Io gli autogrill li ho sempre amati. Lui di più.
Negli anni '90 la domenica i supermercati erano chiusi e noi facevamo la spesa in autostrada: parmigiano, pasta, latte e un Toblerone enorme che durava due giorni e mezzo.
Io non capivo che non era normale. Pensavo che tutte le bambine facessero così: salire in macchina senza sapere dove si andava e fidarsi.
Mio padre aveva le mani grandi. Quando era felice le sfregava tra loro come se stesse per iniziare uno spettacolo.
E con lui uno spettacolo iniziava sempre.
Io sono nata a Londra di sette mesi, ma lui già non si trovava.
Negli autogrill comprava sempre troppo.
Cose inutili, enormi, costose.
Cioccolate che non finivamo, giochi presi all'ultimo momento, sacchetti pieni per una casa dove magari non serviva niente.
Io pensavo fosse allegria.
Solo dopo ho capito che era il suo modo di dire: oggi possiamo stare bene.
Con lui la felicità durava poco.
Ma quando arrivava occupava tutto.
Metto la freccia tardi.
Non so mai bene perché prendo la corsia di servizio.
La strada è vuota e potrei continuare, invece rallento all’improvviso.
Freno più forte del necessario. Sempre.
Gli autogrill li riconosco da lontano, prima ancora dell’insegna: la luce arancione nel buio, i camion fermi, qualcuno che fuma vicino alle pompe.
Parcheggio storto.
Spengo il motore ma resto seduta qualche secondo con le mani sul volante.
Non ho fame, non ho sete.
Eppure so già che entrerò.
Entro.
Le porte sono sempre pesanti. Devo spingerle più del necessario e per un attimo resto incastrata tra dentro e fuori.
L’aria è sempre troppo calda e sa di caffè e plastica.
Per un attimo mi fermo vicino agli scaffali senza prendere niente.
Al bar ordino un caffè.
Quando arriva è bollente.
Istintivamente bagno il cucchiaino e lo passo sul bordo della tazzina. Me lo aveva insegnato lui, per non bruciarmi le labbra.
Ne bevo un sorso e lo lascio a metà, come sempre.
Davanti alle casse vedo un Toblerone enorme.
Lo guardo qualche secondo.
Una volta sarebbe finito nel sacchetto senza pensarci.
Adesso no.
Non mi fermo per mangiare o per bere.
Mi fermo per vedere se provo ancora la stessa gioia.
Da piccola entravo sempre con lui.
Era quella la parte più bella.
Lui si muoveva come se ogni posto fosse già casa sua.
Apriva le porte larghe, attraversava le corsie senza rallentare, parlava con chiunque.
Io invece cercavo gli angoli.
Mi mettevo mezzo passo dietro, poi ancora mezzo, finché non finivo quasi di lato.
Non perché avessi paura.
Perché mi vergognavo un po’.
Era troppo.
Troppo rumoroso, troppo visibile, troppo vivo.
Io ho imparato presto a fare l’opposto.
Sono alta, i capelli ricci mi tradirebbero, eppure provo sempre a occupare meno spazio possibile.
Passare tra le persone senza farmi notare.
Entrare senza essere vista.
E la cosa strana è che, nonostante tutto, con lui mi sentivo al sicuro.
Resto in piedi con la tazzina in mano.
Intorno parlano tutti, le porte si aprono e si chiudono, la cassa suona.
Per un attimo mi sembra di riconoscere qualcosa.
Quel suo modo ingombrante di muoversi fra gli spazi.
Mi giro.
Non c’è nessuno che conosco.
Eppure il cuore accelera lo stesso.
Resto ancora un momento.
Non sto aspettando davvero qualcuno. O forse sì.
Gli autogrill sono posti strani. Nessuno ci resta, tutti passano.
Eppure io mi fermo sempre qui.
Perché certi ricordi non tornano nei luoghi importanti.
Tornano nei posti di passaggio.
Per questo entro ogni volta.
A volte non ci si ferma per il caffè.
Ci si ferma per vedere se una certa felicità esiste ancora.
Alla fine qualcosa lo prendo sempre.
Non per me.
Prendo una bottiglietta d’acqua, dei biscotti per mia figlia, qualcosa per mio marito, e immancabilmente anche per i cani.
Alla cassa appoggio tutto senza neanche guardare davvero cosa ho scelto.
Lo faceva sempre anche lui.
Usciva dagli autogrill con le mani piene come se dovesse sfamare una casa intera.
Fuori l’aria è fredda.
La busta mi scivola quasi subito.
La riprendo al volo, ma cadono i biscotti.
Li raccolgo in fretta, guardandomi intorno come se qualcuno mi stesse osservando.
Non trovo le chiavi.
Le cerco nella tasca sbagliata, poi nell’altra, poi dentro la borsa già aperta.
Intanto la busta si piega e rischia di rompersi.
Quando finalmente apro la portiera, urto con il gomito e la bottiglietta cade sotto la macchina.
Resto ferma un secondo.
Sospiro.
Con lui non succedeva mai.
Aveva sempre tutto sotto controllo: le chiavi pronte, il passo deciso, la porta aperta al primo colpo.
Ma faceva anche un gran baccano.
Le porte sbattevano, le monete cadevano sul bancone, la sua voce arrivava prima di lui.
Entrava nei posti come se dovessero accorgersi per forza che era arrivato.
Io invece faccio sempre un po’ di confusione.
Eppure, mentre mi chino a raccogliere quello che cade, mi viene quasi da sorridere.
Perché in fondo anche questo l’ho imparato con lui: uscire sempre con qualcosa in mano.
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LA PRIMA FIGLIA
General FictionNon volevo partire. La scatola non l'ho cercata io. È arrivata per posta, dopo tredici anni. Non l'ho aperta. L'ho solo messa sul sedile accanto e ho iniziato a guidare. Dentro ci sono le fotografie di mio padre, ma non è questo che mi spaventa. Son...
