CAPITOLO 1

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PERSEFONE

Diciannove anni prima, mia madre aveva promesso agli dèi che nessuno mi avrebbe portata via da lei.
Peccato che nessuno avesse pensato di chiedere a me cosa ne pensassi.
Non che allora avessi potuto rispondere.
Avevo appena qualche ora di vita.
Eppure, a quanto pareva, ero già abbastanza importante da far tremare gli dèi.
Questo, almeno, era quello che avrei scoperto molti anni dopo.

Ho sempre desiderato visitare l'Olimpo.
Conoscere gli altri dei.
Conoscere la saggezza di Atena, la bellezza di Afrodite o l'onnipotenza del grande Zeus.
Il padre degli dei.
Partecipare ai banchetti.
Ma non mi è stato mai concesso.
Io, per il momento, ero soltanto Kore.
Figlia di Demetra.
Dea della primavera.

E, a detta di mia madre, la cosa più preziosa che esistesse al mondo.
Forse era proprio questo il problema.
Demetra mi amava così tanto da aver trasformato quell'amore in una gabbia dorata.
E io, nonostante fossi una dea, dentro quella gabbia ci vivevo da diciannove anni.

Sapevo di essere una dea.
Era impossibile non saperlo.
I fiori sbocciavano al mio passaggio, le piante crescevano sotto le mie dita e, quando ero felice, persino gli alberi sembravano inclinarsi verso di me.

Quando ero arrabbiata, invece, le foglie ingiallivano.
Quando piangevo, la terra sembrava piangere con me.

Da bambina lo trovavo divertente.Passavo ore a far crescere margherite sul palmo della mano e poi le distruggevo soltanto per farle ricrescere.

A sedici anni avevo scoperto di poter far fiorire un intero campo in pochi minuti.

A diciannove avevo scoperto che potevo anche farlo appassire.

Quella parte non l'avevo mai raccontata a mia madre.

Avevo imparato presto che alcune cose era meglio tenersele per sé.
Ironico, considerando quanto Demetra pretendesse di sapere tutto di me.

⸻

— Kore!
La voce di mia madre arrivò dal giardino.
Sorrisi tra me e me.
Ecco.
La parte in cui scopriva che ero sparita di nuovo.
— Koreee!
— Ti sento!
— Allora rispondi quando ti chiamo!
— Ti ho appena risposto!
— Non dal tetto!

Alzai gli occhi verso il cielo.
Mi trovavo, effettivamente, sul tetto.
Non avevo una spiegazione particolarmente convincente per essere lì.
Avevo visto un'aquila.
L'aquila era volata sul tetto e io avevo deciso di seguirla.

Il fatto che fossi una dea non significava che avessi sviluppato improvvisamente il buon senso.

Scesi con un salto e atterrai sull'erba.
— Eccoti.
Demetra era sulla soglia, con le braccia incrociate.
La guardai.
Lei guardò me.
— Cosa?
— Il tetto.
— È un bel tetto.
— Kore.
— Va bene. Non lo rifaccio.
Mi fissò ancora qualche secondo.
— Lo hai detto anche ieri.
— E infatti ieri non l'ho rifatto.
— Perché oggi era il tuo primo tentativo della giornata?
Non riuscii a trattenermi.

Scoppiai a ridere.

Persino lei dovette nascondere un sorriso.
Era questo il problema con mia madre.
Potevamo discutere per ore, ma bastava poco per ricordarmi quanto le volessi bene.
Mi avvicinai e le presi il braccio.

— Ti voglio bene anch'io.
— Non ho detto nulla.
— Lo stavi pensando.
— Sei insopportabile.
— Anche tu.
Mi baciò la fronte.
Per un attimo fu tutto semplice.

Poi feci l'errore di parlare.

— Posso andare sull'Olimpo?

Il sorriso sparì.
Come sempre.

Dove fioriscono le ombre Des histoires addictives. Découvre maintenant