Il treno avanzava lentamente tra le colline provenzali, come un animale stanco che conosce ogni curva della terra e si rifiuta di correre.
Era l'alba di un giorno di luglio, e la luce, ancora pallida, si stendeva sui campi come un lenzuolo di seta stropicciato dalla notte.
Claire sedeva accanto al finestrino, le mani strette sul manico della valigia, le unghie smaltate di un rosso che non le apparteneva più.
Fuori, il paesaggio si apriva come una vecchia lettera: campi di lavanda in piena fioritura, onde viola che si muovevano leggere sotto il vento, casali in pietra chiara con imposte azzurre, e strade sterrate che si perdevano tra le vigne.
L'aria sembrava profumare anche da dietro il vetro: terra calda, fiori, e quella polvere fine che in Provenza si solleva appena si cammina.
Ogni dettaglio era insieme familiare e straniero, come un volto che si è amato e poi dimenticato.
Claire non guardava davvero.
Non osservava: attraversava.
Aveva ricevuto la chiamata un giorno prima.
La voce di Elise, sua sorella, era arrivata secca, senza tremori.
«La mamma sta morendo.»
Nient'altro. Nessun "come stai", nessun "ti prego".
Solo una condanna pronunciata da chi ha smesso di sperare.
Claire non aveva risposto subito.
Aveva guardato Margot, sua figlia, che dormiva con la bocca socchiusa e le mani aperte, come chi non ha ancora imparato a trattenere nulla.
Poi aveva riposto: "Ho capito." Aveva chiuso il telefono, aperto l'armadio, e scelto i vestiti come si sceglie una corazza.
Aveva lasciato Montelune con una valigia piccola, quella che usava solo quando non sapeva quanto sarebbe rimasta.
Il treno si fermò in una stazione minuscola, con un cartello scolorito e l'odore di ferro e umidità stagnante.
Scese.
Il primo passo sulla banchina fu come entrare in una fotografia ingiallita: tutto era familiare, ma niente era vivo.
Il sole cominciava a salire, e con lui l'odore della lavanda si faceva più intenso, quasi invadente, come un profumo troppo forte indossato da una donna che non vuole passare inosservata.
Camminò fino al villaggio.
Belval era rimasto immobile.
Le strade strette, pavimentate con pietre irregolari che sembravano voler inciampare i passi.
Le case con le persiane azzurre, le facciate color sabbia, i tetti di tegole rosse che trattenevano il calore della notte.
Bougainvillea e rosmarino esplodevano ovunque, come se la terra avesse deciso di fiorire nonostante tutto.
Ogni angolo era un ricordo.
La fontana al centro della piazza, dove da bambina si bagnava le mani per sentire quanto fosse fredda l'acqua.
Il forno, con l'odore di pane che si mescolava alla polvere. Il bar con le sedie di ferro battuto, dove sua madre beveva il caffè senza mai guardarla negli occhi.
La casa era lì. Rue des Amandiers.
Sempre la stessa. Facciata beige, persiane azzurre, una porta in legno con maniglia in ferro battuto.
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La parte che resta
RomanceCi sono luoghi che non smettono mai di aspettarci. Belval è uno di questi. Tra pergolati in fiore, campi di lavanda che profumano i ricordi, silenzi che pesano e stanze che ricordano, una famiglia si ricompone. Non per caso, ma per necessità. Per...
