Il Primo Battesimo

11 2 0
                                        


L'aria di Melbourne al primo mattino di quel venerdì di Prove Libere sapeva di asfalto nuovo, caffè concentrato e tensione accumulata.
Infilata la classica maglia d'ordinanza della McLaren e una gonna di jeans appena sopra il ginocchio, mi ero fermata un secondo sul bordo del letto prima di uscire dalla stanza d'albergo a venti minuti dal circuito. Luke dormiva ancora con un braccio stretto attorno al cuscino e un riccio scuro spiaccicato sulla fronte. Lasciarlo in camera mi lasciava ogni volta una strana stretta al petto, ma la presenza di Giulia era la mia garanzia.
«Tranquilla, va' al circuito,» mi aveva mormorato Giulia senza neanche aprire del tutto gli occhi. «Qui gestisco io la peste. Vai e fai il tuo lavoro.»
Ho portato la mano al collo, cercando d'istinto il ciondolo. Toccare i contorni di quella forma era il mio rituale prima di entrare nei box: il mio modo per portare mio fratello con me, per ricordarmi perché avessi studiato ogni singola notte e perché non avrei mai accettato che una macchina fosse meno che perfetta.
Quando sono arrivata all'hospitality McLaren, il paddock stava iniziando a popolarsi. Nei giorni precedenti avevo già fatto il giro di orientamento e conosciuto tutto il personale tecnico. Mancava solo l'ultimo pezzo: i piloti, che fino a quel momento avevo incrociato solo da lontano durante i briefing generali, senza mai averci parlato direttamente.
Sotto la giacca, il cuore mi batteva con quel ritmo accelerato che stavo imparando a gestire. Una di quelle mattine in cui il mio cervello viaggiava a velocità tripla, spingendomi a notare ogni minimo dettaglio: la pressione nei tubi di raffreddamento, i passi dei meccanici, il brusio sordo che arrivava dalle tribune.
«Pronta per il battesimo del fuoco?»
Mi sono voltata. Andre era lì, con il suo solito atteggiamento calmo e misurato. Conoscerlo da anni grazie a Carmine il compagno di mia madre  mi dava una sicurezza enorme.
«Prontissima, Andre. Ho ripassato i dati di carico della cellula tre volte stamattina,» ho risposto.
Andre si è avvicinato di un passo e, lasciando andare per un istante la rigidità del ruolo, mi ha appoggiato una mano affettuosa sulla spalla, guardandomi con quell'affetto paterno che riservava  solo a me. Per lui non ero solo una nuova risorsa: ero la  nipote  mai avuta da proteggere e guidare in quel mondo di squali.
«Lo so, Luna. Sei brillante e lo hai già dimostrato. Ma ricordati anche di respirare, intesi? Io sono qui,» mi ha detto a voce bassa, regalandomi un sorriso caloroso prima di ricomporsi.
Poco più in là, Zak Brown stava già parlando con le TV con la sua solita carica americana.
Ci siamo mossi verso la zona ingegneri. Oscar Piastri era seduto su un bancone con un tablet in mano, affiancato da Lily che gli stava porgendo una borraccia.
«Se continui a bere così tanto finisci la gara prima ancora di accendere il motore, Oscar,» ha scherzato Lily facendogli un occhiolino.
«Sto solo immagazzinando energie per sopportare i dati di telemetria,» ha battuto lui ridacchiando, prima di alzare lo sguardo su di me e farmi un cenno d'intesa calmo e accogliente.
Poi si sono aperte le porte del retro-box ed è entrato Lando.
Indossava la felpa d'ordinanza con il numero 1 ricamato sulla manica — il simbolo del suo titolo di Campione del Mondo. Aveva i capelli un po' scompigliati e la borraccia stretta in mano. Rideva per una battuta con un meccanico, ma quando i suoi occhi chiari si sono posati su di me, ho notato subito quella leggera ombra di stanchezza che solo chi convive con una pressione costante sa riconoscere davvero.
«Lando, lei è Luna. La tua nuova ingegnera per la telemetria e la sicurezza della monoposto,» l'ha introdotta Andre ritornando del tutto nel suo ruolo professionale.
Lando si è avvicinato, facendomi un rapido raggio X con gli occhi: i miei ricci scuri legati a fatica, la gonna di jeans, la mano ferma, la catenina che spuntava dalla maglietta.
«Quindi sei tu quella che deve evitare che mi schianti a trecento all'ora?» ha chiesto, con un sorriso storto e quel suo tono spontaneo, quasi irriverente.
«No, Lando,» ho risposto senza battere ciglio, sfoderando la mia solita schiettezza. «Io sono quella che si assicura che la tua macchina sia una fortezza perfetta. Evitare di schiantarti resta un compito interamente tuo.»
Oscar ha soffocato una risata dietro al tablet. Lando ha alzato un sopracciglio, chiaramente sorpreso, e nei suoi occhi è scattata subito una scintilla diversa, viva.
«Mi piace,» ha detto rivolto ad Andre, senza staccare gli occhi dai miei. «Almeno qualcuno che non mi tratta con i guanti bianchi solo perché ho il numero uno sul musetto.»
Non sapeva nulla di me. Non sapeva che in un hotel a venti minuti da lì c'era mio figlio Luke, non conosceva i miei giorni bui o le montagne russe della mia mente. Ma vedendo il modo in cui muoveva le dita sulla borraccia, ho capito che anche dietro la sua facciata da Campione del Mondo si nascondeva un caos simile al mio.
Due ore dopo – Prove Libere 1
Il rumore del motore V6 turbo-ibrido quando si è acceso a mezzo metro da me mi ha fatto tremare la cassa toracica. Mi sono infilata le cuffie radio, sintonizzandomi sul canale ingegneri, e mi sono seduta alla mia postazione al muretto al fianco di Andre.
Sui monitor davanti a me, i grafici di telemetria hanno iniziato a scorrere a una velocità vertiginosa: linee rosse e verdi che tracciavano le sollecitazioni del telaio, la temperatura delle gomme e l'assorbimento degli impatti sui cordoli. In quel momento, il mio cervello ha trovato la sua dimensione perfetta. La fase mania mi regalava una lucidità spietata: vedevo anomalie nei dati ancora prima che i software le segnalassero.
«Radio check, Lando,» ha detto l'ingegnere di pista principale.
«Loud and clear,» è arrivata la voce di Lando dal casco, leggermente metallica per via dell'interfono. «La macchina saltella parecchio in entrata di Curva 6.»
Ho fatto scorrere le dita sulla tastiera, isolando la sezione del telaio e la torsione delle sospensioni anteriori.
«Andre,» ho detto mormorando nel microfono interno del muretto, sporgendomi verso di lui. «Non è il setup aerodinamico. C'è un picco di frequenza anomalo sul lato sinistro della cellula. Se continua a prendere i cordoli così aggressivamente in quella chicane veloce, rischia di snervare il materiale del fondo.»
Andre ha guardato il mio schermo, poi ha fissato me con uno sguardo d'approvazione al tempo stesso sorpreso e compiaciuto. Ha premuto il pulsante della radio.
«Lando, abbiamo un feedback sulla telemetria. Evita il cordolo interno per i prossimi tre giri. Luna rileva troppa sollecitazione sul fondo.»
Dalla radio c'è stato un secondo di silenzio. Poi la voce di Lando è rientrata, con una sfumatura diversa.
«Copiato. Chi è che ha la vista da raggio X al muretto?»
«Fai il tuo lavoro, Norris. Io faccio il mio,» ho inserito la battuta direttamente nel canale interno con un sorriso imperceptible, guardando attraverso la vetrata del muretto la sua monoposto arancione sfrecciare sul rettilineo dei box a trecentoventi chilometri orari.
Il primo round era andato. Ma la giornata era ancora lunghissima, e la vera sfida doveva ancora cominciare.

Out of TelemetryStories to obsess over. Discover now