Su di me

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Entrambi siamo calamita, io però con un accento in più.

Forse è questa la frase che più mi somiglia in questo periodo. Non perché riesca davvero a spiegare cosa mi stia succedendo, ma perché certe cose, quando provi a spiegarle troppo, finiscono per perdere proprio ciò che le rende vere.

Sto attraversando un periodo in cui penso molto alle persone. Forse troppo. Penso a ciò che mi lasciano, a ciò che mi tolgono, a quello che avrei voluto dire e a quello che invece ho scelto di non dire. Penso ai rapporti che cambiano senza che nessuno abbia deciso di cambiarli, a quelli che sembravano destinati a durare e a quelli che, invece, arrivano quasi per caso e finiscono per occupare uno spazio enorme.

Ho sempre avuto una certa facilità nel creare rapporti. Mi affascinano le persone. Mi interessa quello che hanno dentro, il modo in cui ragionano, le loro contraddizioni, le cose che raccontano e soprattutto quelle che non raccontano. Credo di essere una persona che osserva molto. Forse perché cerco negli altri qualcosa che mi aiuti a capire me stesso.

E in questo periodo questa caratteristica è diventata quasi un peso.

Analizzo tutto. Una frase, un silenzio, una risposta arrivata dopo troppo tempo, un cambiamento impercettibile nel modo di parlarmi. A volte penso di capire le persone prima ancora che abbiano capito loro stesse cosa stanno vivendo. Altre volte, invece, mi rendo conto che forse sto soltanto cercando significati dove non ce ne sono.

Il problema è che i rapporti, per me, raramente sono semplici rapporti. Diventano luoghi in cui mi confronto con me stesso. Attraverso gli altri capisco le mie paure, le mie aspettative, il mio bisogno di sentirmi importante per qualcuno. E capisco anche quanto sia difficile accettare che alcune persone possano volerci bene senza necessariamente poterci dare ciò che vorremmo.

Forse sto imparando proprio questo: che voler bene a qualcuno non significa necessariamente poterlo avere vicino nel modo in cui desideriamo. Che alcune persone possono essere fondamentali anche senza appartenere davvero alla nostra quotidianità. E che certe distanze non sono necessariamente abbandoni.

In questo periodo, però, faccio ancora fatica ad accettarlo.

Ho la sensazione di essere sempre sospeso tra il desiderio di lasciarmi andare e quello di proteggermi. Vorrei vivere le cose senza pensarci troppo, ma quando qualcosa mi importa davvero diventa quasi impossibile farlo. Mi dico di non aspettarmi niente e poi, inevitabilmente, qualcosa me lo aspetto. Provo a prendere le persone per quello che sono, ma continuo a immaginare quello che potrebbero essere.

Forse è questa la mia contraddizione più grande: desidero profondamente la libertà, ma allo stesso tempo cerco continuamente punti fermi.

E allora guardo le persone che ho intorno e mi chiedo cosa rimarrà quando questo periodo sarà passato. Quali rapporti avranno resistito alla mia inquietudine, quali saranno cambiati, quali invece avranno avuto semplicemente bisogno di tempo.

Non ho una risposta.

So soltanto che in questo momento della mia vita sto imparando a stare dentro questa incertezza. A non pretendere che ogni rapporto abbia un nome preciso, che ogni persona debba avere un posto definitivo, che ogni distanza debba significare qualcosa.

Forse alcune persone arrivano per restare.

Altre arrivano per cambiarci.
Altre ancora arrivano soltanto per ricordarci chi siamo quando qualcuno riesce a vederci davvero.

E forse, alla fine, il mio rapporto con gli altri non è altro che il tentativo ancora incompleto di capire quanto di me posso lasciare andare senza avere paura di perdermi.

Le cose che mi attraversanoHistorias para obsesionarse. Descúbrelo ahora