1.Capitolo-Gelo

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La luce penetrò di buon'ora nella mia stanza, "colpendomi" dritta in faccia. La primavera era ormai arrivata ed il sole si levava presto. Erano le 7.00 ed i raggi solari mi avevano fatto aprire gli occhi prima che la sveglia potesse azionarsi. Mi rigirai nel letto, aspettando che l'aggeggio infernale iniziasse a suonare per farmi definitivamente alzare: passarono dieci minuti e suonò. Lo staccai, ed ancora mezza addormentata infilai le ciabatte e scesi giù per le scale.

Tiffany, la mia gattina bianco latte, era appallottolata sull'ultimo scalino come ogni mattina, dormiente, fino a quando non mi sentiva arrivare per prendere di mira il mio polpaccio tra strofinamenti vari per avere le coccole. La presi in braccio e la portai in cucina dove mio padre era già seduto a tavola coi suoi pancakes ed il giornale aperto, mentre mia madre era ai fornelli per continuare a preparare la colazione.

"Buongiorno!" esclamò mio padre distogliendo lo sguardo dal suo quotidiano.

"Buongiorno" risposi io ancora sonnecchiante.

"Ehy ciao Jennifer!" disse mia madre tutta contenta, non ho mai capito come facesse ad essere tutta pimpante ed energica di primo mattino.

La salutai e mi sedetti, posandomi Tiffany sulle gambe. Continuai ad accarezzarla fin quando mia madre non mi porse il piatto con la mia colazione, si sedette anche lei ed iniziò il suo solito interrogatorio.

"Allora? Cosa farai oggi a scuola? Hai verifiche? Programmi dopo scuola?"

"Ma come fai a parlare così tanto, Rose?" chiese mio padre tra l'irritato e l'incredulo.

"Acido!" lo snobbò mia madre per poi posare nuovamente lo sguardo su di me facendosi una risatina.

Mio padre era molto più taciturno ed introverso di lei, nonostante facesse l'avvocato che è un mestiere dove serve molta loquacità; loquacità che credo usasse molto più in tribunale che in casa. Mamma era invece un vulcano in continua eruzione, non si "spegneva" mai nonostante fosse un' insegnante e parlasse quindi già tanto in classe coi suoi bambini.

"Non ho compiti in classe oggi, e dopo scuola credo di tornare direttamente qui a casa perché devo prepararmi per il test di storia che ho domani". Risposi sonnecchiante.

Finita la colazione, mi alzai e mi preparai per uscire.

Quella mattina c'era un sole bellissimo a Nogard, che si posava sui miei capelli biondi facendoli sembrare ancora più chiari. Anche i miei occhi nocciola si schiarivano alla luce del sole, dando spazio a delle sfumature giallognole-verdi. Nogard era una ridente cittadina conosciuta per la sua ospitalità, allegria, civiltà, clima quasi sempre mite e soprattutto per il suo sfavillante carnevale che colorava tutta la città nell' ultimo sabato di Marzo, dove tutti ci travestivamo e festeggiavamo prima per strada con la parata dei carri allegorici, poi andando a ballare in qualche locale. Adoravo quel posto, anche se avrei dovuto ben presto lasciarlo, alla fine di quell'anno scolastico, per andare a frequentare il college in Virginia. Purtroppo la mia era una piccola città, dove le università scarseggiavano, ce n'era solo una e non di mio interesse. Avrei studiato lingue, e lì non c'era.

"Jennifer!" Emily mi venne incontro tutta sorridente coi suoi lunghi capelli neri, dandomi un bacio sulla guancia.

Emily era la mia amica di sempre, eravamo insieme dalle elementari ed avevamo frequentato le stesse classi fino a quest'ultimo anno di liceo, ci saremmo però divise dopo il diploma. Lei infatti, sarebbe venuta in Virginia con me per studiare però Medicina. Scuole diverse, ma fortunatamente stessa città, Richmond, dove già progettavamo di vivere insieme.

"Emy, ciao!" le sorrisi, ed insieme percorremmo gli ultimi cinque minuti di cammino che ci separavano da scuola.

"Oggi il prof. Mitchell ci darà i risultati del test di letteratura" mi ricordò preoccupata, lei che era molto più brava in matematica che nelle materie umanistiche.

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