Prologo

8 2 0
                                        

Bellamy

L'aria di Arkadia mi entra nei polmoni come se fosse la prima volta. Sa di pioggia vecchia e asfalto caldo, di casa e di cose che non cambiano mai. Tengo il borsone stretto tra le dita, così forte che le nocche mi diventano bianche. È pesante, ma non quanto quello che mi porto dentro.

Cammino verso l'uscita dell'aeroporto con il passo rigido di chi ha ancora addosso la divisa anche se non la indossa più. Ogni rumore mi fa girare la testa. Una valigia che cade, una porta automatica che si apre con un sibilo, una risata troppo forte. Il cuore mi scatta in gola come se fossi ancora a Polis.

Cazzo, tornare ad Arkadia sembra essere un miracolo. Tornare a casa dopo quello che è successo a Polis. Dovrei sentirmi sollevato. Invece mi sento sporco.

Bryan.

Il suo nome mi si pianta dietro gli occhi. Il mio collega. Il mio amico. Morto per un ordine sbagliato dato da me. Lo rivedo che mi guarda un secondo di troppo, come se stesse per dire qualcosa, come se avesse capito prima di me che stavo sbagliando. E poi il rumore. Il fumo. Il sangue.

Non mi do pace. Continuo a ripetere la scena nella testa, cercando un dettaglio diverso, una scelta diversa. Se avessi aspettato dieci secondi. Se avessi controllato meglio la mappa. Se non avessi avuto fretta di dimostrare di essere ancora capace.

Spingo la porta automatica e l'aria fredda mi schiaffeggia il viso.

E poi lo vedo.

Finn è appoggiato alla sua macchina, le braccia conserte, lo sguardo che mi cerca tra la folla. Quando i nostri occhi si incrociano, il suo viso si illumina di un mezzo sorriso che non è del tutto felice. È sollevato. Preoccupato. Incazzato, forse.

«Eccoti!» dice, staccandosi dalla macchina e venendomi incontro.

La sua voce mi riporta qui, adesso.

«Finn!» riesco a dire, e la mia voce è più roca di quanto pensassi.

Mi abbraccia forte. Non è un abbraccio delicato, è uno di quelli che ti stringono le ossa, come a controllare che tu sia intero davvero. Io resto rigido un secondo, poi cedo e lo stringo anch'io. Sento il suo respiro contro la mia spalla.

«Sei un coglione,» mormora piano. «Ma sei vivo.»

«Già,» rispondo. «Per miracolo.»

Finn si stacca e senza dire niente mi prende il borsone dalla mano.

«Finn, posso farcela da solo.»

«Lo so. Ma lasciami fare qualcosa.»

Lo guardo. Ha sempre avuto questo modo di prendersi cura delle persone che ama senza farlo pesare. Clarke è uguale, ma in modo più silenzioso. Lei ti aggiusta l'anima con una matita e un foglio.

«Grazie per essere venuto,» dico, mentre ci avviciniamo alla macchina.

«Di nulla. Comunque dovresti avvisare anche Clarke.»

Scuoto la testa subito, quasi di riflesso. «No.»

Il suo sguardo si fa più attento. «Bellamy...»

Clarke è l'anima pura mia. La parte luminosa che mi ricorda che non sono solo quello che ho fatto. E in questo momento io vedo solo nero. Nero denso, che ti entra sotto pelle. Non voglio trascinarla con me in questo buio. È la mia migliore amica. È la sorella di Finn. Ha vent'anni e ancora disegna il mondo come se potesse salvarlo con i colori.

«Non voglio che lo sappia,» dico a denti stretti.

«Lo verrà a sapere comunque.»

«E tu non dirle niente.»

Il buio e la luceWhere stories live. Discover now