Porch light

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La casa era a Mariposa Street, numero quarantadue, e aveva una veranda di legno che cigolava quando ci camminavi sopra. Izuku l'aveva comprata a ventisei anni con i soldi del congedo e una parte dell'eredità che la madre gli aveva lasciato prima di morire.

Era piccola: due camere, una cucina stretta, un bagno con la doccia che perdeva dal soffione.
Il giardino davanti era fatto solo di erba gialla e l'unico albero presente era uno Schinus tutto storto.

La prima cosa che fece, la sera che si trasferì lì, fu avvitare una lampadina nuova nel lampione sopra la porta d'ingresso. Sessanta watt, luce calda. Poi si sedette sul gradino della veranda con una birra - che non beve -  e aspettò che si facesse buio per controllare se si accendeva con il crepuscolare.

Si accese alle 19.30 e Izuku restò lì fuori fino alle tre del mattino.


Kandahar, agosto 2019.
Il cielo ha lo stesso colore plumbeo di una lamiera lasciata al sole e l'aria è così calda che spacca le labbra, entra nei polmoni e ti secca pure l'anima. Quarantasette gradi all'ombra, dice la radio del campo quella mattina, ma qui l'ombra non esiste. Esistono solo i muri di mattoni crudi e il sole che batte dritto dall'alto e cancella le ombre di tutti.
Bakugō è quindici metri avanti. Lo è sempre, quindici metri avanti. Cammina come se il mondo gli appartenesse, come se le strade di questa provincia dimenticata da dio fossero roba sua, e Izuku lo guarda da dietro il mirino e lo odia un po' per questo, per quel modo di avanzare col petto in fuori e il mento alto che sembra un invito a ogni cecchino nel raggio di ottocento metri.
Gli ha detto di abbassarsi, come ogni volta in cui escono in pattuglia assieme. Kacchan non si abbassa mai.
La trasmissione si spezza a metà di una parola quando svolta l'angolo. «Fermati, fer-» e poi solo il ronzio bianco della frequenza vuota, quel sibilo sottile che sa di niente, che non è silenzio e non è rumore, che è il suono esatto di quando il mondo si rompe e non ha ancora deciso come cadere.
Izuku si schiaccia contro il muro. Sente il battito nelle orecchie, nei denti, nelle punte delle dita che stringono il calcio del fucile. Sente la polvere che gli entra negli occhi per una folata improvvisa di aria. Sente, più lontano, un rumore che potrebbe essere un colpo o potrebbe essere un portone che sbatte, e il suo corpo non sa fare la differenza - non la fa più da mesi - e reagisce a tutto come se tutto potesse ucciderlo.
"Adesso arriva." Pensa. "Kacchan arriva sempre."
Questo è il patto. Questo è quello che funziona tra loro da quando avevano diciotto anni e si sono arruolati insieme all'ufficio di reclutamento di Fort Benning con le stesse scarpe da ginnastica sporche e lo stesso taglio di capelli da ragazzini. Izuku copre, Kacchan avanza. Kacchan avanza, Kacchan torna. Funziona così. Ha sempre funzionato così.


La signora Alvarez, la vicina della casa bassa al numero quarantaquattro, gli portò una teglia di enchiladas la seconda settimana che era lì.
Era una donna bassa, con gli occhi scuri e gentili, i capelli tinti di un castano che non le apparteneva più vista l'età. Gli disse che suo figlio maggiore aveva fatto l'Iraq nel duemilasei, che capiva come si sentiva e che, se gli serviva qualcosa, poteva bussare a qualsiasi ora o telefonare.

Izuku la ringraziò. Le disse che stava bene, che la casa gli piaceva, che il quartiere era tranquillo e che pensava di farsi un piccolo orto e piantare dei pomodori sul retro in primavera. Gli piacevano i pomodori.

«E quella?» chiese lei prima di andarsene, indicando la lampadina accesa sopra la porta a mezzogiorno.

«Uh... L'ho lasciata accesa per sbaglio stamattina» disse Izuku, e sorrise. Aveva imparato a sorridere in un certo modo, anni dopo. Un modo che funzionava con quasi tutti. «Adesso la spengo.» ed effettivamente andò a spegnerla. Aspettò che la signora Alvarez rientrasse in casa sua, che la porta si chiudesse, che la tenda della cucina si muovesse una volta e poi tornasse ferma. Poi la riaccese.

Every light I left for you | DekuBakuStories to obsess over. Discover now