessa.
Il primo tentativo di suicidio, fallito.
Il suo terzo figlio.
I miei primi e ultimi cinquant'anni, festeggiati tagliando l'erba.

Sono passati molti altri anni e dal suo ultimo figlio ho perso le sue tracce. Spero, con l'ingenuità che ho da quando ero bambino, che stia bene e sia felice. Io invece faccio lo stesso lavoro da una vita, ma non me ne lamento. Ho promesso di prendermi cura di questo campo, che ormai è ciò che rimane della mia vita. Non mi importa nulla dei benestanti che lo frequentano; io lo proteggerò come un tesoro prezioso, anche se effettivamente, per me, lo è. Lo devo a mio padre, a me stesso, e forse anche a lui, sperando di poterlo vedere, almeno un'ultima volta prima di morire.



Questa storia è nelle mie bozze da più di un anno (o due?), e non so perché ho deciso di pubblicarla ora. Ormai non ho più l'ispirazione per scrivere niente e me ne rammarico.
È la prima volta che pubblico una storia breve senza trattare di un fandom, credo sia anche l'unica a piacermi davvero, mi emoziono ad ogni lettura e mi viene da ridere a pensarci.
Fatemi sapere cosa ne pensate, per favore cwc

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