Capitolo I

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Il vapore della pentola sale dritto verso il soffitto, appannando il vetro sopra il lavello. Con il mestolo traccio cerchi lenti nel brodo. Dev'essere liscia, quasi vellutata: una minestrina senza grumi, con pochissima pastina. L'unica cosa che la gola di mio padre riesce ancora a mandare giù senza scatenare quel colpo di tosse secco che mi fa stringere lo stomaco ogni volta.

Prendo due ciotole identiche. Nella sua verso tre mestoli pieni. Nella mia ne metto due cucchiai, giusto per coprire il fondo e fingere di mangiare.
«È pronta, papà», mormoro, portando il vassoio in soggiorno.
Lui è rannicchiato nella sua solita poltrona con la coperta sulle gambe, anche se in casa ci sono ventidue gradi. Mi sorride solo con gli occhi, senza parlare, per risparmiare il fiato. Non ci servono le parole. Tra noi due c'è sempre stata una grammatica fatta di sguardi e silenzi.
Afferro il cucchiaio e mando giù a fatica, sentendo il brodo caldo scivolare via come un peso. Mio padre mi osserva, fa un respiro profondo e tenta il primo boccone. Vederlo lottare contro la sua stessa gola mi fa male, ma in questa rinuncia al cibo fatta insieme mi sento legata a lui come non mai. Se non riesce a farlo lui, non devo farlo neanch'io. È il nostro patto invisibile.
Sotto la felpa enorme da cui spuntano solo le mie dita fredde, indosso ancora il maglione di lana viola. È il maglione del martedì, quello delle ore di laboratorio.

Mi viene da pensare a stamattina, alla pausa pranzo nel corridoio fuori dall'aula di pittura. Un rituale che ogni giorno mi fa salire un misto di fastidio e una sottile, tossica sensazione di trionfo. Li ho osservati dal mio banco: Marco che ingurgitava metà focaccia unta in tre morsi, ripulendosi le labbra con il dorso della mano; le ragazze che aprivano involucri di plastica, passandosi manciate di patatine, schiacciate e pizzette ricoperte di formaggio. Masticavano a bocca aperta, parlando e ridendo, senza fare la minima attenzione a cosa stessero mandando giù. Mangiavano per noia, per abitudine, cedendo a qualsiasi impulso con una facilità che mi sembrava quasi disgustosa.

Vederli così vulnerabili davanti alla fame, schiavi di un bisogno così primordiale, mi dava una strana scarica di forza. Un senso di superiorità assoluto. Loro non avevano alcun controllo. Io sì.
Mentre il corridoio puzza di cibo e chiacchiere confuse, io me ne stavo seduta al mio posto con le dita macchiate di polvere nera, a portarmi avanti con i lavori per il corso. Impugnavo il carboncino e tracciavo linee precise su un foglio da spolvero, incurante dei morsi allo stomaco. Sapevo già che il mio unico pasto della giornata sarebbe stato questo: una misera ciotola di brodo la sera, condivisa nel silenzio con mio padre. Nient'altro. Sapere che sarei arrivata a sera a stomaco vuoto, superando le otto, dieci, dodici ore di digiuno senza piegarmi, mi faceva sentire invincibile. Quasi pura.

«Com'è?», chiedo a bassa voce, interrompendo la penombra della stanza.
Papà manda giù a stento. Posa il cucchiaio nella ciotola ancora quasi piena e allunga la mano fragile, sfiorando le mie dita sul tavolo. Non dice che è buona. Non dice che fa male. Ma in quella stretta debole e in quel piatto lasciato a metà c'è tutto quello che siamo diventati.

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⏰ Last updated: Aug 29 ⏰

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