Four

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Harry
Quando esco dal bagno, Zachary mi osserva, gli occhi leggermente strabuzzati e il libro stretto tra le mani. Non lo biasimo: sono in boxer, ho i capelli bagnati e gli occhi iniettati di sangue. Non devo essere un bello spettacolo.
Striscio i piedi fino al borsone di mio padre, tiro fuori la camicia e un paio di jeans chiari strappati sulle ginocchia e ritorno in silenzio in bagno.
Dopo essermi vestito e lavato i denti, mi lego i capelli in un codino, poi ritorno in camera come se non fosse successo nulla.
"È tutto ok?" mi domanda il mio compagno, parlando solo per la seconda volta quella mattina. Mi chiedo cosa abbia sentito del mio sfogo.
Rispondo con un veloce "sì, grazie" mentre mi infilo le scarpe per dirigermi all'incontro con la psicologa. Non l'ho mai vista prima, non conosco neanche il suo nome, ma so cosa aspettarmi: gli strizza cervelli hanno fatto parte della mia vita per abbastanza tempo da permettermi di prepararmi a un lungo interrogatorio sui miei problemi.
Lascio la stanza, abbandonando Zachary a se stesso e alle sue parole che per lui hanno un grande significato, mentre per me non valgono nulla.
Il corridoio è piuttosto affollato per essere così presto. Lancio uno sguardo a un orologio appeso al muro bianco: la lancetta più corta indica le 8 in punto.
Vorrei fermare un infermiere per chiedergli dove posso trovare l'ufficio della psicologa, ma il solo pensiero di dover parlare con qualcuno dentro questo ospedale mi fa venire la nausea.
Mi lascio cadere su una delle sedie in plastica appese al muro, a pochi posti da una signora che, con un giornale in mano, sta probabilmente aspettando qualcuno.
Appoggio i gomiti sulle ginocchia, abbandonando il viso nei palmi delle mani e scuotendo la testa.
La verità mi è caduta addosso come un macigno. Heather ha ragione. Sono un pazzo, parlo con i fantasmi, picchio le persone. Sono un pazzo.
Non riesco più a biasimare i miei genitori, non riesco più a odiare mio padre. Chiunque vorrebbe liberarsi di una persona mentalmente  instabile, anche io mi libererei di me, se ne avessi la possibilità. E non dico di averlo escluso.
Dopo la scomparsa di Heather da quel bagno, dopo la sua rivelazione, se così vogliamo chiamarla, l'unica mia volontà era quella di riuscire a fuggire da tutto questo, in un modo o nell'altro. Non ho idea del perché alla fine abbia deciso di uscire da quel bagno, anziché rimanere lì per sempre, chiudermi dentro e sparire. Non so dove ho trovato la forza di alzarmi e asciugarmi le lacrime, forse voglio semplicemente dimostrare loro che si sbagliano. Forse so che posso combattere, perché abbandonare tutto e non provarci neanche non è mai stato nel mio carattere.
"Ciao, va tutto bene?" Una voce leggermente stridula attira la mia attenzione.
Mi asciugo velocemente con i palmi delle mani le lacrime che hanno iniziato ad inumidirmi gli occhi, poi alzo lo sguardo, tirando leggermente su con il naso.
"Eh?" domando, disorientato. I miei occhi incontrano un paio di iridi azzurre.
"Ho chiesto se va tutto bene" ripete il ragazzo davanti a me, rivolgendomi un sorriso amichevole con le labbra sottili.
"Oh, si" rispondo alzandomi "grazie mille". Gli rivolgo un sorriso flebile e faccio qualche passo, allontanandomi da lui. Mi ricordo poi che non so dove si trovi la mia meta.
Mi volto di nuovo, e il ragazzo dai capelli castani è ancora lì. Esito, poi mi riavvicino.
"Posso chiederti una cosa?" domando, titubante. Lui annuisce, le mani affondate nelle tasche dell'enorme felpa nera che indossa.
"Sai per caso dove si trova l'ufficio della psicologa?"
Lui sembra ragionarci su, poi mi domanda di quale psicologa parli.
"Quella dell'ospedale" dico, abbandonando già inconsciamente la conversazione. Deve essere un altro ragazzo ricoverato qui, meglio se fermo un infermiere e chiedo.
"Ci saranno una decina di psicologi qui dentro" risponde lui divertito. Esito: non ero preparato a questo.
Per fortuna, un uomo con una leggera barba bianca ci raggiunge.
"Ciao, Louis" l'uomo saluta il ragazzo che, da quanto ho appena appreso, si chiama Louis, poi si gira verso di me: "Harry, vero? La psicologa ti sta aspettando da dieci minuti." Sembra stizzito.
Mi scuso a bassa voce, dicendo che non sapevo dove potesse trovarsi l'ufficio. L'uomo mi invita a seguirlo e così faccio, salutando velocemente Louis e concentrandomi sul camice svolazzante del medico.
Dopo circa cinque minuti, arrivo davanti a una porta di legno chiaro. La apro, seguendo le istruzioni dell'uomo, e mi ritrovo in un'ampia stanza dalle pareti color crema.
Una donna con i capelli corvini sta seduta dietro a una scrivania al centro della camera.
Quando entro, mi osserva da dietro la montatura rettangolare degli occhiali da vista, poi mi sorride cordiale.
"Ciao, Harry!" mi saluta con entusiasmo, come se fossimo amici di vecchia data "Entra pure e accomodati sul lettino" mi intima.
Faccio come dice, sedendomi sul cuscino morbido e seguendo la sua silhouette non appena si alza dalla scrivania. È una bella donna, alta e con le gambe scoperte dal vestito nero che ha indosso. Per certi versi mi ricorda mia madre.
Scuoto la testa, distraendomi da quel pensiero.
"Io sono la dottoressa Owen, ma puoi chiamarmi Lucille" dice, prendendo posto sulla sedia accanto al lettino e squadrandomi "Allora, perché non mi parli un po' di te?" continua il discorso, accavallando le gambe.
Esito: cosa dovrei dire? Sembra sapere già tutto di me.
"Mi chiamo Harry Styles, ho ventitré anni e abito a qualche chilometro da qui, in un paese molto piccolo: non penso lo conoscerà" incomincio, non del tutto convinto di star facendo un buon lavoro. Lei annuisce, e io mi sento autorizzato ad andare avanti.
"Ho studiato fino all'anno scorso matematica, ma poi ho deciso di abbandonare l'università: gli studi non sono mai stati la mia passione. Giocavo a basket, ero un vero patito dei Lakers, ma non sono mai andato a una loro partita. Avevo anche una sorella, ma è morta quando avevo quattordici anni." La mia voce si abbassa gradualmente, fino a ridursi a un sussurro.
Lucille annuisce, annotando sul suo quadernino il mio nome, la mia età, la mia famiglia. Poi alza di nuovo lo sguardo su di me.
"Magari vuoi iniziare a parlarmi dei tuoi genitori?" mi intima, con un sorriso appena accennato sulle labbra rosse.
"Certo" annuisco, iniziando a raccontare della mia vita a una perfetta sconosciuta. Parto da mia madre, parlando di lei e del suo lavoro da babysitter. È sempre stata magnifica con i bambini: ricordo come da piccolo mi mettesse sulle ginocchia e mi facesse saltare, intonando una melodia che ricordava vagamente il trotto di un cavallo. La sua risata mi si manifesta in mente. È da lei che ho preso le fossette, così come gli occhi verdi, con l'unica differenza che i suoi li ho sempre visti contornati da una leggera linea di matita nera.
Ricordo come mi preparasse sempre la cioccolata calda in inverno, all'insaputa di papà, quando fuori nevicava e non potevo andare a giocare con i miei amici in giardino.
Ricordo anche delle fiabe sussurrate con un fil di voce, nella luce fioca della mia cameretta, mentre io stavo per addormentarmi, ma volevo sapere se il cavaliere avesse o no sconfitto il drago, quindi lottavo contro il sonno per tenere i piccoli occhi aperti.
Poi ricordo le braccia di Morfeo che mi attiravano a sé, mentre mia madre, con le labbra appena socchiuse, mi lasciava un bacio leggero sulla fronte e mi stringeva nel mio piumone con la stampa dei supereroi.
"Mio padre invece è sempre stato il mio eroe. Ricordo di avergli detto molte volte che da grande sarei diventato come lui" continuo, focalizzando la mia attenzione su mio padre.
Non era un uomo di grande importanza: un modesto lavoro in ufficio, più persone sopra di lui che sotto e uno stipendio appena sufficiente a mantenere la famiglia e a darci qualche piccolo vizio di tanto in tanto.
I regali da parte sua non sono mai mancati. Ha sempre voluto diventassi un giocatore di baseball, per quanto io avessi sempre amato il basket. Il primo dono che ho ricevuto da lui è stata una mazza da baseball: direi che è sempre stato un uomo abbastanza diretto.
Vedo Lucille che mi segue con occhi interessati mentre le racconto della mia famiglia, senza però toccare il discorso "Heather", e in fondo lei non sembra nemmeno volerlo sentire, anche se ne dubito: sono sicuro, anzi, che stia evitando quella domanda proprio perché sa come mi sento a parlarne.

Madness || LarryHikayelerin yaşadığı yer. Şimdi keşfedin