È mattina.
Il sole mi accarezzava il viso dolcemente, mentre iniziava a sorgere. L'uomo dal sonno pesante accanto a me emise un mugolio.
«Sveglia, dormiglione. Te ne devi andare.»
Due occhi azzurri iniziarono a fissarmi. Il suo corpo muscoloso si mosse tra le coperte, solo dopo che il suo proprietario ebbe realizzato che ormai era l'alba.
«Tuo padre mi ucciderà.»
La sua voce roca, ancora impastata dal sonno, arrivò alle mie orecchie.
«Se scopre che sei nel mio letto, probabilmente sì.»
«E tu?»
Lo fissai.
«Io cosa?»
«Tu non hai paura?»
«Di mio padre?»
Un sorriso.
«Di te.»
Sorrisi, beffeggiandolo.
«Quella dovresti averla tu.»
Sorrise di rimando, accettando la provocazione.
«Ma io la ho già, mia signora.»
Si infilò i vestiti alla meglio, per poi sgattaiolare fuori dalla mia camera e sparire nel corridoio ancora immerso nel buio.
Ne approfittai per arrotolarmi nuovamente nelle coperte.
Era troppo presto.
E io avevo una notte di sesso estremo da recuperare.
Un tocco gentile e familiare mi svegliò.
Il sole ormai era alto. Quanto ancora avevo dormito?
Gli occhi dolci di Grace mi guardavano con amore. Lei era la badante della casa da una vita. Non ricordavo un giorno senza di lei e senza Charles, il maggiordomo.
Erano gli unici a chiamarmi per nome. Gli altri sembravano aver paura persino di pronunciarlo.
«Kat, piccola, tuo padre vuole vederti.»
Mugolai.
Un solletichino sotto ai piedi fece scoppiare in me una fragorosa risata.
E sapevo benissimo chi era.
«È così che fai quando sai che tuo padre ti vuole, Kit?»
Mio padre.
Gli lanciai il cuscino e gli feci la linguaccia.
«Mi serve la tua presenza tra un'ora, per favore.»
Annuii.
Doveva essere importante.
Da quando avevo compiuto diciott'anni, mio padre mi faceva partecipare alle riunioni al posto di mia madre. Dalla sua morte, aveva sempre cercato di essere la versione migliore di padre possibile.
Una volta lasciata la stanza, rimasi con Grace, che si stava accingendo a prepararmi tutto l'occorrente.
«Non serve, lo sai.»
Mise una mano sulla mia guancia, in maniera materna.
«Serve sempre.»
E mi lasciò in camera, con tutto pronto, organizzato e pulito.
Sorrisi.
Non avrei mai potuto vivere senza di lei.
La stanza delle riunioni si trovava nell'ala più riservata della casa, oltre un corridoio che sembrava fatto apposta per mettere a disagio chiunque vi camminasse.
Era grande, ma non ostentava la ricchezza della famiglia.
Le pareti erano rivestite di legno scuro, interrotte soltanto da alcune grandi finestre coperte da tende pesanti. Al centro della stanza dominava un enorme tavolo rettangolare in legno massiccio, talmente lungo da poter ospitare una dozzina di persone.
Le sedie, tutte identiche, erano rivestite in pelle nera.
Alle pareti non c'erano quadri né fotografie di famiglia. Solo pochi elementi scelti con cura: una grande libreria piena di vecchi volumi, un orologio antico e, dietro la poltrona del capofamiglia, un'enorme carta incorniciata della città.
Sul tavolo non c'era praticamente nulla.
Niente decorazioni.
Niente oggetti inutili.
Solo cartelle, alcuni fascicoli e un posacenere.
La famiglia Harrison era già stata fatta accomodare. Io e mio padre prendemmo posto dall'altra parte del tavolo, nelle nostre solite poltrone: quelle dei capi.
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Separate bond
RomanceDue famiglie, un'unica guerra. E tra le ceneri qualcosa che assomiglia pericolosamente all'amore. Lei non è la ragazza normale che viene trascinata nel mondo oscuro del ragazzo ricco e pericoloso. No. Lei è già dentro quel mondo. È nata lì. È cresci...
