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Il sole brucia i nervi ottici. I suoi raggi sono artigli predatori sulla sottile membrana fibrosa degli occhi. Vorrei strizzarli, vorrei distogliere lo sguardo, ma l'immagine che arriva al mio cervello è un'istantanea. Odora di sangue. Lo stesso sangue che sgorga dalle sclere e scorre sulle mie guance. Lacrime arse vive, cristallizzate in stalattiti di un rosso intossicato.

Cammino. Non dovrei ignorare l'asfalto che grida, ustionato dal sole malato. Sono urla prive di corde vocali che inglobano i miei piedi mentre degrada allo stato liquido. Mi fa sgusciare fuori le interiora dagli orifizi. Ad ogni passo. E non è colpa sua se ha contratto una patologia virale. È l'atmosfera, è la sporcizia, è il marcio lungo queste strade che non si curano di lui. La sua esistenza è data per scontata, è un dato di fatto, impresso dal metallo e dalle fiamme sulla retina. Una stella soffocata, perpetua nei sogni e nelle egoistiche astrazioni, nell'impossibilità di lasciarla andare.

Se questo è il destino dei vagabondi incerti, con gli occhi vitrei e uno squarcio nel ventre, così sia. Reclamo quell'immagine distorta e la rendo la mia realtà. Il mondo gira al contrario, eppure non è mai stato tanto rigido sul suo asse.

Non suturare l'emorragia. Lascia che sgorghi come risate di circostanza in una stanza di carogne. Oltre la soglia, l'aria si fa rarefatta. Un gelo che perfora le ossa scuote questo corpo che non ha più peso. Il baricentro si sposta, la gravità cambia. È un'altra galassia, un altro sistema. Un sopra e un sotto. Sopra c'è una stella che brucia come il ghiaccio. Emette un bagliore nebbioso di azoto liquido. Senza vita. E le nubi sono mani che mi avvolgono nell'agonia della stasi, nel tormento della benedizione. Lasciano graffi che congelano dall'interno ogni singola cellula. La criogenesi è stata avviata. Non c'è via di fuga. Non c'è ritorno a casa.

È come stare in una capsula, vagare nello spazio. La propulsione del razzo la spara in orbita e lei galleggia, in uno spazio senza spazio, e il tempo non ha più significato.
La base mi chiama, io rispondo. Vedo la Terra. Sono un ammasso di ghiaccio contenente mere informazioni biologiche. Il sole non mi raggiungerà mai più. Sosto in una dimensione atemporale sempre uguale a sé stessa.
Dovrei tornare indietro, ma non ho più luogo. Non lo sento. La Terra non mi riconoscerà più come un essere umano. Leggo il movimento del pianeta ed è notte ed è giorno ed è notte ed è giorno ed è sempre uguale a sé stesso. Si ripete in disegni concentrici astratti, impossibilitato a fermarsi. Ma io sono andato avanti. Sono rimasto indietro. Non ho battuto le ciglia. Non ho distolto lo sguardo.

La base mi chiama, io non rispondo. Rompo il casco, recido l'ossigeno. I cavi galleggiano sinuosi, uno ad uno. Sono meduse dai tentacoli docili contro le pareti della capsula, appendici dell'ultimo legame con gli esseri umani.

Manca poco, in questa stasi. Il vuoto e una stella che esplode. La gravità la costringe in una prigione infinita. Il suo nucleo compresso è oscurità che inghiotte famelica la luce e non si nutre di colpe. Mi attira a sé. Mi chiama dalle profondità dell'inconoscibile. Non so il mio nome, conosco a memoria il suo. L'hanno inserito in un codice criptato, nascosto nelle cellule cerebrali, nell'intreccio scoperto delle sottili connessioni neurali.

Strappo l'ultimo cavo, taglio il cordone ombelicale della realtà che per essere tangibile deve rinunciare al respiro. Non rinnego il passato. Non sarà una condanna per il futuro. Il presente è morto. Sento l'eternità di quindici secondi di vita. Gli ultimi.

Un puntino bianco al centro del buco nero. Lo vedo. Un singolo puntino bianco. Un singolo puntino come me e come te e come tutte le stelle. E non ha senso. Pulsa. Vibra. Sussulta. Mi sussurra il senso dell'esistenza. È l'anomalia nella singolarità. E ha un senso.

Ne voglio una copia da portare a casa? Un souvenir dallo spazio, una stampa termica identica alle mie viscere esposte alla mostra d'arte di un'altra forma di vita. Sgusciano fuori in masse informi, macchie di particelle cosmiche raccolte intorno ad una sola visione di un artista senza materia da plasmare. Non c'è più alcuna data di partenza, data di scadenza, dati del tempo che è passato, che era presente, che non sarà futuro, che abiterà il vuoto siderale.

Non esiste. Persiste, in questo istante congelato in uno spazio adimensionale. Non potrò piangere mai più. Strapperò le lacrime dai miei occhi.

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