Era un caldo pomeriggio di luglio. Le cicale cantavano, il sole brillava alto e le strade erano piene di macchine dirette verso i luoghi di vacanza. In mezzo al traffico spiccava un pullman blu, dal quale provenivano schiamazzi e cori senza fine.
I passeggeri erano una cinquantina di ragazzini tra i dieci e i tredici anni che, dopo due ore di viaggio, iniziavano a dare segni di follia. Gli animatori, ormai rassegnati, dormivano con le cuffie nelle orecchie per attutire il frastuono. D'altro canto chiunque avesse incrociato lo sguardo dell’autista avrebbe pensato: “Pover’uomo”.
Nel frattempo, don Matteo Rinaldi era già arrivato alla casa che li avrebbe ospitati. Lì, insieme ai responsabili Serena e Luca Conti, stava aiutando le signore della cucina a sistemare tutto il necessario, in attesa dell’arrivo dei cinquanta bambini esagitati.
La strada diventava sempre più ripida e il pullman faticava a salire. Dentro, i cori dei ragazzi infastidivano l'autista già provato dal viaggio. Finalmente, dal finestrino comparve la struttura: una grande casa su tre piani, in tipico stile alpino, con balconi in legno scuro. Davanti si apriva un cortile erboso con una rete da pallavolo e due porte da calcio. Intorno, solo foresta e montagne, in un paesaggio mozzafiato.
All’arrivo, i bambini furono accolti dal Don e dai responsabili. Gli animatori si misero subito a scaricare i bagagli. Poi, don Matteo assegnò le camere:
al piano terra, le stanze del Don, dei coniugi Conti e delle signore della cucina;
al primo piano, tutte le camere delle ragazze e quella delle animatrici;
al secondo piano, le camere dei ragazzi, inclusi gli animatori.
Dopo aver preso posto, tutti scesero per la merenda: pane e Nutella per tutti. I giochi iniziarono subito. Alcuni ragazzini coinvolsero Alessio, uno degli animatori, e lo stesso Don Matteo in una partita di calcetto. Intanto un gruppetto di bambine si strinse attorno a Irene ed Elena, curiose di sentire i pareri delle altre sul assegnazione delle camere.
Il pomeriggio passò veloce e fu il momento della messa. Don Matteo, consapevole della stanchezza di tutti, la rese molto breve. Poi ognuno tornò nelle proprie camere per lavarsi.
Elena e Irene, le animatrici che condividevano la stanza, finirono per prime e si presero del tempo per loro.
Irene si sedette sul letto e rovesciò il suo astuccio di colori accanto al quaderno dei disegni. Elena, elegante come sempre, scrollava Instagram con aria distaccata.
«Dai, si prospetta un bel camposcuola» disse Irene con un sorriso, mentre scarabocchiava qualcosa.
«Aspettiamo a dirlo. Però sì, il posto è bello e siamo ben organizzati… anche se non so cosa combineranno i bambini.»
«Ma è proprio quella la parte divertente, no?» ribatté Irene.
Elena sospirò, poi si lasciò andare a un mezzo sorriso. «Beh, hai ragione.»
Poco dopo iniziarono i giri delle camere.
Irene bussò alla porta della prima stanza e venne accolta da una bambina di colore, bassina e con gli occhiali. Dentro, altre due ragazzine la guardavano incuriosite.
«Ciao bellissime! Io sono Irene, una delle animatrici. Se vi serve qualcosa, potete venire da me o da Elena.»
«Va bene, grazie» rispose una bambina con un cubo di Rubik in mano.
La bimba con gli occhiali alzò la mano timidamente. «Irene… è ora di scendere?»
«Sì, Amira. Però vedo che state aspettando ancora qualcuno.»
«Chiara è in doccia» spiegò una delle tre.
Irene sorrise. «Capisco. Però non potete aspettare tutte. Facciamo così: una resta qui, le altre due scendono. Tra poco vi ritrovate giù.»
Le bambine si guardarono, titubanti, ma alla fine accettarono.
Nel frattempo Elena era entrata in un’altra stanza, trovando quattro ragazzine che non volevano muoversi.
«Avanti, ragazze. È ora di scendere.»
«No. Non sei mia mamma per comandarmi» replicò una con aria di sfida.
«No, sono la tua animatrice. E se non scendi adesso, salti la cena e chiamo casa.»
«Uff, che rottura!» sbuffò la ragazzina.
Elena incrociò le braccia e prese un bel respiro. «Non provocarmi, Sara.»
«Se no che succede?» insistette lei.
Elena indicò la porta con decisione. «Succede che vi mando fuori io.»
Le altre ridacchiarono, ma alla fine una di loro sospirò: «Va bene, dai. Andiamo.»
Ritrovandosi nel corridoio, Elena e Irene si scambiarono uno sguardo.
«Non le sopporto» borbottò Elena. «Quattro oche che si credono chissà chi.»
«Tranquilla, la prossima volta ci vado io da loro» la rassicurò Irene.
«Bisogna metterle in riga. Alla loro età, col cavolo che rispondevo male a un animatore.»
«Dai, su. Quante camere mancano?»
«Due.»
«Dividiamcele e poi scendiamo anche noi.»
«yes.»
Elena bussò alla porta successiva, ma la stanza era già vuota: le bambine erano scese. «Meglio così» sospirò.
A Irene invece capitò l’opposto: quattro ragazzine la trascinarono dentro e iniziarono a bombardarla di domande e pettegolezzi. Prima che riuscisse a farle uscire, le avevano già rivelato tutte le “ship” del camposcuola — informazioni che Irene avrebbe volentieri fatto a meno di sapere.
BINABASA MO ANG
La casa fra i monti
FantasyUn gruppo di ragazzi parte per un camposcuola in montagna: una settimana di attività, risate, giochi e nuove amicizie. La grande casa ospitante sembra essere solo l'inizio di una grande avventura estiva, ma presto ogniuno di loro scoprirà che fra bo...
