Capitolo 1
L'inizio
La pioggia tamburellava sul tetto della clinica come un batterista ubriaco. Lia si appoggiò al tavolo, le mani incrociate davanti a sé, lo sguardo fisso su un punto indefinito del pavimento.
«Sai…» mormorò, rivolgendosi al suo assistente.
«Pensavo che dopo due anni sarei diventata immune a tutto. Alle grida, alle richieste, ai poveri idioti bagnati fradici che si siedono sotto il porticato aspettando una risposta… ma evidentemente mi sbagliavo.»
Il giovane fece un passo avanti, esitante «Lia…»
Lei scosse la testa, un sorriso amaro piegando le labbra.
«No, no. Non iniziamo con le solite frasi motivazionali da cartolina. Non oggi, non con lui lì fuori, e tu… beh, tu sei qui per sopravvivere all’uragano, non per salvarmi.»
«Non è un uragano…» tentò di dire, ma lei rise, un suono secco e stridulo.
«Oh, no. Non un uragano, è un maledetto tornado vestito da umano. Seduto lì, tutto bagnato, come se il mondo potesse convincermi che dovrei correre fuori e prendere in braccio qualcuno. Beh spoiler: non lo farò.»
Il giovane la guardò, impassibile, sapendo che parlare era inutile. Lia continuò, più veloce, come se sfidasse il tempo stesso: «E poi, naturalmente, qualcuno osa dirmi che Law ha bisogno di me. Ah sì? E io dovrei scendere dal piedistallo della mia splendida solitudine e correre a salvare il principe ferito? Non c'è più Rin, quella che correva dietro a tutti i legami, quella che si spezzava il cuore per ogni promessa, quella ragazza è morta. Io sono Lia ora. Spietata, cinica e soprattutto incazzata.»
Il giovane si avvicinò, cercando di trovare un punto di contatto «Ma se lui ha davvero bisogno…»
Lia alzò un dito, interruppe il respiro del suo assistente. «Se davvero ha bisogno bene ma non significa che debba avermi, non significa che debba reclamarmi, non significa… cazzo, niente!
Il giovane abbassò appena lo sguardo, poi prese fiato «Almeno ascoltalo. Quel ragazzo lì fuori non credo se ne andrà senza di te.»
Lia si voltò di scatto verso di lui, gli occhi brillanti di un lampo che non apparteneva solo alla tempesta fuori poi rise piano, un suono basso, tagliente.
«Oh, quindi adesso dovrei commuovermi, vero? Un uomo sotto la pioggia, seduto come un cane bastonato, che aspetta la sua padroncina? Magari dovrei pure portargli una coperta, un po’ di minestra calda e sussurrargli che andrà tutto bene.» Alzò gli occhi al cielo, ridendo ancora ma il sorriso era fatto di schegge. «Che favola del cazzo.»
Si avvicinò al suo allievo, lenta, gli occhi che sembravano trapassargli l’anima.
«Vuoi sapere cosa succederà? Resterà lì. Si infradicierà finché non si accorgerà che l’unica che può salvarlo non ha più voglia di fare l’eroina e quando se ne andrà… sarà un ricordo sbiadito, proprio come tutti gli altri.»
Il giovane deglutì «E se invece non se ne va?»
Un lampo attraversò la stanza, illuminando il sorriso di Lia, feroce e dolce al tempo stesso. «Allora marcirà lì fuori e io Io guarderò dalla finestra, sorseggiando tè. Vuoi vedere quanto sono brava a ignorare la gente? Due anni di allenamento, tesoro. Sono diventata campionessa olimpica nel lasciar morire le persone fuori dalla mia porta.»
Si fermò, inclinando il capo, lo sguardo che si ammorbidì appena ma solo per un istante.
«Non mi interessa quanto bussi, quanto implori, quanto sanguini. Non mi interessa se è per Law, per Barbabianca o per l’universo intero. Io non apro più, non a loro.»
Il silenzio ricadde pesante. Fuori, il rumore della pioggia si mescolava al respiro lento e ostinato di Penguin, che non accennava a muoversi.
Lia si tolse i guanti di lattice, lasciandoli cadere nel contenitore dei rifiuti clinici. L’odore pungente dell’antiseptico impregnava ancora l’aria della piccola clinica accanto alla casa, mentre il suo assistente annotava gli ultimi dettagli dell’intervento su un registro ordinato.
«Paziente stabilizzato.» disse lui con un mezzo sorriso, chinandosi sul tavolo per sistemare le carte.
Lei si passò una mano tra i capelli raccolti, senza alzare lo sguardo.
«Come previsto, nessuna complicazione.»
Uscirono insieme, attraversando il breve corridoio che portava alla porta sul retro. L’aria del tardo pomeriggio era fresca e come ogni volta, lo videro.
Penguin, seduto sul gradino sotto il porticato, le ginocchia piegate, le mani intrecciate. Non disse nulla, non provò ad alzarsi o a fermarla. Si limitò a guardare, con quell’espressione stanca ma ostinata che ormai era diventata parte del paesaggio.
Lia non si fermò neanche per un secondo: attraversò lo spazio tra la clinica e la casa con passo regolare, senza voltarsi ma il suo assistente, restando un passo indietro, la osservava con quell’irritante mezzo sorriso.
«È ancora lì.» mormorò, con tono quasi divertito.
Lei aprì la porta di casa con gesto deciso. «Non è un mio problema.»
«Inizia a sembrare un guardiano…» commentò lui, lasciandosi cadere sul divano una volta entrati poi le rivolse lo sguardo, più serio «Sai, potresti almeno ascoltarlo. Non sembra intenzionato ad andarsene.»
Lia si tolse il camice bianco, piegandolo con cura. «E tu sai che non accetto casi impossibili.»
Si girò verso di lui, gli occhi fermi, quasi taglienti «Quello lì fuori rappresenta tutto ciò che ho lasciato indietro. Non c’è più spazio per quel mondo, non per me.»
Lui la studiò in silenzio per un attimo, poi scosse la testa, divertito «Parli sempre così dura… ma io so leggere tra le tue righe.» Un sorriso inclinò le sue labbra mentre si avvicinava a lei «E so anche che quando decidi di abbassare la guardia… ti rivolgi a me.»
Lia lo fissò per qualche secondo, senza smentire né confermare poi si voltò verso la finestra: da lì si vedeva il porticato e la sagoma immobile di Penguin ancora seduta, come un’ombra paziente.
«Il ragazzo lì fuori...» disse a bassa voce «Può restare quanto vuole, io ho già scelto.»
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RED STORM Trafalgar Law X Oc
FanfictionSeguito di: Il Ruggito Del Destino Dopo aver sfidato il Baku e salvato Edward, Rin è scomparsa. Sono passati due anni e il mondo credeva di averla persa per sempre ma nessuna distanza, nessuna bugia e nessun segreto possono fermare chi ha scelto di...
