Quando Giacomo si svegliò quella mattina, capì subito che qualcosa era cambiato. Lo sentì nel corpo, prima ancora che nella mente. Una consapevolezza quieta e profonda, come quando d'inverno ci si alza prima dell'alba e la casa sembra trattenere il respiro.
Restò sdraiato per qualche secondo ad ascoltare il ticchettio dell'orologio in cucina. Era il giorno del suo ottantaduesimo compleanno, ma non gli sembrava un numero che gli appartenesse davvero. Si mise seduto sul bordo del letto. Il ginocchio destro protestò con il solito scricchiolio. Sorrise appena.
"Sempre puntuale."
Indossò la vecchia camicia di flanella a quadri che Maria gli aveva regalato anni prima. Sul gomito sinistro il tessuto era consumato, ma lui continuava a portarla perché teneva caldo bene. Preparò il caffè nella moka piccola, quella da due tazze. Lo faceva ancora senza pensarci. Solo quando il profumo iniziò a salire si accorse di aver apparecchiato anche il posto davanti al suo. Rimase a guardarlo per qualche secondo. Poi tolse lentamente la seconda tazza. Il giornale restò piegato sul tavolo. Non gli interessava sapere cosa fosse successo nel mondo quel giorno. Uscì con il bastone di legno d'ulivo e chiuse il cancelletto dietro di sé.
Il sole di maggio scaldava appena le rose del giardino. Erano le rose di Maria. Lui non aveva mai capito nulla di fiori, ma quelle continuavano a sbocciare ogni primavera come se aspettassero ancora qualcuno. Camminò piano lungo la strada del paese. Da giorni una domanda gli girava in testa, ma quella mattina sembrava diventata più pesante.
Aveva davvero vissuto? O aveva soltanto attraversato il tempo?
Aveva lavorato quarant'anni come contabile. Aveva pagato bollette, aggiustato rubinetti, cambiato gomme, fatto file agli uffici postali.
Aveva amato sua moglie. Aveva cresciuto un figlio. Una vita normale. Forse troppo normale. Ma quella domanda gli ronzava nella testa come un insetto molesto. Si domandava se tutto quel vivere fosse stato davvero vita, o solo una lunga sequenza di abitudini educate. La prima persona che incontrò fu Roberto, il giornalaio, che stava alzando la serranda.
"Oh, Giacomo! Ottantadue oggi, eh? Auguri!"
"Grazie."
Roberto infilò le chiavi in tasca.
"Festeggi?"
"Non credo."
Ci fu un breve silenzio.
"Dimmi una cosa, Roberto... tu sei felice?"
Il giornalaio sbatté le palpebre, colto in contropiede.
"Felice? Eh... bella domanda."
Rise piano.
"Si lavora, si tira avanti. Ogni tanto si sta bene, ogni tanto no. Immagino basti così."
Giacomo annuì. Mentre si allontanava, sentì quelle parole restargli addosso come sassolini nelle scarpe.
Al parco riconobbe Teresa seduta su una panchina. Aveva i capelli completamente bianchi ormai, ma gli occhi erano gli stessi di quando frequentava i corsi serali di contabilità, che Giacomo teneva per arrotondare lo stipendio.
Fu lei a riconoscerlo.
"Professore?"
"Teresa..."
Lei sorrise.
"Madonna, quanti anni sono passati."
"Abbastanza da farmi venire il fiatone per arrivare fin qui."
Risero entrambi.
Si sedettero sotto gli alberi. Per un po' guardarono i bambini correre vicino alle altalene.
"Sai," disse Teresa, "ogni tanto mi tornano in mente le tue lezioni."
ESTÁS LEYENDO
L'ULTIMA DOMANDA
Ficción GeneralNel giorno del suo ottantaduesimo compleanno, Giacomo si sveglia con una strana certezza nel cuore: qualcosa sta per finire. Mentre attraversa lentamente le strade del suo paese, tra incontri casuali, ricordi lontani e domande mai davvero affrontate...
