Al suono della sveglia, Ginny si destò.
Con un gesto rapido la spense ma non volle aprire gli occhi.
Decise di restare a letto ancora un po', prima di andare a farsi la doccia.
Rannicchiata tra le lenzuola, la mente vagava: le piaceva esplorare la profondità dei suoi pensieri.
Così puri e semplici ma anche tristi e lontani.
Quel giorno si sentiva un po' più triste del solito, forse perché era tutto troppo fosco e ambiguo.
Ma non era spaventata.
Le ore sarebbero trascorse lente e inesorabili.
Pensò che nessuno quella mattina sarebbe entrato dalla porta per darle il buongiorno.
Sconsolata, scacciò quell'immagine dalla mente.
Si ricordò che proprio sua madre di lì a poco, l'avrebbe chiamata dal piano di sotto. Ginny sapeva che i loro sguardi non si sarebbero incrociati per dimostrare che c'era un forte legame d'intimità.
Almeno lei di sicuro non lo avrebbe fatto.
La sua camera non le era mai sembrata così estranea come allora, ma nonostante tutto, sapeva già la risposta.
Ne conosceva ogni minimo dettaglio: il nero copriva l'intonaco bianco delle pareti, i mobili disposti in modo così ordinato per nascondere i grandi quadri che tappezzavano il muro. Tutto lindo e perfetto: non un oggetto fuori posto, non un granello di polvere.
Una smorfia percorse un tratto della sua testa ma ebbe ragione di fermarsi: dopotutto poteva anche cominciare bene la giornata e forse gli occhi alla fine li avrebbe aperti e finalmente avrebbe guardato. Forse avrebbe anche sorriso: un sorriso tiepido, incosciente ma ci avrebbe provato. La sua mente errò ancora altrove, in cerca di un sicuro vicino riparo e intanto, nell'oscurità infinita della sua stanza, sopraggiungeva un cupo silenzio. Era un sogno o la realtà? Calò su di lei un'improvvisa agitazione.
Ora riusciva a sentire il suono ritmico, cadenzato delle lancette dell'orologio.
Il ticchettio andava avanti e indietro.
Tic tac. Tic tac.
Continuava ininterrottamente nel suo movimento preciso e spietato e non aveva l'intenzione d'arrestarsi.
Quel senso d'inquietudine accennò a diminuire, allora finalmente dischiuse le palpebre. Era già mattina anche se il buio l'avvolgeva, stretta in una nebbia scura, e nemmeno uno spiraglio di luce filtrava dalla finestra.
Supina, per un quarto d'ora rimase a guardare le ombre nere che danzavano sul soffitto.
Le tende tirate, disegnavano sul muro la sagoma di qualcuno che le pareva ingrandirsi e rimpicciolirsi. Fantasticare era sempre stata una sua caratteristica.
Voci immaginarie e confuse echeggiavano dentro di sè.
Aveva un'età così florida e spensierata che non sarebbe tornata più: questo, sua madre le diceva sempre.
Già, sua madre.
Con una smorfia, Ginny scacciò quell'immagine dalla testa.
Al diavolo, pensò.
Ricordò suo padre, un padre che purtroppo c'era poco e quando c'era, aveva il volto spesso teso e contratto. Ginny aveva già in memoria tutta la scena: l'avrebbe osservata con i suoi occhi stanchi e tristi, poi avrebbe chinato il capo e si sarebbe seduto sulla poltrona del salotto.
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I CAVALIERI
FantasyAlan e Dafne sono due studenti universitari del nostro mondo. Un istante prima si trovano all'università, quello dopo vengono trascinati a Merenir, una terra antica governata da nobili, profezie e segreti dimenticati. Tornare indietro non è piu' pos...
