La sveglia sul comodino non suona mai. Non ne ho bisogno. Alle 5:45 del mattino il mio corpo si attiva da solo, come un meccanismo biologico tarato su anni di disciplina ferrea e fusi orari calcolati a mente.
Resto immobile per un minuto intero, gli occhi fissi sul soffitto bianco del mio minuscolo monolocale ad Astoria. Fuori dalla finestra, la sopraelevata della linea N taglia l'aria grigia dell'alba con un brivido metallico che fa vibrare i vetri. Quello è il mio unico legame con il mondo esterno prima delle sette.
Mi alzo. La routine per me è un rituale sacro, l'unica cosa che separa la ragazza che ero in Italia da "Vicky", la professionista impeccabile che New York pretende che io sia.
Faccio partire la moka da due tazze che mi sono portata da casa – l'unico lusso nostalgico che mi concedo – e vado in bagno. Davanti allo specchio, raccolgo i capelli castani in uno chignon basso, tirato, senza una sola ciocca fuori posto. Il trucco è ridotto all'essenziale: una linea leggera di eyeliner, un velo di correttore per coprire le ombre sotto gli occhi, un rossetto nude. Poi passo all'armadio. Il mio guardaroba da lavoro è un esercito di tubini neri, camicie bianche di cotone d'alta qualità e tailleur pantalone grigio fumo. Scelgo un completo antracite. Quando infilo la giacca, sento la solita, rassicurante sensazione di indossare un'armatura.
Mentre il caffè sale, mi siedo sul bordo del letto. Questo è il momento in cui la maschera non è ancora del tutto saldata al mio viso. Prendo il telefono, vedo due chiamate perse da un numero italiano – mia madre. Sospiro, un sibilo leggero che svanisce subito nell'aria fredda della stanza. So cosa significano quelle chiamate: un misto di senso di colpa represso, domande affettuose ma disorganizzate, la perenne incapacità di capire perché sia dovuta scappare così lontano, da sola, senza chiedere niente a nessuno. Ti chiamo nel fine settimana, mamma, penso, lasciando il telefono sul tavolo. Non c'era spazio per la complessità degli affetti prima delle otto del mattino.
Prima di uscire, compio l'ultimo gesto della mia routine privata. Infilo gli auricolari.
Mentre scendo le scale ripide del palazzo, l'attacco distorto e brutale di B.Y.O.B. dei System of a Down mi invade i timpani. Il contrasto è quasi violento: l'eleganza dei miei vestiti, la borsa di pelle rigida sotto il braccio, e nelle orecchie la voce schizofrenica di Daron Malakian e il ruggito profondo di Serj Tankian che urlano contro il sistema. Cammino a ritmo della doppia cassa, lo sguardo dritto, ignorando la fauna mattutina della metropolitana. Nessuno, vedendomi passare sul vagone affollato, potrebbe mai immaginare che dietro questa fronte liscia e questi modi composti si muova un'anima che trova la pace solo nel caos del metal pesante. Per me quella musica non è rumore; è l'ordine perfetto in un mondo di ipocrisia. È l'unico posto in cui la rabbia è legittima.
Arrivata a Manhattan, l'impatto con la Hale & Associates Management è il solito schiaffo di aria condizionata e profumo costoso. L'agenzia occupa il quarantunesimo piano di un grattacielo a Midtown, una cattedrale di vetro e acciaio dove la logistica d'élite viene trattata come una questione di sicurezza nazionale.
Varcando la soglia, raddrizzo le spalle. Vittoria Ferri resta fuori da quella porta. Qui dentro sono solo Vicky.
"Sei in anticipo di dieci minuti, Vicky. Attenta, o Karen penserà che vuoi rubarle il primato della prima tazza di caffè della giornata."
Alzo lo sguardo dallo schermo del mio computer e incontro gli occhi stanchi ma accoglienti di Emily Carter. È seduta alla scrivania di fronte alla mia, con una tazza fumante tra le mani e un'espressione divertita. Emily ha superato i quaranta, ha visto passare decine di assistenti ambiziosi in questa agenzia e non si lascia intimidire da nessuno. È l'unica persona qui dentro con cui posso abbassare la guardia di un millimetro senza temere che mi pianti un coltello nella schiena.
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Hypnotize
FanfictionVittoria Ferri ha costruito la sua vita da zero, lasciandosi alle spalle l'Italia e una famiglia che ama, ma da cui è dovuta fuggire. Quando la prestigiosa agenzia per cui lavora le affida il cliente più importante della sua carriera, una sola regol...
